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È guarita dal coronavirus l‘infermiera sfinita a fine turno

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Contagiata in corsia, Elena Pagliarini è in attesa del secondo tampone: se negativo, potrà tornare al lavoro e non aspetta altro. Eppure questa forza è segnata profondamente: “Quando tutto questo finirà, dovremo guardarci intorno e vedere chi è rimasto. Ho paura che mancherà qualcuno di cui non mi sono accorta”.

Lo si chiama «il sacrificio dei camici bianchi», ma la figura retorica pecca di umanità perché il soggetto sono proprio le persone e non le loro divise. Gli ultimi dati confermano che è salito a 69 il numero di medici morti in prima linea nella lotta al coronavirus, mentre sono complessivamente 10 mila gli operatori sanitari contagiati (fonte Ansa) e anche tra quest’ultimi le vittime sono troppe. Sfogliando i giornali ci si imbatte in storie che si vorrebbe approfondire una per una, ritratti sfuggenti – delineati in un paragrafo o poco più – che parlano di un dramma vissuto in ogni fibra di corpo e mente. Mi soffermo su uno tra tanti: ieri a Novara è morto Mohamed Ayachi Oualid, sposato e con 4 figli. Era un instancabile infermiere tunisino di 51 anni in servizio da 10 nella casa di riposo Sant’Erasmo di Legnano.

Contagiata in prima linea

Il personale sanitario è consapevole del senso, dei rischi e dell’impegno che richiede la professione, da ben prima che il Covid 19 dichiarasse guerra. In questi mesi si stanno guadagnando sul campo il titolo di eroi, che però rifiutano, perferendo forse quello di soldati semplici fedeli alla trincea. Tra tutti ha conquistato l’attenzione mediatica nazionale e internazionale l’infermiera di Cremona Elena Pagliarini, la cui foto sfinita ha fatto il giro del mondo: era stata fotografata da una collega addormentata sulla scrivania dopo un turno massacrante.

Suo malgrado è diventata l’icona della festa della donna del 2020, perché lo scatto è stato diffuso proprio l’8 marzo: dopo anni di celebrazioni astratte (piene di stereotipi di donne volitive, e bellissime), mai avremmo immaginato di applaudire commossi l’istantanea di una lavoratrice malconcia e addormentata sul pc.

Era l’8 marzo, le 6 di mattina, la Festa della donna – ricorda -. Durante la notte era successo di tutto, una notte fatta di corsa tra i letti dei pazienti gravi che con i loro sguardi angosciati chiedevano aiuto e non capivano cosa stesse succedendo. Avevo anche pianto. (da CremonaSipuò)

Ricostruendo il contesto di quella foto, l’infermiera ha rifiutato il ruolo di icona, proponendo di interpretare quello scatto come un memento della stanchezza e della prostrazione di tutto il personale in servizio negli ospedali. Due giorni dopo quella foto, Elena Pagliarini è risultata positiva al Covid ed è scattato l’isolamento domestico. Il decorso della malattia non è stato grave e dopo un primo tampone negativo è in attesa di fare il secondo. La sua energia è già protesa al ritorno in corsia, come ha raccontato a Cremona si può:

“Non vedo l’ora di tornare in mezzo ai miei colleghi e alla mia professione, una professione che adoro. Tutti i giorni si rischia, ma è il mestiere che ho scelto, una scelta di cui sono fermamente convinta. Mi spaventa, invece, psicologicamente l’idea di incontrare gli sguardi che ho visto quella volta. Non li dimenticherò mai, mai. Ho ancora tanta angoscia nel mio cuore”. La stessa angoscia che prova al pensiero di chi non c’è più. “Ho perso degli amici e il papà di uno di loro. Quando tutto questo finirà, dovremo guardarci intorno e vedere chi è rimasto. Ho paura che mancherà qualcuno di cui non mi sono accorta”. (ibid)

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Patrick HERTZOG I AFP
Hôpital universitaire de Strasbourg, ville particulièrement touchée par l'épidémie de coronavirus, 16 mars 2020.

Elena è in forza al Maggiore dal 2005 e al Pronto soccorso dal 2015, dopo essere stata nel reparto di Medicina. Prima ha lavorato come insegnante delle scuole materne, occupandosi di bambini disabili. L’esperienza vissuta e condivisa della fragilità non le manca, eppure i colpi psicologici inferti da ciò che gli occhi hanno visto in queste settimane e che l’anima ha patito in termini di sofferenza lasceranno una ferita non del tutto rimarginabile. Qualcuno ha già paragonato il personale sanitario ai reduci di guerra, e loro stessi sono consapevoli del fatto che nulla potrà mai essere come prima.

Ferite aperte, ma il cuore è in corsia

Mi hanno colpito le parole di un altro infermiere che ha voluto restare anonimo, ma la cui storia è in tutto simile a quella di Elena: anche lui contagiato in corsia è guarito e non aspetta altro che poter tornare a prestare servizio nel suo ospedale, a Rivoli in Piemonte. Intervistato da Torino oggi ha dichiarato:

Stiamo vivendo un periodo difficile, mai visto prima. Dalla signora delle pulizie ai vertici, siamo tutti alle prese con qualcosa di enorme gravità. […] Ci troviamo davanti a situazioni nuove e orribili: tra le cose più difficili, c’è senza dubbio quella di dover comunicare prognosi infauste soltanto al telefono, oppure con una video chiamata. E’ qualcosa di terribile e devastante da un punto di vista psicologico, con il quale poi dovremo fare i conti considerato lo stress che ciò comporta.

E’ il rovescio drammatico di una medaglia tragica da ogni punto di vista: non ci sono solo parenti affranti dal dolore di non poter stare vicino ai propri cari ammalati o in fin di vita. Anche per chi deve comunicare la notizia di un decesso o di un aggravamento è difficile farlo con la mediazione di uno schermo. Non è più facile, tutt’altro. Condividere un lutto personalmente non è solo un atto di carità verso i parenti, e non è solo una formalità da eseguire per medici e infermieri. Che venga a mancare il momento di una compassione vissuta di persona ferisce anche chi deve tornare tra i malati.

E noi che non siamo del settore, ora guadagniamo più consapevolezza di cosa significhi stare in corsia; l’istinto ci porta dunque a mettere sul piedistallo queste figure che oggi rischiano la vita per il bene di tutti. Ma quando il mestiere della cura è svolto con una coscienza piena e coraggiosa comporta una sana e intraprendente umiltà, come quella che ricorda l’infermiere di Rivoli:

Preferiamo stare dietro ai riflettori perché, per noi, il palcoscenico è rappresentato dal malato nella sua interezza. (Ibid)

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