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In & Out dalla Chiesa: quando e come si smette di “essere cattolici”?

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Come si fa a capire quando si è dentro e quando si è fuori dalla comunità dei credenti? La questione è tanto delicata quanto – paradossalmente – poco decidibile: sulla scorta del grande Origene di Alessandria, però, cerchiamo di offrire qualche strumento di pensiero.

Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum
et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est et nota devotio
.

Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli.
Ricordati di tutti i presenti, dei quali conosci la fede e la devozione.

(Dal Canone Romano)

Ormai è più di qualche anno che, quando ne ho l’occasione, ripeto che uno degli elementi più inquinanti del panorama cattolico moderno e contemporaneo (peraltro sempre più marginale e irrilevante sul piano secolare e “comune”) è la sovraesposizione del Papa. Non il Papa, attenzione, il cui ministero prezioso – non per nulla di diritto divino! – è al servizio della pace, della tutela, dell’unità e della saldezza della Chiesa: dico proprio della figura personale dell’uomo che volta per volta si trova a presiedere la cattedra della chiesa che «presiede nella carità la comunione fra tutte le chiese». Dico i libri sui libri che stanno sul comodino del Papa; sui libri che stanno sui comodini dei parenti del Papa; sulle canzoni, sui film, sui comici preferiti del Papa. Tutto questo bazar, mosso in fondo da interessi commerciali e d’immagine (e i cui gingles, grazie a Dio, non giungono troppo oltre i confini d’Italia), induce nelle menti l’opinione falsa ed erronea per cui “essere cattolici” significherebbe (o comporterebbe) “avere un’opinione sul Papa” (ovvero su quello che ogni giorno fa/dice/scrive/pensa).

Alla ricerca di un criterio

Ma allora che cosa vuol dire “essere cattolici”, oppure – che è un altro modo di chiedere la medesima cosa – come si fa a “smettere di essere cattolici”? La fede in Gesù, certo. Quindi il riferimento all’Evangelo, giusto. A cascata, ancora, l’adesione alla dottrina e alla morale della Chiesa. Verissimo anche questo, ma è evidente che quanto più proseguiamo nella progressione, tanto meno risulta chiara la condizione dell’appartenenza mistica alla Chiesa (perché di questo, in fondo, si parla): che non possa essere o dirsi cattolico chi non crede in Gesù è quasi lapalissiano; ben più difficile asserire che sia fuori dalla Chiesa chi – ad esempio – divorzia (e l’indissolubilità del matrimonio è chiaramente scritta nel Catechismo). O ancora, è più distante dall’“essere cattolico” chi divorzia, magari continuando a professare cerebralmente l’unicità e l’indissolubilità del vincolo coniugale; o chi non divorzia e ha perfino una bella vita coniugale, ma teorizza e insegna contro quel contenuto dottrinale? Come si vede, tante cose sono centrali, nel cristianesimo, ma solo Cristo è il centro: quanto meno strettamente ci si riferisce a Lui, tanto più labile sarà la certezza della risposta.

Non vogliamo tuttavia parlare qui delle controversie – anche recenti – sulla dottrina matrimoniale (l’abbiamo già fatto altre volte), bensì considerare quella realtà mistica e pertanto invisibile che è l’appartenenza al corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa. Collaterale a tale questione ce n’è un’altra, e se questa può sembrare di lana caprina si consideri quanto è pericolosa l’altra, ossia la disputa se la Chiesa debba essere un popolo di perfetti o possa permanere santa benché composta da peccatori.

Sono tutte cose arcinote, oggi, ma ci corre l’obbligo di ricordare che nulla di quanto oggi siamo tentati di considerare perfino banale è stato assodato senza aspre frizioni ecclesiali, talvolta cruente. Papa Francesco ha detto che le persone divorziate «non sono affatto scomunicate […] e non vanno assolutamente trattate come tali: esse fanno sempre parte della Chiesa». È non è stata una rivoluzione: quando il suo predecessore Cornelio disse pressappoco lo stesso dei lapsi, invece, ad alcuni parve che lo fosse. E in realtà neppure allora stava avvenendo altro, col senno di poi, che una chiarificazione dell’autocoscienza ecclesiale.

