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La battaglia di Muret, una prima vittoria del Rosario 

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Bibliothèque Nationale Paris / Aurimages

La bataille de Muret (1213).

Anne Bernet - pubblicato il 20/10/22

A fronte della lega che all’inizio del XIII secolo strinsero i ribelli catari e i signori del Midì, alleati degli Aragonesi accorsi in massa, le truppe del re di Francia non avevano più speranze. Sostenuta dalla nuova “arma invincibile” del rosario, propagata da san Domenico, la carica per l’onore dei francesi si trasformò in una grande vittoria.

Il servizio di Dio, della fede e della verità implica costanza e fedeltà. Non si transige col Maestro, non più di quanto si possa cercare di conciliare gli interessi del Cielo e quelli della terra, il dovere e il piacere. Alcuni, per aver tralasciato queste ovvietà, l’hanno pagata molto cara: ad esempio il re Pietro II di Aragona – nel 1212 eroe della cristianità, l’anno dopo nemico della Chiesa colpito dall’ira divina… Il caso è terribile, peraltro incontestabile: esso detiene pure il primato del primo rovesciamento di situazioni impossibili attribuito alla potenza del ricorso alla preghiera del rosario. 

Ciò che viene chiamato “crociata degli albigesi”, spesso descritta dagli storici ostili al cattolicesimo come una mostruosità, è piuttosto una questione molto complessa nella quale si mescolano strettamente la volontà dei potenti signori del Midì, primi fra i quali i conti di Toulouse, di liberarsi del re di Francia, e una grave crisi religiosa strumentalizzata a fini politici. Fin dalla fine del XII secolo un’eresia, venuta dai Balcani, si diffondeva attraverso l’Europa: era il catarismo. E anzi, si può ancora parlare di eresia, laddove le credenze in ballo non avevano quasi più nulla a che vedere col cristianesimo? 

Evidente recrudescenza del manicheismo, religione nata in Persia nel III secolo che, a suo tempo, seppe sedurre un’intelligenza come quella del giovane Agostino (il futuro Doctor Gratiæ), il catarismo – la “religione dei Puri”, sento l’etimologia greca del termine, lo stesso del nome “Caterina”, “la pura” – non crede al Dio unitrino del cristianesimo, ma postula due potenze divine dalla prestanza proporzionata, una buona e l’altra malvagia, opposte fino alla fine dei tempi in una lotta perpetua. La potenza malvagia ha creato l’universo materiale, e conseguentemente l’uomo carnale. 

La sola speranza dell’umanità di scampare a questa malefica dominazione e di trovare lo stato di perfezione delle anime disincarnate passa dalla rottura con tutto ciò che colloca l’uomo sotto il giogo del dio malvagio, ossia la sessualità, la quale – permettendo la nascita di nuovi umani – perpetua l’esistenza del mondo materiale e il potere del suo principe, l’attaccamento alle ricchezze di quaggiù. I catari – ed è la loro grande forza – propugnano l’assoluta astinenza sessuale, il veganismo completo (si rifiutano di uccidere qualsiasi animale e perfino di schiacciare insetti), la spoliazione e la povertà: abiti tutti, questi, dall’apparenza assai virtuosa, e che fanno passare i catari come autentici santi, agli occhi di tanta gente sincera e di buona volontà, soprattutto in un tempo in cui la Chiesa non offre più grandi esempi da questo punto di vista, e troppo spesso s’involtola in un lusso scandaloso oppure esibisce costumi debosciati. 

Il pretesto religioso 

È dunque anzitutto reagendo a un clero disonorato che il popolo si sarebbe stornato dal cattolicesimo, e poiché Roma ne era ben consapevole il papato avrebbe presto sostenuto Domenico di Guzman e Francesco Bernardone nella fondazione dei loro ordini mendicanti – spogli, esemplari, poveri. Francescani e domenicani saranno le risposte a quel rigetto del cattolicesimo, ed è non per nulla che verranno inviati a predicare nelle regioni francesi invase dall’eresia Domenico stesso o Antonio da Lisbona (/di Padova). La loro santità si sarebbe rivelata insufficiente nella misura in cui alla questione religiosa si sarebbe sovrapposta la volontà di emancipazione dei signori meridionali, stanchi di essere sottoposti alla corona di Francia. 

Prendendo le parti dei catari e dei loro capi spirituali, i Perfetti e le Perfette (altresì detti Bons Hommes e Bonnes Dames), e alleandosi con l’eresia (salvo restando pronta a tornare al cattolicesimo poco più tardi, in funzione delle necessità), la nobiltà del Midì pensò anzitutto alle proprie ambizioni autonomiste, una realtà di cui Filippo Augusto era ben cosciente e che non poteva tollerare. Riportare l’ordine reale in quelle province era una necessità vitale per il regno e avrebbe ricevuto la benedizione della Chiesa, che per la cura delle anime doveva troncare e sradicare la proliferazione del catarismo. Per questo il re di Francia, o piuttosto il suo esercito, sarebbe stato il suo braccio armato. 

Bisogna tuttavia precisare che prima di arrivare a questo, e all’innescarsi di una guerra santa tanto spietata quanto interminabile, Roma moltiplicò trattative e tentativi di mediazione, fino al punto di non ritorno – l’assassinio del legato pontificio nel Midì, nel 1208. Da quel momento il ricorso alle armi e al re di Francia divenne inevitabile. Nel 1209, per ordine del conte di Montfort, Simon, le truppe francesi giunsero in Languedoc per ripristinare l’ordine politico, religioso e sociale sbrindellato. Ciò non accadde senza una estrema brutalità, nello sconcerto di Domenico (che pure era molto legato a Montfort) e di qualche altro che – forse non senza una punta di ingenuità – avrebbero voluto risolvere il problema con la dolcezza e la carità, mentre la religione era già per tutti i protagonisti un mero pretesto per innescare il regolamento dei conti. 

Battersi per l’onore 

A fronte delle prime vittorie dei “crociati”, e ai loro metodi espeditivi, il conte di Toulouse, a corto di espedienti, si rivolse al cognato, Pietro II re di Aragona, che lasciò sperare in un trasferimento di sovranità a suo profitto e a discapito del re di Francia. I baroni del Midì si preoccupavano infatti meno di un sovrano spagnolo dall’altro lato dei Pirenei che di Filippo Augusto, troppo vicino per i loro gusti. Pedro di Aragona non era l’ultimo arrivato: il 12 luglio 1212, assieme al re di Castiglia, sbaragliò le truppe musulmane a Las Navas de Tolosa, primo vero colpo inferto ai regni islamici spagnoli, nonché episodio determinante della Reconquista. Agli occhi di tutta Europa, egli era un eroe della cristianità, che aveva combattuto gli infedeli sotto la bandiera e l’egida di Nostra Signora di Rocamadour. Resta il fatto, ed è un peccato, che questo eroe è un uomo, con le sue debolezze, e che quella mettere la mano sul sud della Francia fu una tentazione alla quale non seppe resistere. 

L’arrivo del re di Aragona nel Midì, alla fine dell’estate del 1213, avvenne alla testa di un’armata considerevole (più di 34mila uomini): fu una catastrofe per gli “uomini del Nord” – la piccola armata di Montfort, coi suoi 800 soldati, fu incapace di arginare quella iberica, che li travolse. L’11 settembre 1213, poiché non trovavano altra soluzione, Montfort e le sue truppe si asserragliarono nella roccaforte di Muret: sapevano di potervi resistere molto poco, per via della penuria di vivere. Tentarono di parlamentare con Pietro d’Aragona, che rifiutò di ricevere un negoziatore – foss’anche stato l’arcivescovo di Toulouse. A queste condizioni, non restava più che battersi per l’onore, perché a vista umana la situazione era totalmente disperata… Certi di morire l’indomani, i Francesi si confessarono, digiunarono, pregarono e assistettero alla messa. Da parte sua Pietro II, convinto di una facile vittoria, banchettò e passò la notte con una delle sue concubine. 

Vittoria completa 

Se gli uomini d’armi accettarono la loro sorte con rassegnazione, i religiosi presenti a Muret furono assai meno fatalisti (ed erano poco attratti dal martirio che con ogni probabilità li attendeva): fu allora che si ricordarono delle parole del migliore fra loro, Domingo de Guzman, al quale Nostra Signora, mostrandogli il Rosario, aveva promesso che sarebbe stata un’arma invincibile tra le mani dei suoi devoti. 

Contrariamente a quanto si sarebbe poi raccontato, Domenico non era a Muret, almeno non fisicamente, ma il suo insegnamento era ben presente a quanti si trovavano nella città assediata. Mentre i cavalieri rivestivano l’armatura e si preparavano a una sortita già persa in anticipo, il clero si riunì in una cappella che da allora si chiama “cappella del Rosario” e cominciò a sgranare le Ave. Stando a quanto riportarono i testimoni, il panico era tale che invece di bofonchiarle, i poveri preti e frati urlavano. 

Le grida si mostrarono efficaci: la carica disperata dei Francesi prese di sorpresa Pietro d’Aragona e i suoi alleati. L’armata meridionale si disperse senza combattere, o quasi. Come aveva promesso, la Santa Vergine è venuta in soccorso ai devoti del Rosario. Per la prima volta, e certamente non per l’ultima. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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cataricrociatefranciastoriastoria della chiesa
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