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Solo guardando il mondo come miracolo nasce nel mio io qualcosa di miracoloso

GIRL, CAR, HAIR
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La cura di cui canta Cristicchi è l’alternativa alla vita reclusi in una bolla di egoismo: la promessa della felicità può esserci solo accogliendo la boccata d’aria fresca che viene da fuori e dagli altri.

Ultimamente sono passate sotto ai miei occhi così tante storie che sono riuscita ad annotare poco e niente sugli strumenti con cui cerco di rapire a tratti frammenti di realtà e intuizioni: dalle note del cellulare, all’agenda, alla lista della spesa, ai margini delle pagine dei libri. Se ci si ferma per un istante, se ci si concede l’onore di cogliere frammenti di realtà è davvero difficile fare ordine. Quindi, come ho fatto altre volte, mi lascerò semplicemente dettare dall’intuizione, da ciò che ha riempito i miei occhi e il mio cuore in questo tempo.

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La canzone di Simone Cristicchi è giunta alle mie orecchie e mi ha profondamente colpita. Credo che se il testo di questa canzone non ci ha smosso qualcosa dentro, non ci ha fatto riflettere anche solo per un momento, abbiamo un problema. Lo dico in maniera così lapidaria perché lo penso sul serio. Non è un’idea, un parere o un pensiero personale, bensì fa parte di quella gamma di dichiarazioni che ritengo essere permanenti e certe, perché fisiologiche dell’essere umano.
In alcuni casi è davvero bello poter privilegiare quella santa condizione molto spesso sottovalutata che è il silenzio.

In silenzio chiudere dolcemente gli occhi e ascoltare.

Shutterstock

In qualità di essere umano non posso non lasciarmi scuotere da questo inno. Io l’ho definito dentro di me l’Inno alla Cura.

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“Abbi cura di me” infatti non è solo una canzone o una poesia, ma ha il portamento di un vero e proprio Inno. Se non altro porge un invito alla nostra vita, alle nostre giornate frenetiche, al passo incalzante con il quale tutti i giorni ci infiliamo dentro le metropolitane. Ci pone delle domande e questo è sempre positivo. L’unico pericolo reale infatti è quello di non riuscire più a sentire niente, di non domandarci niente, diceva un altro cantante.

Prima accennavo al fatto che stiamo vivendo un serio problema interiore se questa canzone non ci tocca. E non sto facendo riferimento a gusti o a credenze musicali, la ragione è un’altra. Se non ci lasciamo incantare almeno un po’ da queste parole significa che siamo entrati in quel meccanismo perverso per cui la bellezza ci spaventa e non siamo più abituati a darle spazio, ad aprirle le braccia. Se così fosse, significherebbe che siamo talmente intontiti dallo straordinario, dal tragico, dal dramma, dalla monotonia delle lamentele, che ciò che ci sta intorno tutti i giorni non ci interessa più.

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Significherebbe che non crediamo più nella vita e nelle sue immense possibilità, negli spettacoli che gratuitamente ci dona tutti i giorni, proprio sotto i nostri occhi. Significherebbe che siamo così impegnati a nasconderci dietro le nostre sofferenze, le nostre giustificazioni, che non riusciamo a vedere che il tunnel in realtà è solo un ponte. Non possiamo attraversare il dolore fino in fondo perché pensiamo non importi a nessuno e perché pensiamo di non avere tempo da perdere. Non abbiamo più il coraggio di confidarci con qualcuno e pregarlo di avere cura di noi stessi e trasformiamo perfino la nostra vita spirituale in una sorta di marchingegno razionale che deve far quadrare i conti.

MĘSKI RÓŻANIEC
Shutterstock

Non pensiamo che anche la Fede in realtà sia un dono e proprio per questo vada chiesto. Abbi cura di me è una richiesta che ci invita a riscoprire la bellezza della nostra fragilità, la bellezza delle nostre ferite e la meraviglia di riscoprirsi insieme a qualcuno. Non è facile stare insieme a qualcuno, perché possiamo passare una vita intera accanto a una persona, un marito, una madre, una sorella, un amico e scoprire di essere stati in realtà solo con noi stessi. Di aver passato molto del tempo che ci viene regalato incapaci di camminare a passo lento vicino a chi ci sta accanto.

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