Lo scisma donatista avrebbe poi portato a massima esasperazione l’argomento, con lo scontro sulla dignità dei ministri e dei sacramenti da loro amministrati: emblematico è, tuttavia, che sarebbe stato un prete donatista (tale Ticonio) a mettere nero su bianco le regole esegetiche per l’interpretazione dei passi scritturistici relativi alla questione; anzi l’avrebbe fatto tanto bene che perfino Agostino – irriducibile avversario dei donatisti – avrebbe adottato le sue conclusioni. E tutti noi con lui.

Queste però sono vicende intricate che sarebbe lungo e arido richiamare meno che succintamente, mentre vorrei rispondere alla domanda (anche stavolta abbiamo preso spunto dalla mail di un lettore) sulla scorta di un gigante e riferendomi a pagine della Scrittura in possesso di tutti, confrontate con esperienze da tutti condivisibili. Il gigante è Origene, e l’ho scelto oltre che per la straordinaria acutezza della sua visione teologica (agli inizi del III secolo vedeva cose che altri non avrebbero avute chiare neppure nel VII) anche perché egli stesso, che pure meritò l’appellativo di “magister ecclesiarum”, subì un ostracismo postumo per il quale fu sospettato di eresia e di estromissione dal corpo ecclesiale.

L’Omelia XIV di Origene sul Levitico

Una delle doti più meravigliose dell’Alessandrino – che per il suo carattere indomito fu chiamato anche “Adamantios” (l’uomo d’acciaio) – consiste nella straordinaria abilità di ricavare esegesi spiritualmente ricchissime da pagine aride come poche altre: basti dire che le omelie sul Levitico e sui Numeri (in assoluto due tra i libri “meno avvincenti” della Bibbia) entrano a mani basse tra le opere più avvincenti di Origene. Appunto dalla quattordicesima omelia sul Levitico intendo riportarvi densi passaggi per offrire una risposta più esauriente alla domanda di cui trattiamo. Essa fu probabilmente pronunciata intorno al 240 d.C., dunque a Cesarea di Palestina, e ci è giunta nella traduzione latina prodotta da Rufino di Aquileia nei primi anni del V secolo. Ed ecco la breve pericope partendo dalla quale il Magister sviluppò una tanto coinvolgente esegesi che meritò di sopravvivere nei secoli a dispetto delle calunnie gettate sul suo autore:

Ora il figlio di una donna israelita e di un egiziano uscì in mezzo agli Israeliti; nell’accampamento, fra questo figlio della donna israelita e un israelita, scoppiò una lite. Il figlio della Israelita pronunciò il Nome e maledisse; perciò fu condotto da Mosè. La madre di quel tale si chiamava Selòmit, figlia di Dibri, della tribù di Dan. Lo misero sotto sorveglianza, finché fosse deciso che cosa fare per ordine del Signore. Il Signore parlò a Mosè: «Conduci quel bestemmiatore fuori dell’accampamento; quanti lo hanno udito posino le mani sul suo capo e tutta la comunità lo lapiderà […]».

Lev 24, 10-14

Un semplice fatto di sangue, per giunta dai contorni vagamente tribali, diremmo. E invece Origene non si rassegna mai all’apparente aridità della pagina biblica: «Se questa è Parola di Dio – e lo è –, allora neanche uno yod che la compone può dirsi “buttato lì”, “tanto per…”». Quindi l’Alessandrino si rimboccava le maniche e scovava tutti i possibili rimandi ad altri passi scritturistici, coi quali rischiarare l’apparente oscurità del testo in discussione. Ogni allegoresi, in Origene, è pertanto preceduta da uno scrupolosissimo lavoro filologico di stabilimento del testo, seguito da una non meno rigorosa spiegazione del senso letterale. Ma è finalmente il momento di lasciare la parola a lui.

Esaminiamo anzitutto che cosa voglia dire il senso letterale del testo proposto; benché essa sembri chiara fino alla banalità, cerchiamo tuttavia di tenerla sotto osservazione con più chiarezza ancora. Raffiguriamoci un uomo che goda della nobiltà del nome istruita da parte di padre e da parte di madre; e un altro che ne goda da parte di madre soltanto, non da parte di padre – uno, per così dire, nobile soltanto da un lato, e dal lato che non viene dal padre (che sembrerebbe senza dubbio migliore), bensì dalla madre (e che dunque vale meno). […]

Se dunque hai seguito con attenzione questi due uomini, uno completamente nobile e l’altro solo in parte, osservali adesso “mentre litigano”; in tale disputa quello nato dal padre egiziano e dalla madre israelita «pronunciò il Nome e maledisse». […] Ecco il contenuto del senso letterale; vediamo adesso quale ne sia la spiegazione spirituale che deve edificare la Chiesa.

