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Un medico nel focolaio di Alzano Lombardo: nel volto dei miei colleghi la vittoria di Cristo

MALE DOCTOR

By Olena Yakobchuk- Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 10/04/20

Da primario di ortopedia, Luca Salvi viene catapultato nel pieno dell'emergenza coronavirus. Nuovi protocolli, nuovi assetti, tutto riconvertito per fronteggiare la richiesta crescente dovuta all'espandersi del contagio. E in questa prova la riscoperta di sè, del valore dei legami, del senso del lavoro e dell'amicizia.

Dal carisma di Don Giussani una capacità di sguardo nuova

Vengo anche io dall’esperienza di Comunione e Liberazione, che mi ha accompagnato dall’adolescenza fino all’età adulta, da GS alla Fraternità, per intendersi. E lo ha fatto in modo tale che senza quell’incontro e la catena di incontri che da esso sono nati avrei una fede tanto più povera, una mente tanto più meschina e un cuore ben più rattrappito di come sia comunque anche ora. Provo per questo movimento ecclesiale e per il carisma ancora tutto da approfondire di Don Luigi Giussani, Servo di Dio, una gratitudine smisurata.

E’ stato come scoprirsi liberi, accorgersi di essere al centro di un’epopea cosmica: all’improvviso l’orizzonte della mia vita si è dilatato e ripulito. Perché sapersi amati da un Dio così Altro da me e così prossimo, immischiato nella mia vita di tutti i giorni che ritenevo banale e ininfluente è stato come approdare in un continente sconosciuto, tutto da conquistare. Ma non inabitato.

Quanti volti si scoprono, intravvedendo quello di Cristo e iniziando a riconoscere il proprio. Quante idee, progetti, imprese audaci viene la forza di tentare una volta che si sa la cosa centrale: siamo figli Dio, in Cristo e Lui sta con noi, opera con noi, abita la storia, persino la mia particolare.

Con questa coscienza, più profonda e carica di ragioni ancora, tanti giovani si sono iscritti all’università e l’hanno fatta pensando che anche le pagine più ostiche di anatomia patologica c’entrassero col destino dell’uomo. Ho ritrovato questa intensità e questo slancio leggendo un articolo sul CLonline a firma di Paola Bergamini che dà voce ad un medico, uno dei tanti impegnati nel contenimento di questa epidemia.

Un medico alla prese con il COVID e con la propria umanità

Si chiama Luca Salvi ed era, anzi è, ma ora in modo diverso, un medico ortopedico. E’ il primario di un ospedale di provincia in Val Seriana, un nome che ora tutti associamo alla potenza della pandemia che proprio lì si è abbattuta con particolare forza.

Nell’ospedale di Alzano Lombardo, dove Luca è primario di Ortopedia, stanno arrivando i primi casi di Coronavirus e la situazione di ora in ora peggiora in modo esponenziale. (…) L’ospedale viene riconvertito: tutti i reparti sono adibiti per i malati di Covid19. Luca e gli altri specialisti imparano dai colleghi i protocolli standard su come trattare il virus. Turni di sei ore che spesso diventano otto, dodici a seconda del bisogno. (CLonline)

Tutti arruolati!

Da fuori forse non facciamo tanto mente locale, ma occuparsi di pazienti gravemente dispnoici a causa di una sindrome respiratoria tanto severa quanto poco conosciuta quando fino ad un giorno prima ci si occupava di articolazioni, ossa, interventi chirurgici non deve essere facile. Avranno dovuto imparare in fretta e bene e sotto enorme pressione cose nuove, complesse e decisive per fare la differenza tra la vita e la morte di pazienti che giorno dopo giorno arrivavano ad affollare i reparti. Tutti i reparti, alla fine.

«Per capirci: dieci ore in sala operatoria equivalgono a un’ora di assistenza a questi malati. Ma voglio sottolinearlo: non siamo eroi», racconta al telefono. «Nessuno di noi si sente tale. Stiamo solo facendo quello per cui siamo stati educati: curare i malati. Il nostro compito è farlo bene. Amiamo la cura del paziente. (Ibidem)

E’ rassicurante sentire dire con tanta chiarezza una cosa simile, sembra che voglia dirlo a scanso di equivoci, o meglio in risposta ad un’accusa che si è abituato a sentirsi rivolgere, anche implicitamente. I medici al servizio della cultura della morte, a favore di eutanasia, aborti selettivi, manipolazioni genetiche. I medici che sbagliano, i medici che vanno denunciati. Medici, li ho visti coi miei occhi, terrorizzati dalla paura di essere trascinati in qualche causa penale. Invece penso che siano spesso loro stessi vittime. E il paziente che si crede a volte troppo cliente non ha sempre ragione.

