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La “notte più bella del giorno” di Giovanni della Croce 

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Anne Bernet - pubblicato il 14/12/22

Dottore della Chiesa detto “dottore mistico”, Giovanni della Croce fu l’amico invocato e atteso dalla grande Teresa d’Ávila per riformare il Carmelo. Toccato da grandi prove, egli trovò nella poesia parole altissime per descrivere la notte dell’anima, nella quale cresce il desiderio di Dio. La Chiesa ne celebra la memoria il 14 dicembre.

Juan de Yepes Alvarez è uno di quei santi dei quali si ammette volentieri che sono più ammirevoli che imitabili – ed è vero. Elevarsi al livello spirituale di un mistico che è pure il più grande poeta di lingua spagnola non è cosa alla portata di tutti, e questo è tanto più vero se si pensa che il santo ebbe pure una vita di prove e di sofferenze spaventose. 

Eppure, anche se tendiamo a pensare che questa storia non sia per noi, fortunatamente c’è molto in lui da prendere e da meditare. Niente sarà mai facile, nella vita del giovane Juan, nato a Fortivero il 24 giugno 1542. Sposando, per amore, Catalina Alvarez, una povera popolana, il cavaliere di Yepes l’ha fatta grossa: privato dei privilegi della nobiltà, cacciato dalla famiglia, diseredato, deve installarsi con moglie e figli in una regione in cui nessuno lo conosce, e vivere poveramente da tessitore, ossia imparando il mestiere della moglie. Quando, prematuramente, muore, ai figli non lascia niente se non lo status di declassati, ma a dispetto delle gravi difficoltà che conobbe per sopravvivere e crescere i suoi figli Catalina, cristiana esemplare, insegnò loro a condividere il poco che avevano con quelli più poveri di loro. 

L’uomo atteso 

Juan è ancora giovanissimo, quando un giorno cade in uno stagno e per poco non affoga. All’improvviso vede una Dama magnifica che gli sorride e gli tende la mano per aiutarlo a uscire dall’acqua, ma lui non le dà la sua, tanto questa (rovinata dal lavoro manuale) è sporca e indegna di toccare la bella sconosciuta. Alla fine fu un contadino a soccorrere il ragazzo. Juan non non aveva compreso subito che la Dama era la Santa Vergine, ma questa non lo avrebbe mai abbandonato. 

Divenuto apprendista, malgrado la buona volontà Juan si mostrò incapace in tutti i mestieri di artigianato che cercarono di insegnargli. Un notabile della città si rende conto che il fanciullo è troppo intelligente per quei compiti, e gli paga degli studi. L’adolescente rivela allora doni intellettuali eccezionali che gli permettono, dopo il suo ingresso dai carmelitani di Medina del Campo (1563), dove assume come religioso il nome di Giovanni di San Mattia, di proseguire a Salamanca il proprio cursus studiorum, fino al dottorato. Nel 1567 è ordinato prete e chiede a Dio la grazia di non offenderlo mai in nulla. Grazia concessa. 

Poco dopo, il giovane religioso fa un incontro che decide del resto della sua vita: quello con Teresa di Gesù, la grande Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo. Tra la Madre cinquantenne e Giovanni, più giovane di quasi trent’anni, nasce una di quelle amicizie spirituali che il Cielo sa suscitare per favorire i suoi piani. Teresa vuole infatti estendere la riforma carmelitana al ramo maschile dell’Ordine, e per il momento non ha trovato che inconvenienti – nessuno dei carmelitani da lei avvicinati è all’altezza del compito a cui si punta. Pochi minuti di conversazione con Giovanni le bastano a convincersi di essere in presenza di un santo, e che lui è l’uomo atteso. Il colpo di fulmine è reciproco: da quel momento Giovanni si vota ad assecondare l’opera dell’amica: chissà se immagina quanto gli costerà questa decisione (forse sì, perché entrando nel movimento dei Carmelitani Scalzi cambia il nome di religione in “Giovanni della Croce” – scelta che si rivela presaga delle avversità che lo attendono). 