Prima di tutto il testo dice: «Il figlio di una donna israelita e di un padre egiziano uscì». Donde sia uscito e dove vada, non lo si legge. I due uomini si trovano però ad essere nel campo, come indica la Parola del Signore: «Conduci l’uomo che ha maledetto fuori dal campo». E se viene portato fuori, va da sé che stava dentro. Allora cosa significa il fatto che non fosse uscito dal campo, cosa che di lui dice la divina Scrittura – «Il figlio di una donna israelita uscì» –? Da parte mia, penso che la parola divina voglia insegnarci che di chi pecca si può dire che “esce” in due maniere. Infatti anzitutto esce dal buon proposito, dal pensiero retto: esce dal cammino della giustizia, esce dalla Legge di Dio. Ma poco dopo, una volta che sia stato confutato per il proprio peccato, esce anche dall’assemblea e dalla comunità dei santi. Come dire, ad esempio: uno dei fedeli ha peccato, e questo – anche se non è ancora escluso dalla sentenza del Vescovo – tuttavia già per il peccato che ha commesso è stato allontanato; benché sia dentro la Chiesa, nondimeno è allontanato, è fuori, separato dalla comunità e dalla concordia dei fedeli.

Dunque, il figlio di un padre egizio e di una madre israelita uscì. Colui che è completamente fuori dalla fede è tutto egizio, ma chi sta fra noi e pecca sembra sì, da una parte – quella per cui crede in Dio – di origine israelitica; ma per quella parte da cui pecca sembra di origine egizia. La Scrittura ha dunque presentato due uomini in disputa, uno totalmente israelita, che discute ma non ha peccato; quello di cui essa indica il peccato, invece, lo segnala come largamente contaminato dalla stirpe egizia: contro di lui l’israelita disputa, e forse anche con ragioni giuste e salde. Anche nell’Esodo, infatti, un israelita e un egizio hanno una disputa, e lì l’israelita vince e l’egizio soccombe [cf. Ex 2, 11].

Allo stesso modo anche io, oggi: se difendo la verità, se lotto per la fede della Chiesa contro chi da una parte crede in Cristo e accoglie le Scritture, ma non riceve totalmente e fedelmente il loro senso; io disputo contro colui che è israelita da parte di madre ma egizio da parte di padre. Dunque essere – per l’atto della fede e per la confessione del nome – cristiani e cattolici significa essere israeliti dall’una e dall’altra parte. Invece essere cristiani per la professione, ma eretici e deviati nell’intelligenza della fede, significa avere una madre israelita ma un padre egizio.

Come accade tutto ciò? Quando si leggono le Scritture e si segue il senso letterale ma si respinge l’interpretazione spirituale, si ha una madre israelita – la lettera; e poiché non si segue il senso spirituale bensì quello carnale si ha per padre un egizio. E allora si finisce in conflitto con l’uomo di Chiesa, contro il cattolico che – da una parte e dall’altra – è israelita (israelita secondo la lettera e israelita secondo lo spirito) per il fatto che in sé stessi si è israeliti secondo la lettera ma egizi secondo lo spirito. E che succede ai due uomini in disputa? Fatalmente, quello che segue il senso carnale – come discendendo da un egizio – «pronuncia il Nome e maledice». Pronuncia il nome di Dio e lo pronuncia con maledizione; perché nega che egli sia il Creatore del mondo, nega che sia il Padre di Cristo. Noi, al contrario, che dall’una e dall’altra parte siamo israeliti, difendiamo sia la lettera sia lo spirito nelle sacre Scritture, e disputiamo contro coloro che per metà sembrano israeliti; affermiamo che non bisogna né maledire sul piano letterale né bestemmiare secondo il senso spirituale.

