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Il marito è il capofamiglia, ma i coniugi si “moderano” a vicenda. La lezione di Agostino a Ecdicia

SAINT PRISCILLA,AQUILA
Shutterstock
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Torniamo su un tema sollevato da una pagina inedita di Gilbert Keith Chesterton che ieri abbiamo voluto pubblicare nella festa del papà. La difficoltà di tenere insieme la reciprocità e la specificità, nella teologia del matrimonio, è antica quanto il cristianesimo: la moglie deve essere sottomessa al marito, ma entrambi si devono mutua sottomissione nel Signore. Per uscire dall'(apparente) gioco di scatole cinesi vi proponiamo alcuni passaggi di una lettera del santo vescovo di Ippona a una sua figlia spirituale, la quale stava mandando all'aria il matrimonio e la famiglia… da quanto era devota!

Un ottimo articolo di Annalisa Teggi ha rilanciato ieri, a mezzo di un inedito chestertoniano, il tema della “gerarchia matrimoniale/famigliare/domestica”. L’apologeta inglese scrive, nel passaggio a mio avviso centrale in questa faccenda:

[…] Il fondamento originario di una famiglia è il consenso, cioè la condivisione di certi spontanei attaccamenti che accadono anche nel regno animale e vegetale. Per questo motivo il padre di famiglia non è mai stato definito «il re della casa» o «il sacerdote della casa» o persino «il papa della casa». Il suo potere non è dogmatico e non è così ristretto da poterlo definire tale. Viene invece chiamato «il capo di casa», cioè la testa della casa. L’uomo è il capo della casa, mentre la donna è il cuore della casa. Il capo (o testa) è la parte del corpo che parla.

Il capo (o punta) di una freccia non è più necessario dell’asta. La punta di un’ascia non è più necessaria dell’impugnatura; al mero scopo di combattere preferirei rimanere con la sola impugnatura dell’ascia in mano, piuttosto che con la sola lama. Ma il capo (o la punta) di un’ascia e di una freccia sono la parte che entra per prima; è ciò che parla. Se voglio uccidere un uomo con una freccia, la punta è il mio portavoce. Se spacco il teschio di un uomo con un’ascia, è la lama dell’ascia che apre la disputa – e la testa.

Risulta chiaro che il metodo dello scrittore procede – come spesso avviene nella sua opera – per osservazioni linguistiche sulle parole: il metodo è arricchire l’etimologia a partire dal semantema e viceversa. Così i modi di dire sulla “testa” di un’ascia (il greco direbbe invece “la bocca”, l’italiano “il filo”) gli permettono di trarre queste considerazioni pratiche:

[…] se un militante politico bussa alla porta per perorare la causa dei Radicali Conservatori o dei Conservatori Radicali, sono io quello che deve andargli incontro. Se un ubriaco entra nel mio giardino e si mette a dormire sulle nostre aiuole, sono io quello che deve andare a controllare la faccenda. Se un ladro gira per casa di notte, sono io che devo parlargli. Perché io sono il capo, sono quella fastidiosa escrescenza sulle spalle che apre la discussione col mondo.

A leggere questa pagina – per la quale intendo ringraziare pubblicamente Annalisa – mi sono ricordato di quante volte mia moglie mi ha pungentemente costretto ad “aprire la discussione col mondo”: con il ragazzo delle pizze, con l’agente immobiliare, con l’avvocato, col commercialista (anzi no, lì è proprio meglio che io tolga il disturbo…) – «Parla tu che sei il capofamiglia – mi dice –, è meglio». A questo punto mi tocca dire che mia moglie non veste il burka e non teme di parlare: ha conseguito titoli e vinto concorsi pubblici, ha già insegnato a centinaia di adolescenti la tecnica e l’arte delle parole (in italiano, latino e greco)… e ovviamente molti dei suoi alunni sono dei ragazzi (maschi) – dunque non ne fa certo una questione di sesso. “Sei tu il capofamiglia”, dice invece mia moglie, e con questo arriviamo al paradosso per cui io devo prendere posizioni di controllo ad extra perché me lo impone mia moglie ad intra. Del resto Chesterton aveva scritto proprio un soffio sopra:

Se autorità significa potere (e non lo significa), penso che la moglie ne abbia molto più del marito. Nella stanza in cui sono seduto, mi guardo attorno e considerando tutti gli oggetti che ci sono – il loro colore, chi li ha scelti, chi ha pensato alla collocazione – mi sento come se fossi l’unico uomo abbandonato su un pianeta di donne.