La realtà ci ha spinto a metterci in gioco dando tutto e nessuno si è tirato indietro. Questa vicenda così dolorosa ha creato una nuova simpatia, un’amicizia, un nuovo senso di responsabilità tra di noi. Essere dentro questa estrema esperienza ha portato tutti a riaffermare che la vita è un dono e va rispettato fino in fondo. Superando i propri limiti». (Ib)

C’è anche chi all’inizio si sottrae ma poi torna sui suoi passi: va bene ci sto, farò anche io la mia parte anche se non era prevista dal contratto, dalla divisione delle competenze, dalla carriera.

 «Io non sono in grado di fare l’internista, quindi pretendo che qualcuno mi metta per iscritto che io posso curare senza in futuro incorrere in sanzioni». Luca cerca di spiegargli che non è possibile, gli ammalati arrivano in continuazione. «La realtà impone una nuova percezione del nostro lavoro». Il medico non sente ragioni e gli dice: «Allora mi licenzio». Il giorno dopo Luca se lo trova in reparto. Alla fine di dodici ore massacranti quel collega gli dice: «Ho riflettuto. Il mio compito è questo: curare questi malati e stare con voi».

Non siamo eroi ma medici sul serio

Non sono eroi, sono uomini che rispondono all’appello forte della realtà. Che giocano come possono non solo il loro sapere ma la loro umanità. Che è fatta anche di stanchezza, nervosismo e paura. Chi più di loro può sapere cosa significa essere affetti da questo virus in forma grave? Per questo sono ancora più da ammirare e sostenere.

La cosa più significativa, forse, è proprio il loro scoprirsi insufficienti eppure necessari. Non riescono a curare e salvare tutti come vorrebbero ma sono spesso proprio loro ad accompagnare le persone al limite estremo della morte. Non possono andarci senza alcuna speranza, senza un’ultima compagnia umana, senza il sospetto almeno di un bene più grande che ci attende oltre. Per questo Luca, come tanti altri colleghi e operatori sanitari, ha accolto con generosità il mandato del vescovo di Bergamo: date voi una benedizione ai moribondi, come se fosse la mia.

Siamo noi ad accompagnarli, a sostituirci ai figli, ai genitori offendo uno sguardo di coraggio dove possibile e sempre di tenerezza. È difficile spiegare cosa proviamo in quei momenti». Il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha invitato gli operatori sanitari a benedire chi soffre o è in punto di morte. «Io ho iniziato a farlo», continua Luca. «Ho pensato che per quella persona poteva essere l’unica cosa che contava». (Ibidem)


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Dal lei al tu. “Vuoi un caffè?”

I rapporti all’interno dell’ospedale si radicalizzano. «Dopo questa esperienza sono sicuro che il nostro lavoro cambierà. Qualcosa sta accadendo tra di noi. Un modo di trattarsi, direi un’amicizia nuova che affiora nei particolari della giornata». Come con gli infermieri che fino al 22 febbraio gli davano rigorosamente del lei e ora naturalmente, incontrandolo, gli chiedono: «Vuoi un caffè?».

L’esperienza che stanno vivendo è talmente fondamentale, che non si può non scoprirsi insieme e uguali, oltre le differenze di ruolo.

Siamo uomini e donne chiamati a fronteggiare una crisi senza precedenti ma anche a riscoprire cosa ci fa essere tali. Allora via le formalità, siamo io e te, a mani nude e mascherina, a combattere per salvare vite. E anche se arriva la morte sappiamo che non è più in grado di cantare vittoria. Oggi è venerdì Santo, ci pensa nostro Signore a sconfiggerla, a noi non resta che seguirlo.

«Sembra paradossale, ma la realtà con cui abbiamo a che fare, con tutta la sua durezza, induce a riflettere sulla consistenza di sé come forma e pensiero. I volti dei miei colleghi sono la tenerezza di Dio verso di me. In loro vedo la vittoria di Cristo. Per questo, dico, nulla potrà mai essere come prima, come profondità di amicizia». (Ib)
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