«Penitenze da bestie» 

Valladolid, Duruelo, Pastrana: le fondazioni maschili si moltiplicano, sotto la sua direzione, e questo lo obbliga a incessanti spostamenti; e in contemporanea egli assume anche la direzione spirituale delle carmelitane di Avila. Lo fa per preservarsi dalle tentazioni d’orgoglio davanti a questi trionfi, oppure per attrarre grazie divine sull’opera? Giovanni s’impone quel che più tardi avrebbe detto “penitenze da bestie”. Dorme a terra, senza materasso né coperta; si alimenta il meno possibile; si mortifica in mille modi; dorme due ore a notte. Per questa ascesi smisurata e distruttrice sviluppa, e se ne rende conto, un piacere, una “soddisfazione” (parola sua) che assomiglia molto a una raffinatissima tentazione di orgoglio, di quelle che il demonio confeziona apposta per le anime d’élite (inafferrabili con le trappole ordinarie). Teresa lo mette in guardia per tempo e lo riconduce a un senso della penitenza più giusto e più equilibrato, e da quel momento Giovanni avrebbe sempre messo in guardia coloro che avrebbe diretto contro questa assurda corsa alla performance ascetica (che in realtà non ha per fine la gloria di Dio e la salvezza delle anime). 

Alla fine è senza passare da inutili eccessi che Giovanni entra, poco a poco (e aiuta Teresa a penetrarvi più avanti), nella contemplazione dell’intimità divina. Figlio del Carmelo, come Elia (modello biblico dell’Ordine) egli sa che l’incontro con Dio si fa sulla montagna, lontano dal mondo, nel silenzio e nella spoliazione. A questa purificazione non si giunge senza pena, senza rammarico, senza sofferenza – ragion per cui l’umanità evita questa via, senza comprendere che, se non la si prende liberamente in questo mondo bisognerà percorrerla attraverso il fuoco del Purgatorio per liberarsi da tutto quanto impedisce il vis-à-vis con l’Amato. 

La notte dell’anima 

Se la Madre vive quest’esperienza nell’estasi quasi-amorosa, l’esperienza di Giovanni è di tutt’altra sorta: nessuno, in quest’àmbito, segue il medesimo cammino. Giovanni giunge alla spoliazione estrema della fede pura, a stringere non così distinto dal Nada – niente (se non Dio) – della sua amica. Egli scopre che la fede è tenebra, “notte”, non perché il Signore si sottragga alla ricerca del fedele, ma perché la chiarezza celeste è inabbordabile, inattingibile per noi che stiamo da quest’altro lato della realtà. Quando, alla fine, l’anima amorosa si ritrova davanti all’Oggetto della sua ricerca, il bagliore l’acceca. La notte dell’anima di Giovanni della Croce non è, infatti, il sentimento dell’assenza di Dio (del quale avrebbe fatto la terrificante esperienza la discepola Teresa di Lisieux, che però aveva chiesto ella stessa di «sedersi alla tavola dei peccatori»), ma l’incapacità di vedere ciò che intimamente si sa di avere sotto gli occhi. 

Questa notte è di fuoco – così avrebbe detto un giorno Pascal. Esperienza ineffabile che Giovanni non può tradurre con «parole che dici umane». Solo la poesia più sublime è in grado di trasmetterne qualche cosa, a condizione che lo Spirito Santo stesso detti i suoi versi al poeta ispirato. Nascono così dei testi, certo non facili da abbordare – al punto che la beata Anna di Gesù, futura fondatrice del Carmelo riformato in Francia e figlia spirituale di Giovanni, glie ne avrebbe chiesta l’interpretazione scritta –, ma di splendore sconcertante, che la traduzione non riesce a indebolire (si pensi alla straordinaria “Noche oscura”). 

