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Concepita da uno stupro e abbandonata, ora salva i neonati indesiderati

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Monica Kelsey ha fondato la Safe Haven Boxes, una versione americana della ruota degli esposti: "Salvo vite perché la mia vita è stata salvata"

È uno degli argomenti – ritenuti – più forti tra i paladini dell’aborto: una donna che ha subito violenza dovrebbe tenere il frutto di uno stupro?

La domanda, posta così, indirizza già alla risposta che si vuole ottenere, saltando a pié pari sulla vera questione: la libertà della persona. Non è infatti detto che una donna libera sia per definizione astratta quella che esercita il diritto di abortire. Può essere che una donna spalanchi il suo corpo a ospitare una creatura concepita in modo traumatico e terribile?

Eppure sono viva

Si è trovata a riflettere su questa domanda l’americana Monica Kelsey, dell’Indiana. Oggi ha 47 anni ed è una donna pienamente realizzata nella vita e nel lavoro; a 37 anni ha scoperto che la sua madre naturale fu una ragazzina coraggiosa che non optò per l’aborto dopo aver subito una violenza carnale.

Fu adottata da una famiglia cristiana che l’ha cresciuta con amore, da adulta si è trovata a fare i conti con lo choc di avere un padre stupratore e una madre che l’ha abbandonata.

Guardando le cose da un’altra prospettiva, si è accorta che tutto ciò che chiama vita è stato possibile a partire da queste premesse dolorose e grazie ad un’adolescente che non se la sentiva di essere madre, ma ha fatto il gesto più materno possibile: darle la vita.

Dopo un periodo di ricerca spirituale, ho smesso di arrovellarmi coi “perché” e ho deciso di mettere a fuoco il “come”. Mi sono fatta questa domanda: “Come posso accogliere il dono della vita che mi è stato dato e fare la differenza?” (Monica Kelsey)

Qui è la voce dell’altro protagonista di queste storie drammatiche che parla, il concepito. “Non meritavo la pena di morte perché mio padre è uno stupratore” è la coscienza che ha maturato la signora Kelsey. Se vogliamo offrire alle madri – comunque lo diventino – una libertà che sia piena e rispettosa anche dei loro dubbi e del loro dolore, non basta mettere loro in mano una forbice che recida. Recidere è tagliare qualcosa, ma non garantisce di per sé il superamento di un dolore.

Offrire accoglienza è stata la risposta a cui Monica ha voluto dar voce, riconoscendosi essa stessa viva e vegeta grazie a un libero gesto di accoglienza. E’un vigile del fuoco ed è medico, sorridendo ammette:

E’ facile dire che io sia una che salva le vite perché la propria vita è stata salvata in origine.

Fu la ruota degli esposti, è la culla della vita

Sono giorni in cui è riemerso il vecchio ritornello sul Medioevo, lo si tira fuori per accusare qualcuno di essere vecchio come il cucco, molto retrogrado e oscurantista. Nel grande libro della storia del mondo risulterà a verbale che nel 21° secolo gli uomini giunsero a ritenere legale l’aborto fino alla nascita, e che nel 12° fu inventata la ruota degli esposti, dove i neonati indesiderati potevano essere lasciati alle cure di altri. Dov’è il buio? Dov’è la maggiore libertà?

Fortunatamente qualcuno prende ancora ispirazione dal medioevo e la ruota degli esposti oggi è stata ribattezzata “culla della vita“. È ciò a cui Monica Kelsey ha deciso di dedicarsi a tempo pieno: ha fondato un’organizzazione no-profit chiamata Safe Haven Boxes che si occupa di neonati abbandonati, offrendo alle madri in difficoltà un’alternativa all’aborto e un’ulteriore possibilità oltre al parto anonimo in ospedale.

In fondo, quante variabili umane esistono là fuori? Chissà. Offrire più ripari possibili, offrire più sfumature possibili di accoglienza è l’alternativa alla risposta clonata e uguale per tutte: abortire. I Safe Haven Boxes sono culle termiche poste fuori all’esterno di caserme e ospedali in cui in forma anonima e senza nessuna forma di controllo una madre può lasciare il proprio neonato; un allarme segnala la presenza del bambino e l’intervento dei vigili del fuoco e dottori è garantito in tre-cinque minuti.

NEWBORN, ABANDONED, LEGS
Slaan | Shutterstock

Sono moltissimi i casi in cui una donna, soprattutto giovane, può dare il benvenuto a una soluzione di questo tipo: le permette di non doversi confrontare con estranei, di non dover dare spiegazioni del suo gesto, può essere la via d’uscita da un grande tormento interiore. Nessuna vergogna, nessuna accusa, nessun nome è il motto dell’organizzazione.

Non è un caso se il video girato per promuovere queste culle della vita ha per protagonista una giovanissima liceale. La totale mancanza di un’educazione all’affettività e l’esclusiva preoccupazione di mettere in mano ai giovani ogni genere di preservativo li rende preda di una sessualità apparentemente libera ma desolante. Una gravidanza imprevista, la vergogna di dirlo ai genitori e di farsi visitare da un medico, il timore di essere costrette ad abortire pur avendo dei dubbi  … ci sono mille e più sfumature di realtà che possono portare qualcuno ad abbandonare un neonato. Ancora molti casi sconvolgenti di bambini nei cassonetti ci stringono il cuore.

Intercettare il disagio, farci promotori di una cultura della vita sono strade da percorrere; ma oltre che a monte, è bello sapere che può esserci un’accoglienza anche a valle.

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