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Ancora qualcuno insiste col dire che san Pietro non giunse a Roma?

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 23/09/19

Una nota e riconoscibile tendenza anticattolica tende ad inquinare il dibattito storico-archeologico sulla presenza del Pescatore di Galilea a Roma per colpire e delegittimare il primato pontificio. Tutto ciò denota un senso storico meno raffinato perfino del senso ecclesiale, perché il Papa esprime la primazia romana ma non la genera. Il discorso sarebbe lunghissimo e complessissimo: qui offriamo soltanto alcuni necessarii prolegomena.

Ho sempre ammirato la memoria del padre Antonio Ferrua, austero gesuita archeologo, la cui mitezza era pareggiata solo dal rigore deontologico: un suo confratello, che visse lungamente con lui, mi raccontò come Pio XII lo esortasse a esporsi con un poco di audacia quanto ai ritrovamenti (oggettivamente suggestivi e notevoli) negli scavi della necropoli vaticana, anche lasciandogli intendere che l’ecclesiastico cui si fosse dovuto un simile ritrovamento avrebbe facilmente meritato la porpora romana… Ferrua però era un ricercatore onesto e ricordò al Papa che l’archeologia non è una scienza esatta, e inoltre che sarebbe stato metodologicamente poco trasparente sostanziare la primazia pontificia (che deriva dal diritto divino) con un ritrovamento archeologico (per sua natura esposto ai rovesci delle ricerche a venire). Aveva appena una quarantina d’anni, altri avrebbero dato un braccio per ricevere la berretta cardinalizia: a lui veniva chiesto “soltanto” un articolo entusiasta… e non lo scrisse. Ebbe molto coraggio, e con la sua costante abnegazione (ebbi modo di scorrere i quaderni dei suoi appunti: ricostruiva epigrafi anche sul retro degli scontrini!) servì lodevolmente la Chiesa e la cattedra Romana.




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La storia delle reliquie di san Pietro – in questi giorni tornata in auge grazie alla spedizione di un frammento delle stesse da Papa Francesco al Patriarca Bartolomeo – è avvincente ma presenta punti nebulosi, domande senza risposte e questioni tuttora aperte: le ricostruzioni di Margherita Guarducci hanno l’ambiguo pregio di assomigliare a quelle di persone così intelligenti che rendono ragione anche di quanto non sembra veramente provato sul piano storico.

Negare che Pietro sia stato a Roma

Ciò detto, e posto quindi in avanti che non si hanno intenzioni più apologetiche che storiche, spingersi ad affermare che Pietro non sia mai venuto a Roma è irragionevole e insostenibile, eppure questo è quanto un amico mi ha indicato proprio all’indomani del dono di Francesco a Bartolomeo, mostrandomi il farneticante delirio di un tale che si professava testimone di Geova: vi si trovavano confusi, come in una maionese impazzita, il dogma dell’infallibilità pontificia, gli scavi archeologici in Vaticano, le fonti documentarie e quelle bibliche. Da una parte l’autore vi affermava che soltanto alle fonti bibliche bisogna prestare fede (ma non se indicano la divinità del Messia, evidentemente…), e dall’altro si appoggiava al discorso del vescovo Joseph Georg Strossmayer (che al Vaticano I criticò l’opportunità di definire il dogma dell’infallibilità pontificia). Di Eusebio di Cesarea egli scrive:

Eusebio, uno degli uomini più istruiti del suo tempo, che scrisse la storia della chiesa fino all’anno 325 dopo Cristo, affermò che Pietro non è mai stato a Roma.

Poco dopo invece afferma che le

testimonianze di terza e quarta battuta […] esplodono dopo la rivoluzione di Costantino attraverso tutta la letteratura promossa da Eusebio di Cesarea al fine di fondare e dare organicità ad una dottrina univoca.

È davvero più facile decifrare gli ambigui segni individuati dalla Guarducci sulla memoria Petri che capire cosa intendesse il Nostro nelle ultime parole di questa frase, ma il bello è che poco dopo egli torni a parlare di Eusebio, definendolo «autore storicamente inattendibile».




