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Suor Francesca delle Missionarie di San Carlo rintraccia nella sua storia i segni dell’amore di Dio. Solo Lui calma la sua sete che prima dell’incontro con GS e la sua conversione non aveva neanche un nome.

di Francesca Salvi

Ricordo molto bene il giorno in cui a me e a mio fratello è cambiata la vita: era l’estate del ’93, giocavamo a biliardino sotto i portici con gli amici di sempre. Luca dice che il giorno dopo sarebbe andato in un posto a provare a vendere i suoi libri di scuola usati, per fare un po’ di soldi.

Niente di particolarmente interessante, se non fosse che quel posto non era un semplice negozio ma qualcosa di molto più grande, messo su da alcuni studenti pratesi insieme a Graziano, il prof. di religione di mio fratello. Erano ragazzi normali, che però avevano scoperto che Gesù non era quel Dio «noioso preso andando a dottrina», come cantavamo con Luca Carboni, ma una persona reale, presente, incontrabile in una compagnia di amici. Ed era Lui che realmente rendeva tutto bello, anche lo studio, permetteva che la gioia fosse eterna e il dolore non fosse senza senso. Insomma, o Cristo o il nulla, ci dicevano e dicevano a tutti. Una bella pretesa, ma ne erano talmente certi che passavano il loro tempo verificando quella scoperta e comunicandola a tutti. Tanto da arrivare a dirlo anche a noi, che a Chiesa e Dottrina non eravamo minimamente interessati.

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I miei genitori ci hanno insegnato che l’amore è la cosa più importante, spendendosi letteralmente per noi. Non siamo stati viziati di cose, ma di amore sì.

Solo che questo amore non era legato a Dio, era quello umano, che con la sua grandissima dignità non arriva a dire una parola definitiva sul dolore.

In quarta superiore il mio babbo, il mio supereroe, si ammala improvvisamente: un ictus che col tempo lo porta a perdere sempre più la sua forza, l’indipendenza e, piano piano, ogni funzione primaria. In quegli anni il Signore mi ha circondata di testimoni incredibili: mia mamma, la cui cura e amore per il babbo mi hanno fatto desiderare di non accontentarmi di qualcosa di meno rispetto a quanto in lei vedevo; mio babbo, con la sua trasformazione dall’iniziale rabbia e dolore alla pace che gli ha fisicamente cambiato gli occhi; tutti gli amici di Comunione e liberazione, che ci sono stati vicini come tanti nuovi fratelli e sorelle, anche dopo la partenza di Luca per gli Usa e la mia per Roma.

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Di tutti, sono proprio loro che mi hanno mostrato ciò in cui mio babbo, poco prima di ammalarsi, non credeva: che quello che avevamo incontrato con Gioventù studentesca potesse essere vero per sempre, non solo una faccenda da ragazzi.

L’incontro con don Paolo e Rachele è stato una nuova folgorazione. Avevano gli stessi desideri che negli anni avevo visto crescere nel mio cuore: portare a tutti il bello che avevo incontrato, senza lasciare per me nessuno spazio di riserva, perché potesse essere visibile a tutti di Chi fossi. Ritrovavo in loro persino le domande che avevo circa il grande amore per la mia terra e i miei cari e soprattutto la certezza che la felicità non era da cercare in luoghi e circostanze diversi da quelli in cui già ero. Come era possibile? Non ci conoscevamo prima e non ci conoscevamo ancora. Ma quel poco che avevo visto mi bastava: volevo stare con loro, per sempre.

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Nell’incontro con Gioventù studentesca, a 15 anni, Cristo ha voluto incontrarmi e io ho iniziato a seguirlo. Ma col tempo, e soprattutto tra le Missionarie di san Carlo, ho cominciato a scoprire quanto il darmi a Lui non fosse una volta per sempre ma un’esperienza quotidiana. Desidero spendere il resto della mia vita in questa scoperta e nella condivisione di essa con chiunque il Signore vorrà.

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