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Un’infermiera a Saviano: e se anziché la caccia ai colpevoli imparassimo la compassione?

ROBERTO SAVIANO, NURSE, CORONAVIRUS
Shutterstock
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La pandemia ci toglierà dalle grinfie della rabbia per farci riscoprire misericordia e carità? Lo chiede una giovane 24enne impegnata coi malati Covid all’autore di Gomorra, che ha definito criminale e mafioso il sistema lombardo.

Il virus ha raddrizzato la colonna vertebrale dell’informazione, apparentemente. Ci dicono di fare attenzione a quello che leggiamo, a fidarci di quei giornali che hanno un egregio curriculum etico; in un tempo così drammatico non possiamo permetterci il contagio insidioso delle fake news. Il succo del discorso è questo ed è assai riduttivo: perché l’etica non si risveglia con la pandemia, e non è il rigore della quarantena a destare la coscienza dal letargo.

È vero, però, che anche il mondo dell’informazione – come ogni altro contesto umano – è alla prova dentro l’emergenza. Lo sfondo della paura, della morte e della fragilità fanno risaltare con più evidenza a cosa si aggrappano le parole di chi scrive: si vede con più chiarezza chi si muove per inerzia o per responsabilità, chi vuole dare una testimonianza e chi continua a inginocchiarsi ai propri idoli. Meditavo questa mattina su un passo de L’imitazione di Cristo:

Non confidare nel sapere tuo o nella capacità di un uomo purchessia, ma piuttosto nella grazia di Dio, che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi.

È una botta forte leggerlo, per me che di mestiere scrivo. La tentazione di essere «sapiente» è sempre insidiosa e forte, una battaglia serrata con l’abbaglio che essere una voce narrante coincida con il possesso di una verità impacchettata da donare. Quelle parole – solo superficialmente svilenti e in realtà davvero incoraggianti – segnano la linea di un crinale molto più decisivo del misero comandamento «non diffonderai bufale al prossimo tuo». Non confidare nel sapere significa essere disposti a stare di fronte agli eventi spogliati di ogni nostra presunta competenza, disponibili ad accogliere, senza sapere già come e dove incasellare i dati.

Il quotidiano Repubblica ha ospitato un dialogo a distanza, ma sarebbe meglio dire un botta e risposta, che è davvero emblematico di come questo virus possa essere un’occasione di risveglio umano solo per chi sia disposto a piantare la propria persona dentro il tumulto degli eventi e fuori dagli schemi orgogliosamente costruiti nella propria roccaforte interiore. Se vogliamo, è un passo coraggioso oltre il timore paventato da Guccini, sull’incapacità umana di imparare dalle tragedie.

Dal pulpito alla corsia

Una voce femminile che si firma semplicemente «una giovane infermiera» ha scritto una lettera pubblica in risposta a un infuocato pezzo del 15 aprile di Roberto Saviano sulle presunte gravi colpe della regione Lombardia in merito alla gestione sanitaria della pandemia. Repubblica ha ospitato entrambe le voci e così possiamo confrontarci con due sguardi antitetici. Non siamo di fronte a due persone con opinioni diverse, si tratta proprio di pianeti in aperta collisione: da una parte il regno solitario dell’intellettuale che pontifica dall’alto del suo trono e, dall’altra, la voce schietta di chi è indaffarata per accudire i propri pazienti.

Entrare nel merito delle polemiche che stanno lievitando (e c’è da insospettirsi sulla purezza d’animo di chi le fomenta!) sulla Lombardia straziata dal contagio del Covid-19 non è l’intento di questo scritto. Ma è evidente anche i più ingenui che il ruggito di Saviano dalle colonne di Repubblica sia qualcosa di molto diverso dall’inchiesta onesta di un libero pensatore. Piuttosto, è l’occasione giusta per l’autore di Gomorra di scagliarsi contro i suoi nemici storici (la destra berlusconiana e il movimento di CL) potendo far leva sulla tragicità degli eventi del mese scorso.

E allora, come suo copione consolidato, lo stile di Saviano è quello di snocciolare dati, creare nessi, battere sulla ripetizione di parole efficaci «criminalità», «mafia». Ne esce il ritratto nero cupo di una Lombardia cinica e asservita a padroni terribili. Sull’attendibilità di tutte queste accuse ci sarà da far chiarezza, ma c’è una trappola a monte nel discorso di Saviano ed è proprio la sua confidenza nel mandare avanti la cavalleria del proprio sapere:

Dal mio osservatorio di studioso delle dinamiche criminali, e in particolare del potere delle mafie, ho negli anni osservato come per un settentrionale sia più accettabile pensare che il marcio sia comunque proveniente “da fuori”.