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Con le farneticazioni, come si sa, non c’è da perdere tempo, ma perfino da un’accozzaglia di frasi sconnesse si può cogliere l’occasione per fare un po’ di chiarezza. Devono essere chiari tre punti:

  1. è vero (con riserva) che nessuno scritto del Nuovo Testamento fa riferimento a un viaggio di Pietro a Roma;
  2. è vero che la presenza di Pietro a Roma (ma non l’identificazione del luogo del martirio né delle memoriæ) ha molto a che fare con la faccenda del primato (che è primato romano, prima e più che petrino, donde promana il primato pontificio);
  3. è vero infatti che Pietro non fu, se non in senso mistico (diciamo “in pectore”, ma senza esercitare le prerogative papali posteriormente definite) “il primo Papa”, bensì fu uno dei primi pastori (ma non fondatore) di una comunità cristiana romana.

Nessuno, insomma, invita ad assumere acriticamente le dichiarazioni degli autori, tanto più se tardi, ma squalificarli a prescindere in forza di una petizione di principio (come se la Scrittura non ce l’avessero trasmessa sempre essi stessi!) è metodologicamente irricevibile.

Le Scritture

Quanto alla riserva sulle tracce scritturistiche del viaggio di Pietro a Roma, bisogna comunque ricordare almeno la prima delle due lettere che la tradizione canonica attribuisce al Primo degli apostoli, e in particolare il penultimo versetto, quello con cui si concludono i saluti:

Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio.

1Pt 5, 13

Che posto abbia il lavoro redazionale nella stesura di questo testo dal greco elegante eppure costellato di semitismi, è tema ampiamente dibattuto dagli studiosi, come è giusto che sia. Sta di fatto che la “Babilonia” di cui si parlava non era la metropoli orientale bensì il centro dell’impero pagano (l’autore dell’Apocalisse – Apoc 17, 9 – avrebbe ripreso la medesima immagine, ma premurandosi di precisare che questa Babilonia misteriosa sta su sette colli ed ha conosciuto sette re…). La situazione che vi si descrive è di tensione e di pericolo, ma non di aperta persecuzione, e questo ha portato diversi studiosi a sostenerne una datazione alta, coincidente con gli ultimi anni della vita di Pietro.




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La sicumera con cui il confuso autore di cui sopra esclude dalla Scrittura ogni traccia della presenza di Pietro a Roma si spiega solo con una crassa e ciononostante tracotante ignoranza o con l’influenza di una certa tendenza anticattolica a colpire la presenza di Pietro a Roma per delegittimare la primazia. Ciascuno vede da sé quanto siano accettabili tanto la prima quanto la seconda di queste ipotesi.

Clemente Romano e Ignazio di Antiochia

Uno dei punti in cui l’inadeguatezza del donchisciottesco polemista si manifesta più lampante è la sua “premessa sostanziale”: «Fino agli albori del cristianesimo non esisteva un “papa” ma solo dei “vescovi”». In realtà, per tutto il primo secolo ci mancano attestazioni non solo del papato (né romano né di altrove) – poiché la primazia è un’altra cosa, e quella sta nelle Scritture –, ma anche dell’episcopato. Quel che sicuramente esisteva era una serie di strutture presbiterali locali, analoghe (per il poco che ci è dato conoscere) al modello sinagogale che in quegli stessi anni si andava consolidando. Nella stessa Roma, malgrado la ricostruzione di Ireneo (che vedremo tra poco), non abbiamo un vero episcopato monarchico degno di questo nome – cioè con figure giuridicamente forti e autonome – prima di Vittore, il Papa coevo di Ireneo (siamo nel 180). Esistevano però fin da subito delle “figure di riferimento”, delle “autorità morali”, forse dei “primi inter pares”, e uno dei più noti è Clemente, autore della nota “Lettera ai Corinzi”. La quale lettera esiste precisamente perché i cristiani di Corinto, essendo in dissidio interno, cercarono una figura arbitrale e l’hanno individuata non nella più vicina e grande chiesa di Efeso (la quale avrebbe di lì a poco assunto ruolo di metropolia), bensì in quella di Roma. Fatti.




