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“Scrivetegli lettere”: l’appello della mamma di Lorenzo, affetto da sarcoma

RAGAZZO DI SPALLE ALLA FINESTRA

Thomas Pringault|Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 18/10/22

Che cosa potrà mai cambiare una lettera nella vita di un ragazzo che sta affrontando terapie per debellare un sarcoma di Ewing? Molto: può aiutarlo a non sentirsi solo, a non credere di essere escluso dalla vita e dalla bellezza che abita il mondo.

Una mamma e l’amore che si spende in ogni caso

Ancora non so come si possa chiamare questa cosa, senza scadere nel retorico o nell’idealizzazione che sembra adulare invece allontana l’altro: se sei un eroe, se diventi la mamma speciale diventi anche inaccessibile.

C’è questo ragazzino, uno dei tanti purtroppo, che mentre viveva la propria vita di bambino e si avviava deciso verso l’adolescenza, è stato colpito da un tumore osseo. Lorenzo aveva solo dieci anni quando, insolitamente, dopo aver giocato un’ampia quota di partita di basket facendo punti a go-go, chiese di uscire dal campo.  

Qualche visita dalla pediatra non rivela nulla di sospetto o pericoloso, ma Lorenzo non mangia più. “Poi una notte Lorenzo ha urlato dal male, siamo corsi al Sant’Orsola: hanno capito subito, dalla lastra. Aveva una massa di 20 cm che premeva sul polmone”. Seguono tutte le cure possibili, fra policlinico e istituto Rizzoli, “due trapianti, quattro interventi, radioterapia, chemioterapia”, ma compare la recidiva, “Lorenzo è forte ma questo tumore non riusciamo a debellarlo, perché questa è una malattia subdola: le diagnosi arrivano tardi perché spesso non compare subito il dolore”.

laRepubblica.Bologna

La solitudine della malattia si deve poter curare

Sappiamo queste notizie perché la mamma, ora, dopo quattro anni di terapie, isolamento spesso necessario, altre indotto dal dolore e dallo stato d’animo che quello si tira dietro, ha scritto a la Repubblica per chiedere aiuto.

Non una raccolta fondi per tentare terapie inedite, non per chiedere giustizia per episodi di malasanità, non per imporci il suo dolore. Tutte cose che avrebbero in caso la loro legittimità e richiederebbero compassione vera. Ma non è il suo caso.

L’ha fatto perché, mentre continuano a fare quel che bisogna, fidandosi di medici e operatori, mentre sostengono come possono loro figlio, sanno di avere bisogno di altro, di altri, di una fetta di mondo perché Lorenzo non sia escluso dalla vita più di quanto già la condizione non esiga. Da soli non ce la fanno; nessun genitore, nemmeno di figli sani, sa e può riempire le giornate, la mente, il desiderio di felicità che un figlio reclama, che addirittura diventa.

Questa intelligenza e determinazione di chiedere ciò che può servire a un figlio alle condizioni in cui si trova, pur nel dolore che sembra volerla abbattere e non riesce a farlo, è quella cosa che vorrei celebrare senza sentimentalismi e fuochi d’artificio che stupiscono e spariscono senza lasciare traccia.

Lei è Francesca Ferri, suo figlio si chiama Lorenzo. Abita a Castel San Pietro Terme e fra poco compirà quattordici anni (il 10 di Novembre: bisognerà fargli gli auguri), è iscritto al liceo scientifico, una sede distaccata del Malpighi di Bologna; ma più distaccato ancora, per forza di cose è stato ed è lui. Non può frequentare a causa della recidiva del sarcoma di Ewing da cui è affetto. E dunque che cosa chiede se le condizioni che la malattia e la sua cura impongono sono comprese e condivise?

Che non sia solo, che non si senta abbandonato, che qualcuno copra in modo creativo la distanza che il tumore ha segnato tra Lorenzo e il mondo, la vita, le cose che comunque si ostinano ad essere belle.

La vita va avanti, ma può anche rallentare e mettersi al passo con chi soffre

Capisce persino, e li scusa, i ragazzi che si sono allontanati da lui, senza cattiveria, per via della vita che fa il suo mestiere e va avanti. Però non ha paura di chiedere: scrivetegli, aprite finestre, fateci entrare il mondo.

(…) mentre i ricordi del Lorenzo felice e spensierato si mescolano a una quotidianità – dura ormai da quasi quattro anni – che è fatta di profondo dolore, fisico e psicologico. Che è fatta di solitudine, talvolta necessaria per le cure che si stanno affrontando, talvolta conseguenza del dolore stesso. In quella solitudine, ammette Francesca, “il dolore si amplifica, perché Lorenzo non può pensare ad altro. Quando sei col dolore, lo vivi pienamente, lo stato ansioso lo amplifica di più”.

Ibidem

Rimane uno spazio risicato, il dolore è intenso e quasi totalizzante ma gli resta un che di ottuso, la vita, se vuole riesce a passare da piccole fessure. Ed è da quelle che la mamma chiede che gli altri, che l’altro e il mondo, l’amicizia, il sentirsi comunque insieme passino. Per posta, come si faceva una volta.