Quanti forse per la prima volta si trovano davanti a una pagina di Origene saranno probabilmente sballottati dal caleidoscopio di riferimenti, allusioni e concetti che – distantissimi fra loro, se li si dovesse pensare astrattamente – risultano concretati come d’incanto nel fluido incedere dell’Alessandrino: all’improvviso i due anonimi personaggi della pagina veterotestamentaria non sono più delle scialbe sagome che giustamente anche l’agiografo ha lasciato senza nome, ma due specchi per i credenti e per l’intera coscienza ecclesiale, i cui nominativi appaiono provvidamente vuoti perché ciascuno possa provare a calarsi in questi o quei panni.

Il criterio della “gemina caritas” e il principio d’indeterminatezza

L’omelia prosegue per diverse altre pagine (nell’antichità le omelie – almeno quelle dei grandissimi, che non a caso ci sono pervenute – potevano durare anche una o due ore, e con l’uditorio appeso alle labbra degli oratori), e certamente non ha senso che le riportiamo tutte qui. Due punti ancora però mi sembra utile riferirli, poiché in essi Origene offre altrettanti spunti strettamente inerenti alla nostra domanda di partenza. Il primo è sulla maledizione: per “fluidificare” le traduzioni, infatti, molte versioni rendono “il figlio dell’israelita maledisse Dio”, ma la nuda lettera del testo riporta la stridente forma “pronunciò il Nome e maledisse”. E Origene può fare i più mirabili voli pindarici nell’allegoresi, ma non si azzarderebbe a torcere al testo uno yod.

A questo proposito, da parte mia sono molto colpito dal fatto che nella pericope che abbiamo fra le mani la Scrittura non dica espressamente che l’uomo nato da un egizio maledice Dio, bensì nota soltanto che «pronunciò il Nome e maledisse», lasciando aperta la questione se maledicesse Dio o l’uomo. Ed eccone la ragione, a quanto mi pare: essa non ha voluto dire apertamente di Dio per non dare l’impressione di permettere la maledizione in caso si tratti dell’uomo; ecco perché serba la vaghezza sia su Dio sia sull’uomo, perché impariamo ad astenerci dall’una e dall’altra maledizione.

Ciò non significa affermare che le due maledizioni siano complanari o comparabili, ma in qualche modo adombra un’analogia. La stessa sarebbe stata esplicitata, del resto, nelle lettere apostoliche: «Se uno dicesse “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20).

Si sarebbe così tentati di stabilire il duplice comandamento dell’amore, in cui Cristo stesso ricapitolò e sintetizzò la Legge e i Profeti (cf. Gv 13, 34) – Agostino avrebbe detto la “gemina caritas” – ma pure questa sarebbe un’indebita forzatura della realtà mistica – e quindi impalpabile, realissima e vivificante ma inafferrabile, come l’aria che si respira – della Chiesa e dell’appartenenza ad essa. Per questo mi pare importante ai nostri scopi proporre un ultimo passaggio dell’omelia di Origene:

A tale proposito, penso che se [quell’uomo] non fosse uscito non avrebbe avuto una disputa con un vero israelita, né avrebbe pronunciato il Nome e male-detto. Uscì infatti dalla verità, uscì dal timore di Dio, dalla fede, dalla carità e – come dicevamo sopra – così si esce dal campo della Chiesa, anche se non si viene rigettati dalla voce del Vescovo. D’altro canto alle volte capita che qualcuno venga cacciato e rigettato fuori da un giudizio ingiusto di quanti presiedono la Chiesa. Ma se questi non è prima uscito per conto proprio – vale a dire se non ha agito in modo da meritare di “uscire” – non subisce da ciò alcun danno, perché è mediante un giudizio iniquo che sembra escluso dagli uomini. Così capita talvolta che chi è cacciato fuori sia in realtà dentro, e che qualcuno che sembri stare dentro sia in realtà fuori.

Ecco, per questa ragione la Chiesa – in quel quotidiano, primitivo e sublime momento di autocoscienza che è la celebrazione eucaristica – raccomanda a Dio “i suoi servi e tutti i presenti”, e lo fa con questa non tautologica endiadi: la Chiesa ha le sue regole e non può fare a meno di averne, ma se anche esclude qualcuno dai propri momenti vitali, essa sa bene che «tutti vivono per Dio» (cf. Lc 20, 38), e non osa assumere che i servi e le serve di Dio siano tutti e solo quanti appaiono radunati in essa (“circumstantes”). In quel momento solennissimo la Chiesa loda Dio affermando che dei suoi servi e delle sue serve il Signore – ed Egli soltanto – conosce la fede e saggia la devozione.

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