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Abbiamo malauguratamente perso la lettera dei Corinzi ai Romani, ma nella risposta che Clemente scrive a nome della Chiesa di Roma si legge:

[…] veniamo agli atleti che ci sono vicini, prendiamo i nobili esempi della nostra generazione. Per gelosia e invidia le colonne più alte e più giuste sono state perseguitate e hanno combattuto fino alla morte. Mettiamoci davanti agli occhi i valorosi apostoli! Pietro, che per una ingiusta gelosia ha dovuto sopportare non una o due, ma più sofferenze e, avendo così reso testimonianza, se in è andato al luogo di gloria a lui dovuto. Per gelosia e contesa Paolo ha mostrato il premio per la costanza: sette volte in catene, esiliato, preso a sassate, araldo in oriente e occidente ha ottenuto la nobile gloria per la sua fede. Ha insegnato la giustizia al mondo intero, si è spinto sino all’estremo confine d’occidente e ha reso testimonianza davanti ai potenti: così ha lasciato immondo e se ne è andato al luogo santo, essendo divenuto uno straordinario modello di sopportazione. Intorno a questi uomini vissuti santamente si è raccolta una grande moltitudine di eletti, che, per aver patito a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, sono stati uno splendido esempio fra di noi.

Clem., Cor. 5-6,1

Qualcuno ha obiettato: «Non si parla di Roma», in quel testo. Ecco come i testi non si leggono. I primi capitoli del testo sono infatti una specie di scambio di convenevoli tra le due comunità, basta non limitarsi alle due righe citate per capirlo. Il senso è proprio che Clemente e la Chiesa da lui presieduta rispondono alla chiamata di Corinto (della quale riconoscono il nobile gonfalone di matrice paolina) esibendo il proprio. Simonetti infatti commentava:

È il primo indizio dell’esaltazione di Pietro e Paolo come figure di riferimento della chiesa di Roma, il che non implica nessuna idea di trasmissione petrina, proprio perché i punti di riferimento sono due e a pari titolo; è incerto infatti se per l’autore sia più importante Pietro o Paolo, perché le ragioni della retorica consentono entrambe le soluzioni. Pietro è nominato per primo forse perché poteva essere morto prima di Paolo; questi però ha più spazio, forse perché più legato alla comunità di Corinto. […] | […] La memoria comune e il senso di un comune primato si mantenne a lungo nella chiesa di Roma, così come il modello ecclesiale della concordia apostolorum, come attestato dall’Ambrosiaster […]

Manlio Simonetti – Emanuela Prinzivalli, Seguendo Gesù I, 464-465

Pochi anni dopo fu un altro grande autore a cavallo tra i primi due secoli a magnificare la Chiesa di Roma: mentre proprio al centro dell’Impero veniva portato in catene per essere gettato ad beluas, il vescovo di Antiochia, Ignazio (forse il vero inventore e propagatore dell’episcopato monarchico), scrisse sette lettere indirizzate agli altrettanti vescovi di altrettante chiese. Ovvero, le lettere erano sette e sette le chiese, ma i vescovi erano sei, perché – quantunque Ignazio battesse enormemente sull’importanza del vescovo per una Chiesa («dov’è il vescovo, là è la Chiesa», leggiamo nei suoi scritti) – v’era una Chiesa della quale egli non menziona il vescovo, malgrado la lodi come quella assolutamente più importante di tutte. La Chiesa di Roma. Probabilmente perché non c’era, a Roma, un vescovo (come quello che avevano le altre chiese). Leggiamo l’intestazione della sua Lettera ai Romani:

Ignazio, detto anche Teoforo, alla Chiesa che ha trovato misericordia nella grandezza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, amata e illuminata nel volere di colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, il Dio nostro, lei che proprio nel territorio della città di Roma presiede, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di successo, degnamente pura, e che all’amore presiede, nella legge di Cristo, avente il nome del Padre: la saluto nel nome di Gesù Cristo, figlio del Padre; a coloro che sono uniti nella carne e nello spirito a ogni suo precetto, ripieni della grazia di Dio, senza differenze e depurati da ogni tinta estranea, auguro ogni bene senza macchia alcuna in Gesù Cristo, il nostro Dio.

