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Pornografia: la sparizione dell'altro disintegra anche me

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Paola Belletti - pubblicato il 27/07/18

Cosa c’entra la capacità di relazione con l’uso di pornografia? E con l’autostima?

Proprio le difficoltà e immaturità relazionali sono un terreno vulnerabile all’aggressione della pornografia. Essa non solo tende ad innescarsi in tale fatica relazionale, ma, anziché aiutarci a superarla come illusoriamente promette, non fa che radicalizzare la solitudine e l’isolamento originario da cui si è partiti. A monte, l’idea di non essere all’altezza di relazioni vere, autentiche piene, il che, a mo’ di circolo vizioso, viene radicalizzato dall’uso di pornografia che continua a riconfermare all’utente la sua incapacità di vivere pienamente al di fuori di quel mondo. D’altro canto diventa facile capire come la pornografia aggredisca stima e autostima attraverso il meccanismo dell’intercambiabilità delle scene e sceneggiature, degli attori e attrici. Sempre alla ricerca di carne fresca da macerare, l’unico dogma è l’ottenimento del piacere personale, per cui la continua intercambiabilità delle persone in gioco sembra attestare l’insignificanza di tutte e ciascuna. Se alla fine io sono alla ricerca solo della mia soddisfazione, diventerà progressivamente sempre più irrilevante e insignificante il volto – in senso forte – delle persone; anzi il meccanismo funziona tanto meglio quanto più è in grado di garantire un costante ricambio dei personaggi in gioco. La costante disponibilizzazione di situazioni e volti nuovi, oltre che creare progressivamente nell’utente l’idea di poter tutto nei riguardi altrui, conferma lo svilimento di tutte le persone che gravitano, pur se con ruoli e posizioni differenti, attorno alla pornografia. Da ultimo l’avvento delle nuove tecnologie e internet in particolare, quando asserviti alla pornografia, ha innescato un processo di normalizzazione della stessa pornografia e di tutto quanto essa è rappresentativa e promotrice, perché, sempre a portata di mano, offre la sensazione di poter essere parte integrante della ferialità e ordinarietà della vita.

A tal proposito, chi e perché vuole questo mercato così accessibile e carico di offerta?

Non vorrei perdere tempo sul business dell’industria del porno, dato che sembra abbastanza evidente l’interesse economico che sta alle spalle di questo mondo. Più interessante è cogliere come vi sia un altrettanto evidente progetto di indebolimento e dis-integrazione dell’umano. Spappolare l’umano, significa costruire delle individualità deboli, manipolabili, anestetizzate emotivamente dinanzi alla vita, incapaci di scelte autentiche e coraggiose, chiuse nel proprio sé e incapaci progressivamente di interesse per il mondo, alla fine infelici perché ripiegate su se stesse. Ma anche laddove non diventi una forma clinicamente certificata di dipendenza, l’uso di pornografia costruisce un’immagine di sé e dell’altro deformata rispetto alla realtà.


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Purtroppo talora la castità appare solo come rinuncia, privazione. Negli anni ho scoperto come il suo significato principale sia proprio quello di integrazione. In fondo quando educhiamo i nostri figli, noi cerchiamo non solo che essi portino ad attualità le loro potenzialità, ma che tale attualizzazione avvenga in maniera armonica e armoniosa; è questa la ragione per cui nel processo di educazione e formazione dei giovani, dei nostri figli desideriamo che essi possano realizzare al meglio tutte insieme, progressivamente e armoniosamente, le loro dimensioni: fisica, relazionale, cognitiva, morale, spirituale… In tale direzione, la gestione delle proprie pulsioni non ha nulla di castrante; semmai è collocare la pulsione esattamente al suo posto all’interno dell’organismo umano. Castità è mettere ordine, coordinare le dimensioni costitutive dell’essere umano in modo che possa svilupparsi come unità integrata. Quindi la castità non è rinuncia alla pulsione sessuale ma promozione di tale pulsione all’interno di un più generale equilibrio personale; è promozione dell’autocontrollo e quindi della capacità libera e autentica di dono; è promozione dello spirito di sacrificio, anch’esso una qualità caratterizzante la personalità adulta; è non ridurre la sessualità a soddisfazione genitale. Se l’eros diventasse una dimensione prevaricatrice – come nel caso della dipendenza – creerebbe degli squilibri personali: intrapersonali e interpersonali. Le faccio un esempio di un fatto che mi ha molto segnato: qualche anno fa, con mia moglie, ci siamo trovati ad affrontare il tema della sessualità con un gruppo di diciasettenni all’interno di un camposcuola estivo. Un ragazzo, in apertura del campo e sapendo quale sarebbe stato il tema della settimana, disse che nessuno nella vita l’avrebbe fatto desistere dall’utilizzo di materiale pornografico e successiva masturbazione. Senza alcun nostro merito, alla fine della settimana, lo stesso ragazzo raccontò a tutti, non solo di non aver mai visionato materiale pornografico e di non essersi mai masturbato, ma di non averne mai sentito l’esigenza. Che cosa era successo? Soltanto che la pulsione aveva trovato il suo giusto posizionamento: l’esperienza di condivisione, amare ed essere amato per quello che era attraverso i normali servizi di un camposcuola: gli spazi di sano divertimento, invece di reclinarlo su di sé, avevano orientato gradualmente le energie e risorse di questo ragazzo nel senso – direzione ma anche significato – del dono; tale esperienza era stata sufficiente per mostrare al ragazzo il destino dell’eros, della sessualità e affettività umana. Il ragazzo si era sentito finalmente libero di pensare la propria vita diversamente, e di viverla diversamente.

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