Scriviamogli lettere

E allora per distrarlo, per tenerlo impegnato con qualcosa che gli trasmetta vita, allegria, speranza anche quando la realtà sembra non concederne, Francesca ha pensato di lanciare un appello – rilanciato da Agito, l’Associazione genitori tumori ossei – chiedendo di scrivere a suo figlio “una lettera come si usava ai vecchi tempi (lui ama ricevere delle lettere, le tiene tutte da parte e se le rilegge spesso). Mi piacerebbe tanto che avesse la possibilità di interagire con più persone possibili. Non solo chi lo conosce già ma anche chi può raccontargli qualcosa di quello che fa, di quello che succede al di fuori”. Parole, certo, ma anche “un disegno, una fotografia di un animale… Potrebbero alleggerire i suoi pensieri”.

Ibidem

Una vita intensa che sembra ora monopolio del dolore

Prima suonava la batteria, giocava a basket, era uno scout. Il dolore opprime, sequestra, se non è troppo forte addirittura riesce ad interrogarti. Ma a rispondere, chi ci pensa?

Siamo cristiani per questo, i più afasici in merito, ma i soli che possono misteriosamente abitarlo sapendo che non è vano. Senza spiegarlo, che è tutto un groviglio di nodi e spiegazzamenti. Ogni volta che mi imbatto in storie di dolore e di più in quello dei bambini mi viene in mente Padre Pio, per il quale, confesso, non ho particolare trasporto o sintonia, spero che non se la prenda.

Lui, il santo a noi contemporaneo che si è cristificato a vista d’occhio durante la sua esistenza; lui che pativa su di sé il privilegio di molti dolori di Gesù, che sapeva cosa significava la Passione, ha voluto un ospedale d’eccellenza, ma che fosse prima di tutto luogo accogliente e di sollievo.

Il dolore non si chiede, non lo si ama in sé stesso, lo si attraversa con pazienza- se Dio ce ne dà – perché salva, perché è diventato l’opposto di ciò per cui ci è arrivato in dote.

Tutte le cose sono nuove, in Cristo

E’ il sacrificio che Cristo ha fatto nuovo, nessun pagamento impossibile, nessun dazio per il dio insaziabile, basta sangue, dopo che l’innocente vero l’ha saputo versare.

Possiamo unirci a Lui, accettare in sua compagnia che la nostra bellezza venga nascosta e differita e intanto maturi. Nel frattempo però abbiamo il dovere di soccorrerci, consolarci, sollevarci, provare a guarire chi soffre. Nel corpo di sicuro e ancor più perentoriamente nella sofferenza dello spirito.

Lorenzo è poco più che un bambino, i medici che lo hanno in cura sono eccellenti professionisti e non solo, se la mamma li chiama angeli. Che razza di angeli maneggia siringhe e bisturi, medicine amarissime e nomi impronunciabili? Quelli che si fanno poche fisime, conoscono e rispettano i corpi, si danno da fare per rimetterli in carreggiata proprio perché li riconoscono in capo a un’anima.

Rilanciamo il suo appello che facciamo nostro

Accogliamo anche noi, dunque, l’appello di mamma Francesca e portiamo Lorenzo, la sua famiglia e tutti i medici nelle nostre intenzioni di preghiera.

Quella solarità che ricorda e rimpiange non è andata perduta per sempre; comunque proceda la sua storia clinica, cominciata con la diagnosi, sfociata in cure, due trapianti, quattro interventi che la mamma non vuole chiamare lotta ma un’interazione con il sarcoma, Lorenzo ha una vita degnissima, piena di tutte le esigenze che tengono vivo il cuore di ogni uomo.

Ha bisogno di relazioni, di amicizia, di contatto con gli altri, di sentirsi, come è in modo addirittura più intenso che per altri, parte del mondo e della società umana. Soffrire e percepirsi escluso è un fardello che proprio non possiamo lasciargli.

Ragazzi, scrivete lettere a Lorenzo, ci guadagnerete anche voi

Una lettera, dunque, un disegno, delle fotografie: qualcosa che gli dica la verità, cioè che lui è prezioso e che tutto ciò che esiste è per lui.

Qualcuno, per non aspettare i tempi fisiologici delle Poste, ha già risposto al suo appello con video di cagnolini: “Li ha guardati per mezzora dal mio cellulare, in quella mezzora si è distratto e ha sentito meno il dolore”.

Sogna di diventare oncologo pediatrico “e mi creda, è davvero bravo. Vuole essere come il dottor Thomas che è il suo angelo custode al Sant’Orsola”.

Per aprire quel cassetto, e le finestre che ora impediscono a Lorenzo di avere la vita che spetterebbe a un quasi 14enne, c’è un modo: scrivergli lettere, “raccontargli la normalità che non può vivere”. Chi desidera farlo può mandare la propria lettera a:  Lorenzo Bastelli – Via Berlinguer 71/B – 40024 Castel San Pietro Terme (BO).

Ibidem
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