Ign., Rom., prol.

Ricordo Simonetti che, a lezione, restava assorto ogni volta che citava questo passo, e qualche volta (anche ripetendosi), pensava ad alta voce: «Chissà cosa significa “che all’amore presiede”… Non si capisce di preciso, ma è chiaro che è una cosa grande». Un’altra cosa è chiarissima e pure precisa, e viene proprio dal contrasto tra l’enfasi dell’intestazione e la mancanza del riferimento al vescovo: non è il Papa che partecipa a Roma la sua primazia, bensì è il Papa che storicamente esprime la primazia romana, la quale – come si vedeva già dal testo di Clemente – dipende dalla sua peculiare apostolicità e non dall’essere la sede dell’impero (Ignazio difatti cita quel dato come accidentale).


PATRIARCHA BARTŁOMIEJ

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Tacito e Ireneo

Pochi anni dopo il martirio di Ignazio al Colosseo, fu Tacito a dare una conferma dei dati espressi da Clemente, parlando delle “folle ingenti” (dato che comunque ci è difficile quantificare) raccoltesi attorno alla persecuzione in cui caddero – probabilmente con una qualche anteriorità di Pietro su Paolo – i due apostoli.

Attivo nella seconda metà del II secolo, Ireneo scrive fu il primo (poco prima di Tertulliano) a tentare una ricostruzione lineare che mettesse in una correlazione diretta la primazia petripaolina (l’accentramento sulla figura petrina sarebbe arrivato soprattutto dal IV secolo in poi) con l’episcopato romano, che proprio nei suoi anni si andava consolidando. Leggiamo perciò nella sua opera principale:

Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli.

Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell’episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l’episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione e davanti agli occhi la loro tradizione.

Iren, Adv. Hær. III, 3,2-3

Le figure di Lino e Anacleto sono puri nomi, per noi, e viene il sospetto che anche Ireneo cerchi di colmare il vuoto delle fonti col rimando alle lettere tritopaoline. La forzatura più evidente sul piano storico, tuttavia, è la volontà di attestare che furono Pietro e Paolo a fondare la Chiesa di Roma: questo sarà pure necessario per l’impianto ecclesiologico di Ireneo (che contro gli gnostici brandiva la genealogia episcopale delle comunità cattoliche), ma appare difficilmente conciliabile col fatto che Paolo incontri nel 49 (anno in cui con ogni probabilità Pietro era impegnato ad Antiochia) Priscilla e Aquila esuli da Roma dopo l’editto col quale Claudio si toglieva di mezzo ai piedi «i giudei, che litigavano continuamente su istigazione di Chresto [sic!]» (così Svetonio).


Papa Francisco exercicios espirituais 2018

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Non ci è possibile stabilire chi abbia portato a Roma il cristianesimo, mentre siamo portati a escludere che siano stati Pietro e/o Paolo: ciò non toglie però che l’uno e l’altro siano stati a Roma, eccome, e che entrambi vi siano morti martiri negli anni ’60 del primo secolo.

La ricostruzione di Eusebio

Nel IV secolo Roma avrebbe cercato di radicare ancora di più la propria autorità ecclesiale/ecclesiastica nel primato petrino, valorizzando teologicamente momenti evangelici come la confessione di Pietro; tale era però l’intento dei romani pontefici, soprattutto da Damaso in poi, certo non di Eusebio, uomo di fiducia nel think tank di Costantino (il quale lavorava per il consolidamento della propria città, Costantinopoli, e non della vecchia Roma!). Che però la primazia ecclesiastica romana avesse una propria radice nel coincidere con la capitale dell’impero è un’impostura inusitata prima del Costantinopolitano I (381), e anzi lì si vide che la “nuova Roma” cercava di fare “il gioco delle tre carte” per accreditarsi sullo stesso piano primaziale della “antica Roma” (e inventando mitologiche storie sulla – mai prima d’allora attestata – fondazione della chiesa locale da parte di Andrea, guarda caso fratello di Pietro).




