Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!
Aleteia

Soffrire di depressione non è una colpa e guarire non è una magia

SADNESS
Foto di Luis Galvez su Unsplash
Condividi

Ciò che come esseri umani attraversati dalla sofferenza desideriamo è certo guarire e stare bene, ma prima di tutto essere amati, ascoltati con compassione, guardati a lungo. Non respingiamoci a suon di sentenze, inspiring stories e motti di santi usati non sempre a proposito. Ti amo ora, mentre sei poco amabile. Ti sto vicino adesso, mentre sei preda dell’angoscia. Sei un bene prezioso anche se sai solo piangere o rispondere bruscamente.

I social possono essere occasione di ascolto vero

Come succede a tante persone attive sul web, mi capita spesso di ricevere racconti personali e confidenze. Persone sconosciute o almeno lontane che ci arrivano addosso grazie a quel tunnel che ci precipita tutti nelle case di tutti, i social. E cosa cercano, cosa cerchiamo in un’altra persona che forse ci è parsa in qualche modo adatta, che ha tradito una qualche disponibilità? Non tanto aiuto o meglio aiuto, sì ma innanzitutto nella forma della comprensione e prima, necessariamente, dell’ascolto, del tipo vero, quello intero e compassionevole.

Le nostre vite, a volte pare, sono come soldati di leva lanciati in campo aperto, incontro ad un nemico che si conosce poco, sotto grandinate di colpi che arrivano da ogni lato e poi polvere, fumo, urla. Siamo mal equipaggiati e costretti a combattere una battaglia che a volte dobbiamo ancora capire. Chi ci odia a tal punto? Chi dobbiamo colpire e perché? Come sono finito qui? E siamo tanti, in condizioni pressoché simili eppure soli. Così ci sembra, a volte, no?

Pensando a questo, con ancora nelle orecchie la voce flebile di un’amica lontana schiacciata (non vinta sorellina, vedrai!) da un’improvvisa quanto severa forma di depressione, pochi giorni fa ho scritto un post sul mio profilo Facebook, di getto.

Posso segnalare un rischio del pensiero cattolico (a pensarci meglio non solo e non propriamente cattolico. Anche il mondo ce lo dice, per altre ragioni)? La depressione non è colpa di chi ne soffre. Essere sempre positivi, col mordente giusto sulla vita, certi ed ottimisti non è sempre la boa che segnala la presenza di una buona ancora di fede. Ci sono prove particolarmente dure, indoli differenti, storie aspre ben più di altre. Ci sono prove particolarmente dure, particolarmente lunghe, senza tanti comfort. Ci sono prove lunghe, dure, estenuanti che implicano spesso la solitudine (non voluta, subita). Non affibbiamo al sofferente anche il peso di sentirsi colpevole del proprio stato. Di sicuro ci sono atteggiamenti da correggere, abitudini sane da prendere e cattive da abbandonare. Di sicuro conoscere l’amore di Dio cambia tutto, ma sappiamo che siamo nel regno del già e non ancora. Non semplifichiamo.

A parte la tristezza di autocitarsi (ahahahah!), ve lo racconto perché diversamente da tanti altri post, passati quasi inosservati, questo ha ricevuto una risposta consistente che dura da giorni. Ed ha generato tanti messaggi privati. Non me lo aspettavo, la mia intenzione era solo esprimere una considerazione parziale su un’esperienza parziale, la mia. Di amica, confidente, e a volte anche di sofferente in prima persona, sebbene non di depressione.

I modelli aiutano eccome. Ma a trovare il proprio

Promuovere e diffondere indicazioni di igiene mentale smarrite, suggerire strategie che mantengano alto e stabile il tono dell’umore o perlomeno senza eccessivi picchi in alto e in basso è un atto di vera carità. Continuiamo a farlo, soprattutto i più esperti ed autorevoli tra noi; troviamo nuovi argomenti, esempi e testimonianze, fanno tutte del bene.

Eppure il rischio di spingere troppo sul positivo, su “come fare a farcela”, sui trucchi che funzionano, può essere riduttivo o addirittura finire per opprimere ancora di più chi sia in seria difficoltà. Certo, non possiamo usare il criterio “forse questa parola offende qualcuno” perché sui social è praticamente sicuro che sarà così. Occorre dire la verità, certo. Ma sul tema depressione e sofferenza dell’anima (che spero di accostare non troppo indebitamente) forse bisogna anche provare a mettere sul tavolo un’offerta che si vede di rado: la disponibilità all’ascolto e alla compassione, prima di ogni giudizio e soluzione. Sapete cosa? Credo che chi si trova oppresso e faccia lo sforzo di chiedere aiuto tema che la rapida proposta di una soluzione al problema sia l’inevitabile preludio della distanza che ne seguirà, come se si sentisse dire: “Ti aiuto così poi posso andarmene un po’ più in là, via da te e dal peso che porti”. E’ un’impressione solo mia? Ovvio, la prossimità artificiale dei social è ingannevole: non possiamo farci confidenti e amici di centinaia o migliaia di persone.

Se ci sentiamo tristi fino alla morte, se non proviamo stati d’animo leggeri e positivi da troppo tempo e il massimo che ci riesca di fare è non soccombere usando per questo risultato “minimo” tutte le forze residue, confrontarci con modelli risolti, che provengono da storie terribili ed estreme, dalle quali altre persone sono uscite definitivamente (forse con momenti di alti e bassi che in un breve scritto non possono essere resi nel dettaglio), non può che abbatterci ancora di più. Ci troviamo a pensare che solo mettendo in atto quei comportamenti, assumendo quei pensieri, facendo nostre quelle massime usciremo dal nostro stato. Si tratta “solo” di seguire le indicazioni, no? Mentre se ci pensiamo bene la caratteristica comune di tante di queste storie di rinascita consiste nel fatto che ognuno ha trovato la propria strada, ha scoperto di sé qualcosa che è solo suo, ha cercato sulla porzione di roccia ripida che doveva salire gli appigli più vicini alla sua mano.

L’esperienza del dolore interiore va accolta prima di essere superata

La nostra vita non è un sviluppo dal meno al più, continuo e regolare, la guarigione stessa non lo è. Le conquiste interiori non sono come le sorti, magnifiche e progressive. Non senza essersi fatte prima carsiche, nascoste nel ventre scuro della nostra anima terrosa, non senza morti, non senza notti, non senza croci. Tutti vogliamo vivere da risorti, anche quando remiamo contro noi stessi; ma imparare a desiderarlo e proseguire sulla strada che esce dai nostri diversi sepolcri è impresa ardua, e lo diventa di più se attorno a noi sentiamo solo risuonare generici appelli alla gioia, inviti a trovare il positivo, frasi ispirate che però potrebbero essere dette a chiunque e non a noi, ora. Cerchiamo un tu, qualcuno che si faccia veramente nostro prossimo.

Non tutto dipende da noi, né per quanto riguarda le condizioni esterne né per quanto riguarda quelle interne. Non ci possediamo totalmente, non ci manovriamo come una macchina. Siamo davvero un mistero a noi stessi, un intreccio complicato, siamo profondi in modo spaventoso.

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni