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Natalità? Molte chiacchiere, pochi fatti

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Di fronte al calo drammatico delle nascite i media laici non si interrogano sulle cause della crisi della famiglia

Winter is coming, l’Inverno sta arrivando. Con questa espressione, il motto della Casa Stark del Trono di Spade, si usa dire che bisogna prepararsi, che il peggio deve arrivare. Bene, Winter Has Come, l’inverno è arrivato. Ed è l’inverno demografico dell’Italia.

Un calo senza precedenti

Già in declino da anni, ora l’Istat certifica un calo senza precedenti: da gennaio a giugno i nuovi nati sono diminuiti del 6%, il triplo rispetto a un anno fa. In numeri assoluti significa 221.500 nuovi nati contro i 236.100 di un anno fa. Repubblica ci spiega bene i numeri in gioco:

Se si analizza quanto accaduto nel 2015, ad esempio, il calo rispetto al 2014 dopo i primi sei mesi era di circa il 2% e alla fine dell’anno è arrivato al 3, portando il dato assoluto a 485mila nati, per la prima volta nella storia d’Italia sotto il mezzo milione. Ebbene, se si proiettano i numeri disponibili per il 2016 su tutto l’anno ci si ferma tra i 450 e i 460mila nuovi italiani. Sono solo stime ma danno l’idea di cosa possa succedere nel giro di un lustro se si continua ad andare avanti di questo passo.

Neppure la presenza degli stranieri in Italia, che a fronte di una presenza complessiva attorno al 8% rappresentavano il 20% delle nascite totali, sembra avere il potere di invertire la tendenza.

Il timore dei demografi è che anche loro stiano cambiando abitudini in fatto di maternità e parto, perché interessati da un fenomeno che almeno dal 2008 ha origine anche nella crisi economica e quindi riguarda tutti coloro che vivono in Italia, da ovunque provengano.

Quali sono le cause?
Certamente la crisi economica ha un peso enorme, ma forse ha anche il merito di portare all’evidenza alcune scelte culturali degli ultimi 30 anni del nostro paese, scelte prese a tutti i livelli su diversi piani, da quello dello stile di vita fino a quello delle pensioni. Proprio la scelta di privilegiare i segmenti più anziani della popolazione ha messo al centro delle politiche pubbliche pensioni e prepensionamenti a fronte di investimenti, asili, sussidi e leggi sul congedo parentale maschile. Le donne in questi anni hanno giustamente rivendicato una autonomia che non è andata di pari passo con la responsabilità maschile:

C’è un materialismo diffuso che mette tutto in relazione ai soldi. Non è sempre così. C’è sicuramente la difficile conciliazione occupazione e vita familiare, i servizi per l’infanzia assicurano una certa flessibilità e “tengono” il figlio mentre la donna lavora. Se poi una mamma chiedesse di tenere il figlio perché vuole avere un po’ di tempo per sé? Se si facesse una indagine sulla paternità e se proprio da questa metà del cielo venissero non resistenze ma forme sottili di inaffidabilità? Non tutto può essere pensato all’interno della vita famigliare. Sempre più irrompe un mondo esterno carico di conflitti e di paure (Stato Donna).

Ma questa condizione come dicevamo viene da lontano. Dal 2005 calano le donne di età compresa tra i 30 e i 34 anni. Un fattore che unito alle difficoltà economiche e lavorative ha creato la trappola demografica in cui ci siamo andati a cacciare. Un paese anziano che morirà di vecchiaia accudito sempre di più da badanti di origine straniera (e meno male!).

secondo una previsione del laboratorio di Statistica applicata dell’università Cattolica di Milano, l’Italia rischia di perdere una “potenziale madre” ogni cinque. E questo mentre i nati nel 2015 sono stati 478 mila, al di sotto dei 500 mila bambini l’anno considerati la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Perché non soltanto le donne tra i 30 e i 34 anni sono meno numerose: erano 2.263.843 nel 2005, sono 1.797.049 nel 2015 (un quinto in meno), ma a giudicare dalla tendenza attuale metteranno al mondo un solo figlio a testa, non di più e non tutte.

A meno di non invertire la tendenza. A meno di non riuscire a sostenere davvero la maternità. E la paternità. E il lavoro femminile, perché nonostante tutti gli sforzi l’occupazione delle donne in Italia è ancora al 46 per cento, e al Sud le senza lavoro sono, drammaticamente, l’80 per cento del mondo femminile (Repubblica).

Una comunicazione schizofrenica? Un pensiero schizofrenico semmai

Alla base dei comportamenti collettivi c’è sempre una infinità di concause, per cui nonostante il peso dell’incertezza economica giochi un ruolo importante, l’idea che fare figli sia un “problema” è ormai entrata nella vulgata generazionale.
Innanzi tutto la questione aborto. I numeri parlano chiaro, anche rispetto al saldo demografico, i numeri parlano chiaro, la 194 è una legge inapplicata non tanto nel “servizio” di interruzione di gravidanza, quanto nella predisposizione di tutti gli strumenti economici e sociali per evitare l’esclusione, la discriminazione e il ricorso stesso all’aborto da parte delle donne.

Sono state 97.535 le interruzioni nel 2014, con un decremento del 5,1% rispetto al dato definitivo del 2013 (105.760 casi). Nel 1978 gli aborti sono stati 68.688, mentre l’anno record è stato il 1982 con 234.593 casi. Un aborto su tre riguarda una donna straniera, ovvero il 34%, con un tasso di abortività del 19 per 1000, pari a una tendenza tre volte maggiore di quelle italiane. Fra le minorenni il tasso di abortività è del 4,1 per 1000, uno dei valori più bassi rispetto agli altri paesi occidentali. Resta costante, ma è la più bassa a livello internazionale, la percentuale di episodi ripetuti: il 26,8% delle interruzioni di gravidanza viene effettuata da donne con una precedente esperienza (La Stampa).

Quando diciamo che non si può abortire in Italia, e il caso drammatico della cronaca di questi giorni ha di fatto rinfocolato la polemica contro l’obiezione di coscienza, dovremmo dire che i numeri raccontano qualcosa di diverso e che gli effetti sul tessuto sociale sono devastanti.

Poi venne il Fertility Day, un tentativo maldestro di cambiare il mood comunicativo della società su questo tema. Peccato che – come abbiamo avuto modo di analizzare – il Ministero come sempre chieda molto ma offra assai poco: neppure la gratuità delle visite più elementari durante la gestazione, nessun intervento sui prodotti essenziali della prima infanzia (pannolini, latte in polvere) tra i prodotti più cari sul mercato. Per non parlare di una radicale conversione del settore pubblico (anche in convenzione) sul lato “asili nido”. Di questo al Ministero non si parla. Ma almeno rispetto al 2013 qualcosa è cambiato.

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