Ce lo si immagina proprio in un castello sopraelevato a guardare il mondo sotto di lui. Ci sono le fake news e poi c’è la pacata fraudolenza, quella di un autore che vuole innanzitutto mettere il lettore semplice al di sotto di sé, della propria consolidata competenza. L’inganno ulteriore è poi quello di spacciare un’esperienza personale come premessa attendibile di certe presunte doti profetiche:

Vedete, nascere e crescere al Sud Italia, uno dei territori viceversa più poveri d’Europa (con un pil in molte parti inferiore a quello della Grecia), ti dà gli strumenti per capire oggi cosa accadrà domani. (da Repubblica)

Quale sia l’intento di Saviano è chiaro: poter affondare il coltello su chi detesta da sempre. Ma all’interno del mondo dell’informazione, quello che ora ci richiama al dovere di una parola autentica, etica e di supporto alla comunità, che scopo si prefigge? Pagato – di necessità implicita – il tributo emotivo alle vittime, ciò che interessa davvero lo scrittore è fomentare la brama di processi come finale trionfale della pandemia. Accusare e punire sono il cortocircuito che viene gridato dal pulpito dell’intellettuale:

Ma mentre oggi le sirene delle ambulanze coprono ancora le voci dei familiari delle persone lasciate morire a causa di una sequela di errori che hanno aggravato l’effetto dirompente del contagio, tra poco sarà il tempo di processare chi è venuto meno ai suoi doveri. (Ibid)

Dimmi ciò a cui il tuo cuore è devoto e ti dirò dov’è il tuo tesoro. Ed è evidente che chi scrive le parole appena citate non è tanto ferito dalla tragicità reale dei fatti, quando piuttosto arde di quella fiamma dalla vampata forte e durata breve che è la vendetta. È la voce tonante di chi, aggrappato a un’ideologia lontana mille miglia dal reale, comincia rivoluzioni umanitarie che poi conducono alla ghigliottina.

Occorre scendere molte scale per lasciare il castello-pulpito di Saviano e arrivare nel recinto di realtà da cui parla l’anonima infermiera che gli ha risposto per le rime, sempre su Repubblica.

Sono un’infermiera di 24 anni che è stata trasferita in un reparto Covid allestito in fretta e furia nell’azienda privata in cui lavoro. Durante l’ultimo turno di notte, mi trovo a chiacchierare con un paziente di 50 anni che mi racconta tutto quello che ha passato e io commossa gli dico: “Sicuramente questa esperienza se la porterà per il resto della vita!” Lui: “Sì, mi ha cambiato profondamente e secondo me cambierà tutti quanti!” Io stupita replico: “lo spero di cuore, perché se neanche una pandemia fa cambiare siamo messi male”. (da Repubblica)

Curioso, da un monologo serrato e superbo si passa a una voce di donna che per prima cosa racconta il dialogo con un suo paziente.

Sentenze vs domande

Ha ragione Guccini nel dire che non ci si può aspettare che la gente diventi migliore solo perché è stata colpita da una pandemia. Non sono le calamità o le meraviglie a plasmare un cuore, si può rimanere immobili sia sotto il sole sia sotto la pioggia. Il cambiamento personale comincia proprio quando si esce «dal proprio osservatorio», quando si smette di essere «studiosi» e si è disposti a essere una coscienza aperta rapporto con l’esistente (e a Chi lo fa). Perciò mi auguro che Roberto Saviano legga ciò che gli ha scritto questa anonima infermiera lombarda, il cui scopo non è quello di fomentare una discussione ma di suggerire un orizzonte che sia un po’ meno soffocante dell’aria stantia dei tribunali (e non si scambi questa affermazione con una tiepida idea di giustizia).

Uscire dalla propria comfort zone non è facile; è destabilizzante ma regala il privilegio brusco di non crogiolarsi nei pregiudizi e di stare lì dove fa male.

È stato un mese difficile: ambiente nuovo, colleghi nuovi, tipologia di pazienti nuova, isolamento per paura di contagiare la famiglia, lontananza dagli affetti, abitudini scombinate, tristezza, smarrimento. Andare ogni giorno in reparto e vedere persone sole e malate, spaventate e stanche di respirare mi ha segnato.

Si esce dal proprio studio pieno di libri che cominciano immancabilmente con la frase «io so che …» e si entra nell’agone di incognite, presenze vive, colpi improvvisi e incontri memorabili: è così che l’anima trova alleati insospettabili per sconfiggere il proprio egoismo. Alla luce della propria esperienza sul campo, l’infermiera si dichiara infastidita dalle parole di Saviano che investono energia solo per trovare colpevoli e innescare polemiche. La metafora abusata – attualmente – dell’ospedale è sempre stata vera, tanto che Papa Francesco parlò della Chiesa come ospedale da campo in tempi non sospetti. Anche fuori dalla pandemia il mondo è fatto di corsie dove l’umano geme; il nostro posto è sempre stato quello di abitare la vulnerabilità dell’essere creature, ma ora è più evidente. E chi ne fa un’esperienza sincera e rinnovata non cambierà, ma è già cambiato. E lo si riconosce perché non fa prediche, ma ha domande da porre che socchiudono nuove ipotesi di vita da difendere. Sono le domande che concludono la lettera di questa infermiera anonima che parla dal cuore ferito della Lombardia:

Da questa situazione impareremo il valore del sacrificio, dell’attesa, della misericordia, della carità?

Mi incuriosisce sapere perché, se diciamo che andrà tutto bene e che la vita possa diventare più bella, la sua posizione sul futuro è riassunta da un articolo pieno di polemica, di condanne per chi ha sbagliato, di rabbia e di tristezza. Essere privati di tutto non ha cambiato niente? Non ha mosso il cuore alla compassione?

 

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