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Rebibbia: morto anche il secondo figlio gettato dalla madre

BAMBINO, SBARRE
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Era in carcere da meno di un mese: ieri ha gettato dalle scale della zona nido di Rebibbia i due figli piccoli, uccidendoli. La discussione sul sistema carcerario inadeguato non bastano a sopire le domande ferite sul legame indissolubile tra madre e figlio

Di fronte a una tragedia come quella che si è consumata tra le mura di Rebibbia sono molte le posizioni istintive che si possono prendere: accusare le mille falle del sistema carcerario italiano, sollecitare i politici, incriminare chi non ha sorvegliato le condizioni della madre. Ed è lecito.  Sono tutte posizioni in cui mi trovo comoda per un paio di minuti, poi mi trovo a preferire la posizione più scomoda di tutte, eppure – credo – umana.

Nel vento vivace di mille nuove teorie sulla genitorialità perfetta, concepimenti pianificati a tavolino, uteri in affitto, nuove specie di famiglie fondante su love-is-love, eccomi inebetita a contemplare il mistero originario della maternità: generare un essere umano non vuol dire per forza amarlo al meglio, educarlo e crescerlo bene. Anche dentro la generazione la libertà della persona resta intoccabile; una donna può diventare una madre malata, pessima, assassina.

© DR

Intuisco che solo stando a occhi sgranati di fronte a questa vertigine posso guardarmi essere madre giorno dopo giorno. Non saranno formule chimiche o nuove teorie sociali o prodotti studiati in laboratorio a sradicare la verità, cioè che anche dentro il più santo e benedetto dei legami giace il seme del peccato. E solo guardando con commossa amarezza questo dato, si può tentare, sforzarsi di scegliere la via del bene in compagnia della mano del Cielo.

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