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Insomma, il piatto era grosso e molti cercarono di prendervi parte, anche sgomitando (qualche volta in malo modo), ma Eusebio era un uomo mediamente onesto, oltre che uno col coraggio delle proprie idee teologiche (aveva simpatie ariane, benché moderate), e nella sua ricostruzione diede conto della radice apostolica del primato romano:

Si dice infatti che, al tempo di Nerone, proprio a Roma Paolo venne decapitato e Pietro crocifisso. Il nome di Pietro e Paolo, giunto fino ai nostri giorni sulle loro tombe, che si trovano a Roma, attesta la veridicità di questa storia, e così pure un uomo ecclesiastico, di nome Gaio, che visse al tempo di Zefirino, vescovo di Roma. Egli, disputando nei suoi scritti con Proclo, capo della setta dei Frigi, dice queste cose sui luoghi che custodiscono le sacre spoglie dei suddetti apostoli: «Io sono in grado di mostrare i trofei degli apostoli; andando infatti al Vaticano o lungo la via Ostiense, vi troverai i trofei di quelli che hanno fondato questa Chiesa». Che furono martirizzati entrambi nello stesso periodo lo conferma il vescovo di Corinto Dionigi nella sua lettera ai Romani, dicendo: «Voi avete unito, con una simile vendetta, le piante innestate a Roma e a Corinto da Pietro e Paolo. Noi siamo infatti il frutto dell’insegnamento che essi diffusero nella nostra Corinto e, ugualmente, anche in Italia; per questo furono martirizzati nello stesso tempo».

Eus., HE II,25,5-8

Negli scavi novecenteschi sotto all’altare di San Pietro venne fuori appunto che la basilica rinascimentale era costruita precisamente sopra quella costantiniana, e che qualche metro sotto l’altare di quella costantiniana si trovava, dunque a livello di ipogeo, un’edicola che fu appunto chiamata “Trofeo di Gaio”. Ora si può discutere quanto si vuole della storia delle basiliche e dello stato delle cose nel IV secolo, nonché dei graffiti in cui la Guarducci volle leggere (a torto?) le parole “Pietro è qui”, ma i fatti coralmente attestati da reperti archeologici e fonti documentarie dicono di una memoria costante e tuttora dimostrabile della presenza di Pietro in Vaticano e a Roma, almeno a partire dagli ultimi anni/decenni del I secolo (ossia dall’indomani della morte dell’apostolo).




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Cosa più importante, però, e della quale maldestri apologeti del cristianesimo sovente si scordano, è che la memoria di Pietro non è mai disgiunta da quella di Paolo (forse le due sono collegate perfino nelle fantasiose peripezie delle Recognitiones pseudo-clementine, sotto la maschera drammatica di Simon Mago!), e che anche mille e passa anni dopo gli sforzi di Damaso e Leone Magno quando si dovettero scegliere le statue da mettere in piazza san Pietro non si optò (come nella Basilica Ostiense) per un puro criterio di rappresentatività archeologica, bensì si insistette sull’abbinamento delle “due colonne” della Chiesa di Roma. Del resto, quando Pio XII nel 1950 definì il dogma dell’Assunzione al Cielo di Maria in corpo e anima (prima e finora unica volta che veniva usata la famosa “infallibilità pontificia”), accennò alla primazia petrina nel lungo preambolo, ma nel testo della definizione vera e propria citò due volte i due apostoli, sempre e solo in coppia, sia per invocarne l’autorità sia per minacciarne l’indignazione.




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Ed è difficile che si dica qualcosa di sensato sulla presenza di Pietro o di Paolo a Roma – moltissimo resta ancora da dire – prescindendo da questi pochi appunti.

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