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Müller: Amoris lætitia deve (e quindi può) essere letta in modo ortodosso

©M. MIGLIORATO/CPP
February 25 2016 : Card. Gerhard Ludwig Muller, Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith, poses during the international conference "Charity will never end" 10 years from the encyclical of Benedict XVI "Deus caritas est" at the New Synod Hall at the Vatican.
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Il prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede firma un'importante Introduzione alla miscellanea di Rocco Buttiglione che risponde ai Dubia dei cardinali: in libreria dal prossimo 10 novembre

Abbiamo letto anche noi Risposte amichevoli ai critici di Amoris Lætitia, il libro di Rocco Buttiglione in uscita per Ares il prossimo 10 novembre. Come è già noto ai lettori della stampa italiana, la miscellanea raccoglie alcuni dei saggi con cui il moralista italiano è già intervenuto nella disputa attorno alla comprensione e alla ricezione dell’Esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco.

Stampa “di ispirazione cattolica”

Siamo arrivati ad aggredire quelle pagine con una curiosità particolarmente vivace, dobbiamo ammetterlo, per due ragioni: da una parte infatti ci balzano evidenti agli occhi le differenti posizioni di partenza dei due personaggi – se Buttiglione è un filosofo di rinomata formazione personalistica, Müller è un teologo di chiara fama tomistica (e chi ha buona memoria ricorda che poco meno di cento anni fa queste erano fazioni in lotta); d’altro canto eravamo stati introdotti dalla recensione di Luciano Moia che il quotidiano dei vescovi italiani, “Avvenire”, titolava in modo sconvolgente. «La svolta. Müller: “Amoris laetitia” ortodossa. In linea con dottrina e tradizione». E uno sarebbe già portato a capire una cosa estranea a ogni sentire cattolico, cioè che da un lato il cardinal Müller abbia “promosso” l’esortazione apostolica; e che dall’altro lo stesso cardinale abbia “cambiato idea”, in tal senso, rispetto a proprie precedenti posizioni.

Ma non è possibile, questa è un’assurdità. Poi il quotidiano di ispirazione cattolica su cui scrive Moia completa la titolazione con un catenaccio che non lascia più spazio a dubia di sorta: «Arriva un saggio di Buttiglione con un’ampia introduzione del prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede. “Possibile la Comunione ai divorziati risposati”». Pensa tu, mi dico: il titolista di “Avvenire” deve non aver letto le pagine di Müller, perché invece vi si trova scritto chiaramente:

La questione se i “divorziati risposati civilmente” – una connotazione problematica dal punto di vista dogmatico e canonico – possano avere accesso alla Comunione, benché permanga in essere un matrimonio sacramentale valido, in alcuni casi particolarmente connotati o anche in generale è stata falsamente elevata al rango di questione decisiva del cattolicesimo e a pietra di paragone ideologica per decidere se uno sia conservatore o liberale, favorevole o avverso al Papa.

Ludwig Gerhard Müller, Perché “Amoris Laetitia” deve essere intesa in senso ortodosso, in Rocco Buttiglione, Risposte amichevoli ai critici di Amoris Lætitia, 7-8.

E sì che era la prima pagina dell’Introduzione… Poi uno rilegge il pezzo di Moia e capisce che il titolista non avrà letto il cardinale ma di sicuro ha letto il giornalista, il quale appellandosi a non si sa quali sensi di essenzialità e di completezza dell’informazione presenta lo scrivente come quello «a cui il primo luglio scorso il Papa non ha rinnovato l’incarico come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede». Scorri il pezzo, rimani perplesso ma vai a leggere il testo di Müller, quindi torni a rileggere Moia e resti basito… l’editorialista giunge a scrivere che «tra papa Bergoglio e il suo prefetto emerito non c’è alcuna divergenza dottrinale».

A chiunque scorra onestamente le 25 pagine del saggio di Müller balza evidente agli occhi il contrario, dal momento che in più di un punto il cardinale annota passi dell’Esortazione apostolica in cui «l’argomentazione teologica soffre di una certa mancanza di chiarezza che avrebbe potuto e dovuto essere evitata» (ivi, 25).

In realtà in queste pagine il cardinal Müller si fa riconoscere ancora una volta per il piglio spontaneo e viscerale che in alcune occasioni lo ha portato in passato ad affermazioni avventate (come quando dichiarò in un’intervista che «compito della CdF è fornire struttura teologica a un pontificato»): anche in queste due dozzine di pagine, è vero, Müller torna a ripetere che «la Congregazione per la dottrina della fede ha la competenza teologica e istituzionale per assicurare l’argomentazione coerente dei testi del Magistero romano» (ivi, 20). Tale competenza e tale autorità, ci permettiamo di chiosare, derivano alla CdF (come a ogni organo curiale) direttamente dalla prima sedes, nella fattispecie dall’uomo che la storia e la Provvidenza di volta in volta chiamano a «presiedere nella carità tutte le Chiese» (la famosa espressione di sant’Ignazio di Antiochia). Impossibile, dunque, dare adito a chiacchiere e malumori sul mancato rinnovo dell’incarico all’ex prefetto: anzi Müller (a differenza di Moia) ricorda come il Papa sia «il supremo Maestro della cristianità» (ivi, 8).

E non è tanto per dire. Lo dico da lettore da sempre non sempre entusiasta delle cose di Müller: stavolta c’è in queste pagine qualcosa di nobile e dignitoso, ed è il riverbero di una lealtà al Papa e alla Chiesa corroborata dall’unica cosa che può sostenere uomini già grandi e d’improvviso spogli dell’antica e usata autorità – la fede in Dio. Qualunque seguito abbia questo importante intervento – autorevole perché autentico –, lo si potrà forse già ritenere un punto di alta maturità della produzione di Müller: ha qualcosa del canto del cigno, per la forza del pensiero dispiegato e il disinteresse con cui pure la passione si sfoga, e se Amoris lætitia avrà sortito l’effetto, nella storia della Chiesa, di portare uomini come Müller a cesellare tanto il proprio pensiero, nessuno potrà dire che sarà stato un documento vano.

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