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Sei amato così: le bambole di mamma Amy per bimbi disabili, uniche come loro

DOLL,LIKE, ME,
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Se la Barbie ci insegna che possiamo diventare chi vogliamo, queste bambole dicono che essere chi siamo, anche imperfetti e malati, è un dono prezioso per il mondo.

C’è quel momento in ogni famiglia in cui si decide di dare una sistemata alla camera dei bambini e noi genitori ce ne usciamo con la frase: “Raccogli i giochi rotti, così li buttiamo“. E ci ritroviamo in un sacchetto delle macchinine senza ruote, delle bambole senza occhi o con un braccio rotto, Barbie dai capelli tagliati a zero. Finiscono tra i rifiuti.

Il giocattolo deve essere perfetto, c’è questa idea implicita. Che poi è un implicito pensiero sottocutaneo della nostra cultura, la bellezza ha un canone mutevole nel tempo ma è sempre questione di simmetria, proporzioni, equilibrio. Eppure qualcosa piano piano cambia, e a Miss Italia è stata accolta una ragazza con un arto amputato.

A tua immagine

Non regaleremmo mai una bambola senza una gamba o senza capelli a una bimba. O forse sì. Amy Jandrisevits è una mamma del Wisconsin che crea bambole nient’affatto canoniche, uniche nel loro genere e tutte pezzi unici: sono pensate per essere identiche al bimbo o bimba che le riceverà, anche nelle disabilità o difetti che hanno.

L’idea le è venuta dal suo mestiere come assistente sociale. Frequentava i reparti pediatrici e incontrava piccoli affetti da gravi malattie.

“Ero a disagio nel regalare a una bimba che ha finito un ciclo di chemioterapia ed è senza capelli una bambola dai capelli bellissimi e folti”. (da Evening Standard)

Dal disagio è nata un’idea. La nostra creatività sboccia sempre da una ferita che sanguina davvero, sentire un nodo in gola o uno stridore ci spinge verso qualcosa di nuovo; il semplice sentirci a posto non ci stimola altrettanto. Amy ha trasformato la sua passione in un lavoro: crea bambole fatte a mano che sono identiche al loro proprietario. Ne ha spedite più di 800 in tutto il mondo, il progetto si chiama A Doll Like Me.

Hannah ha ricevuto la sua bambola che ha un gamba amputata come lei, Keagan ora può abbracciarne una che è piena di nei sull’intero corpo come lui e due gemelle albine possono sentirsi meno sole in compagnia di due principesse di pezza uguali a loro. Sentirsi soli, emarginati è un aspetto doloroso e profondo per i più piccoli, fa notare la signora Jandrisevits:

“C’è una bimba che vive vicino a me e che è nata senza una mano; mi ha detto che [la bambola che le ho fatto] la fa sentire meno sola. I piccoli hanno bisogno di sapere che non sono casi isolati” (Ibid)

Non è una semplice personalizzazione come si fa quando si compra un’auto e si scelgono gli interni e il colore della vernice, più che una bambola su misura mi pare un messaggio originario. I giochi di solito sono fatti in serie, identici l’uno all’altro. Ci sono scaffali pieni di Cicciobello tutti clonati. E se questo è normale nell’ambito della produzione, senz’altro è meno confortante notare che anche l’essere umano mira a ideali di bellezza standard … la chirurgia estetica rende le donne delle brutte copie tutte uguali della Barbie.

Ed è amaro constatarlo, perché è la dimenticanza tragica dell’evidenza che non siamo stati fatti in serie. Dio ci ha voluti e creati uno per uno, fino a contare il numero dei capelli del capo di ciascuno. L’unicità dell’individuo non è materia di vanto, ma di meraviglia: sei così come sei perché chi ti ha fatto ha pensato a una vocazione particolarissima per te, solo per te. L’unicità che è scritta nel nostro corpo e nella nostra anima è una premura originaria e una chiamata.

E così Amy Jandrisevits, forse inconsapevolmente, ha risposto al dolore vissuto tra le corsie degli ospedali ripetendo il gesto con cui Dio ci ha pensati prima che fossimo. Io credo, in fondo, che ogni mestiere contenga un impulso buono che è un milionesimo di frammento dell’operatività compiuta di Dio. C’è chi si occupa di curare, di educare, di costruire, di perseguire la giustizia, di pulire; tutte piccole scintille, la cui luce intera è solo nel Creatore.

Giochiamo

Il gioco, poi, è uno strumento serissimo per il bambino. Quando succede qualcosa, noi adulti lo scriviamo su Facebook o su una chat di Whatsapp, i piccoli ci inventano un gioco. La mia figlia più piccola non parla ancora, ma se la osservo mentre gioca con le bambole capisco perfettamente cosa è accaduto durante il giorno all’asilo nido. Lei rivive le esperienze, ci riflette ripetendo la sua storia coi giocattoli: qualche giorno fa era indaffaratissima a far dormire un certo pupazzo, poi le maestre mi hanno detto che faceva fatica a fare il riposino pomeridiano a scuola. Ecco.

Nella sua bellezza misteriosa il gioco è una coscienza in atto, che si spalanca … il bambino tira fuori tutto di sé e fa i conti anche con ciò che lo spaventa e lo addolora. Avere una bambola che fisicamente assomiglia al corpo imperfetto e ferito che il piccolo si ritrova è come guardarsi allo specchio e ripetere il gesto di Narciso: posso innamorarmi di me, sono amabile. Il narcisismo patologico è quello che si trasforma in idolatria di sé, ma nella sua mossa iniziale non è sbagliato.

Se c’è qualcuno che ci appare sempre in difetto, sempre meno bello, sempre da criticare siamo noi stessi. Narciso ebbe il privilegio di vedere ciò che noi godremo forse solo in Paradiso: amarci per come Dio ci ha guardato. Poi esagerò.

Non c’è pericolo che un bambino diventi matto giocando con una bambola, semmai può educare anche noi adulti a guardare in modo più autentico. La malattia mi ha tolto i capelli, un incidente mi ha menomato, un difetto genetico mi rende ridicolo agli occhi degli altri. Posso guardarmi dritto negli occhi senza tremare o piangere? I bambini vanno dritti al punto, non girano intorno alle cose. Sarebbe, allora, utile al mondo intero origliare come chiacchierano con le loro bambole imperfette e di quali storie le rendono protagoniste.

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