Ora, non ci crederete ma tutto questo – soprattutto le immagini di mia moglie, del ragazzo della pizza e dell’avvocato – mi hanno ricordato un’importante lettera di sant’Agostino, ma prima che ve ne parli vi debbo un antefatto: tenetevi forte perché è roba tosta.

La famiglia del “Monastero Bianco”

Immaginatevi una famigliola composta da marito, moglie e figlio preadolescente. La moglie vuole tanto santificarsi, così a un certo punto prende e decide di formulare voti di perfetta continenza (sic!) all’interno del matrimonio. Il marito resta un po’ sorpreso ma capisce le buone aspirazioni della moglie, che peraltro ama teneramente: quindi, anche se non era stato coinvolto a monte nella decisione, acconsente al desiderio della moglie e sottoscrive i voti. Le cose gli vanno meno a genio quando, sempre di punto in bianco, la moglie prende e decide di rifarsi il guardaroba – tutto da vedova (sic!). Il marito borbotta – comprensibile che non gli faccia piacere vedersi dichiarare morto dall’abbigliamento della moglie – ma cerca di mandar giù anche quest’altro boccone, finché un giorno tornando a casa trova, come si direbbe, “la goccia che fa traboccare il vaso” se non fosse troppo poco chiamarla “goccia”: sempre volendosi santificare tanto, quel giorno la moglie aveva preso e deciso di dar via buona parte dell’intero patrimonio di famiglia a due sedicenti monaci, mai visti prima e non meglio identificati, che dicevano di averne bisogno per fare del bene. «Adesso basta!», sbotta il marito: «Questa cosa ti è sfuggita di mano al punto che neppure pensi più al futuro di nostro figlio». Detto, fatto, il marito prende il ragazzo e se lo porta via: trova una nuova casa lontano di lì e si porta a convivere un’altra donna, con la quale – è dato saperlo – fa fuochi d’artificio a letto. Quasi a dimostrare a sé stesso, alla moglie e al mondo, di essere tutt’altro che morto.

La storia può sembrarvi assurda ma vi assicuro che è precisamente quanto avvenne a una figlia spirituale del Vescovo di Ippona, il dottore della grazia. Il quale venne informato di tutto l’accaduto a cose fatte, giacché Ecdicia – questo il nome della donna – chiedeva lumi su come comportarsi. A quel punto! Agostino dovette trovare lacunoso il quadro che emergeva dalla lettera della donna (che purtroppo non ci è giunta), perché nella sua risposta accenna alle domande fatte al postino per integrare le informazioni: ad esempio pare che la zelante signora avesse omesso di dire al vescovo che aveva iniziato la continenza nel matrimonio senza discuterne prima col marito, bensì mettendolo di fronte al fatto compiuto della sua volontà ormai stabilita.

Una necessaria premessa

Ora, perché questa storia non vi sembri troppo assurda per essere vera – e prima di passare alla risposta di Agostino – occorre fare qualche chiarimento. Nel nostro contesto ecclesiale-culturale, dico quello contemporaneo, intendiamo la castità come virtù propria della vita cristiana in genere, a prescindere dallo stato di vita e dunque necessario in qualunque condizione si viva: in tal senso evidentemente distinguiamo fra castità e continenza, dunque affermiamo che tutti i cristiani debbano vivere una sessualità serena e riconciliata, priva di qualunque accesso predatorio; ciò comporta il bando di qualsiasi forma di tradimento coniugale (ma anche degli “usi reificanti” della relazione coniugale), e per chiunque non sia sposato implica la totale e perfetta continenza.

