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Rebecca, concepita da uno stupro: meritavo di morire per le colpe di mio padre?

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Intervista di Universitari per la Vita a Rebecca Kiessling, nota attivista pro-life americana, concepita da uno stupro e fondatrice dell’associazione SaveThe1.

di Fabio Fuiano e Chiara Chiessi

Riportiamo qui un’intervista esclusiva che abbiamo fatto a Rebecca Kiessling, una nota attivista pro-life americana, concepita da uno stupro e fondatrice dell’associazione SaveThe1!

Ciao Rebecca, è un grande piacere per noi Universitari per la Vita averti qui! Potresti raccontare a noi e ai nostri lettori, in breve, la tua storia e come sei diventata un’instancabile portavoce pro-vita in tutto il mondo?

Ho appreso a 18 anni che sono stata concepita quando mia madre è stata sequestrata, minacciata con un coltello e stuprata da un violentatore seriale. In seguito, si è sottoposta a due aborti illegali ed io sono stata quasi abortita. Quando ci siamo incontrate era pro-choice e mi disse che se l’aborto fosse stato legale, non avrebbe esitato ad abortire. 6 anni dopo, ha cambiato idea sull’aborto e ora, a distanza di trent’anni, siamo entrambe davvero grate di essere state preservate dall’orrore dell’aborto.

Potresti darci delle percentuali di stupro in America e, se ne hai, anche dati simili relativi all’Italia? Cosa ne pensate di quelle persone che usano le storie delle donne violentate per legalizzare e sostenere le campagne di aborto?

Degli studi hanno dimostrato che solo il 4 – 6% delle vittime di stupro rimane incinta. Si stima che, negli Stati Uniti, ci siano circa più di 32.000 gravidanze legate allo stupro ogni anno. All’incirca il 15-25% delle donne si sottopone all’aborto (che è la metà del tasso medio di gravidanza non pianificata negli Stati Uniti in cui il 50% delle donne abortisce), il 25% delle vittime di stupro sceglie l’adozione (mentre, nella media, per una gravidanza non pianificata solo l’1% delle donne sceglie l’adozione) e oltre il 50% sceglie di portare avanti la gravidanza. Le mamme vittime di stupro non vogliono ulteriore violenza: infatti le donne vittime di violenza che abortiscono hanno 4 volte più probabilità di morire entro l’anno successivo all’aborto, hanno un tasso più elevato di omicidi, suicidi, overdose e depressione. Un’ulteriore violenza, stavolta nel corpo stesso della donna, non può guarire la ferita della violenza mentre un bambino può certamente guarirla. Gli stupratori, i molestatori di bambini e trafficanti di sesso amano l’aborto poiché distrugge le “prove” e consente loro di continuare a perpetrare i propri crimini. [1]

Che tipo di messaggio manderesti a quelle persone pro-vita che affermano “Non riesco a capire cosa possa passare una donna violentata, quindi non dovrei giudicare la sua scelta”?

Apprezzo la preoccupazione delle persone per il benessere delle vittime di stupro che rimangono incinte, ma pensare che l’aborto sia la soluzione ai loro problemi si basa su un mito secondo cui le vittime di stupro stanno meglio uccidendo i propri figli e che il bambino è un orribile promemoria. Io non penso di meritare la pena di morte per il crimine del mio padre biologico. È da barbari punire un bambino innocente per il crimine di un uomo!

Collabori anche con l’associazione “One of Us”? Conosci donne italiane che fanno parte di organizzazioni simili?

Sostengo l’obiettivo di One of Us di fornire protezione legale, dal concepimento, senza eccezioni. Inoltre ho fondato un’organizzazione globale per la difesa della vita, Save the 1, con una rete di quasi 700 persone concepite in stupri e madri rimaste incinta dopo uno stupro. Abbiamo membri a livello globale, ma nessuno in Italia in questo momento. Nell’organizzazione è presente anche una donna, madre dopo uno stupro, che attualmente vive negli Stati Uniti ma è di origine italiana.

Quale messaggio vuoi inviare agli Universitari per la Vita?

Potete davvero fare la differenza. Non abbiate paura di parlare. I bulli prosperano quando le persone buone restano in silenzio.

[1] Victims and Victors by Dr. David Reardon with the Elliott Institute.

Here the interview in English.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL SITO UNIVERSITARI PER LA VITA

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