In quest’ultimo testo (il tema è ripreso altrove con molte varianti) Giovanni compara a un lungo viaggio la ricerca del fedele partito alla ricerca del Cristo: 

In una notte oscura,
con ansie, dal mio amor tutta infiammata,
oh, sorte fortunata!,
uscii, né fui notata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

Al buio e più sicura,
per la segreta scala, travestita,
oh, sorte fortunata!,
al buio e ben celata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

Nella gioiosa notte,
in segreto, senza esser veduta,
senza veder cosa,
né altra luce o guida avea
fuor quella che in cuor mi ardea.

E questa mi guidava,
più sicura del sole a mezzogiorno,
là dove mi aspettava
chi ben io conoscea,
in un luogo ove nessuno si vedea.

Notte che mi guidasti,
oh, notte più dell’alba compiacente!
Oh, notte che riunisti
l’Amato con l’amata,
amata nell’Amato trasformata!

Sul mio petto fiorito,
che intatto sol per lui tenea serbato,
là si posò addormentato
ed io lo accarezzavo,
e la chioma dei cedri ei ventilava.

La brezza d’alte cime,
allor che i suoi capelli discioglievo,
con la sua mano leggera
il collo mio feriva
e tutti i sensi mie in estasi rapiva.

Là giacqui, mi dimenticai,
il volto sull’Amato reclinai,
tutto finì e posai,
lasciando ogni pensier
tra i gigli perdersi obliato.

Giovanni sopporta le peggiori sofferenze 

Ciò che il lettore odierno, se riesce a penetrare nel cuore di questi testi, non può immaginare, è il prezzo pagato da Giovanni per arrivare a questa unione… Moltissimi confratelli carmelitani non apprezzano il suo passaggio all’ala riformata dell’Ordine, né i suoi successi. Lo richiamano all’obbedienza, lo minacciano: quello resta sordo alle ingiunzioni, certo di star compiendo la volontà di Dio. Allora viene dichiarato “ribelle”, e dunque contro di lui tutti i mezzi diventano leciti. Dopo un primo arresto, per tentare di intimidirlo, Giovanni viene escluso dal Carmelo e poi rapito nottetempo, il 2 dicembre 1577, per essere incarcerato in una segreta del convento di Toledo. 

Gettato in un’oscurità stavolta materiale, privato di cibo, flagellato per costringerlo a rinunciare alla Riforma, Giovanni sopporta le peggiori sofferenze (e Dio sembra averlo abbandonato). Non solo la sua fede non vacilla nella prova, ma anzi essa cresce, nutrendosi di fiducia e di abbandono fino a rivelargli «la lampada dei fuochi luminosi», perché «patire le tenebre dona una grande luce». Versi magnifici che gli passano per l’anima (e lui li ritiene in memoria, visto che gli rifiutano qualunque materiale scrittorio). Solo dopo la sua evasione (stravagante, inspiegabile, miracolosa), nella notte del 15 agosto 1578 (e vi avrebbe riconosciuto la mano materna di Nostra Signora), può finalmente, riparato tra i carmelitani scalzi, trascrivere su carta questa parte essenziale della sua opera. 

«Chiuda gli occhi e cammini» 

Nessuno attenta più alla sua libertà, ma le persecuzioni, le ingiustizie, le vessazioni, la scomunica, il suo decadere da superiore proseguono fino all’ultimo respiro. Giovanni si spegne, al termine di sofferenze atroci procurate da un’erisipela che se lo mangia vivo, il 14 dicembre 1591, nel convento di Ubeda. Sarebbe stato canonizzato nel 1726. 

A quanti lo avrebbero letto lascia il consiglio tanto giusto quanto difficile da seguire: «Se un uomo vuole essere sicuro del proprio cammino, chiuda gli occhi e cammini nell’oscurità». Altrimenti detto, che lasci a Dio la guida, piuttosto che a deboli luci, perché «chi non vede se non Dio non cammina nelle tenebre». Tutto sta a osare una via simile! 

Dieci suggerimenti luminosi di Giovanni della Croce:

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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