«La castità, infatti, è necessaria sempre e a tutti»: a questo assunto sembrava essere arrivato già Alcuino di York (De virtutibus et vitiis 18), monaco inglese vissuto alla corte di Carlo Magno tra l’VIII e il IX secolo; ma ben prima di lui (e ancora parecchio dopo) non tutti avrebbero avuto la medesima lucidità. Da un lato lo si capisce perché la verginità era stata fin dai primordi dell’era cristiana una delle novità dei discepoli di Gesù nel mondo, se non altro nel senso che “le vestali” assumevano una dimensione domestica («la famiglia è più antica dello stato», ricordava sapidamente Chesterton). Così nella Supplica per i cristiani Atenagora (II secolo!) scriveva che «ci sono tra noi molti uomini e donne invecchiati senza sposarsi nella speranza di appartenere di più a Dio» (Suppl. 33). Cristiani invecchiati nella verginità nel II secolo significa che fin dalla fine del primo secolo prendeva piede il trend. Né si fatica a crederlo se – e questa è l’altra faccia della medaglia – movimenti encratiti come quello guidato da Marcione giungevano a non ammettere al battesimo chiunque vivesse nel matrimonio!

Questo può sembrare strano, in considerazione del fatto che l’unica cosa nota (a qualcuno) sull’eresiarca del “marcionismo” è il ripudio dell’Antico Testamento a vantaggio del Nuovo: il problema è che tendiamo a comprendere le antitesi marcionite “alla sessantottina”, cioè fantasticando della crudele legge del decalogo cui sarebbe contrapposta “la comunità del libero amore” (cf. Un sacco bello).

Ecco, no: Marcione contrappose l’Antico al Nuovo perché la legge di Mosè, per come la vedeva lui, era scandalosamente più lassa di quella di Cristo, più imperfetta, più segnata dall’errore, dall’eccesso, e spiegò la pretesa inconciliabilità dei due patti col fatto che il primo sarebbe dipeso dalla rivelazione del cattivo “dio della creazione”, il demiurgo, al quale si deve la costruzione di “questa valle di lacrime”. Cristo è venuto a liberarci da tutto ciò – spiegava Marcione – ma se gli uomini continuano a sposarsi e a fare figli il mondo non finirà mai. Né si trattava di questioni accademiche, bensì del modo d’intendere proprio il cristianesimo nella sua dimensione più quotidiana. Lo fa capire bene il fatto che Clemente (a modo suo un accademico) raccogliesse nelle proprie esegesi proprio quei sensi “popolari”. Nel terzo libro degli Stromati, infatti, l’Alessandrino interpreta il versetto “dove due o tre…” annotando:

C’è chi intende che il Signore abbia voluto dire: con i più sta il Dio generatore e creatore, con l’unico eletto il Salvatore, che naturalmente è figlio di un altro Dio, il Dio Buono. Ma non è così: c’è Dio tramite il Figlio con gli sposi onesti che hanno generato prole, e c’è ancora il medesimo Dio con colui che ha scelto una vita di continenza secondo criteri razionali.

Clemente, Stromati III, 10. 68,3-4

Dio è uno solo, insomma, e lo stesso e il medesimo benedice la casta fecondità degli sposi come la ragionevole continenza di monaci, asceti, presbiteri, vescovi.

Per capire la situazione di Ecdicia, però, nonché la risposta di Agostino, occorre sapere pure un’altra cosa: la verginità era sempre stata prediletta fra cristiani, a partire dai tempi di Antonio il Grande il fenomeno monastico getta spore in tutta l’ecumene… ma proprio al tempo di Agostino s’era dato in proposito un accesissimo dibattito culturale. Non era mancato chi, come un monaco di nome Gioviniano, dovette trovare eccessiva l’enfasi sulla verginità, nonché sproporzionata rispetto alla “normalità” della vita cristiana vista dal di fuori (cf. anche A Diogneto): quel puntiglioso sant’uomo di Girolamo, pungolato dal caro amico il senatore Pammachio, il quale si era consacrato in continenza dopo che la moglie morì di parto (387), rovesciò su Gioviniano due libri polemici così virulenti che lo stesso Stridonense tornò ad aggiustare il tiro in alcune epistole.

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