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Sacrificio - di Fra Iacopo Iadarola: «doglie concepite per la salvezza del mondo, e unicamente per amore»

FRA IACOPO IADAROLA

Fra Iacopo Iadarola

Fra Iacopo di Maria Bambina - Carmelo Veneto

Paola Belletti - Aleteia - pubblicato il 11/06/20

Tutta la critica al sacrificio, in auge da due secoli a questa parte, ci permette di dire quasi cantando per la gioia cosa sia, davvero, il sacrificio. Da quando Cristo si è incarnato, ha patito, è morto ed è risorto. Poiché Lui ha fatte nuove tutte le cose, soprattutto il sacrificio: l'unico discendente da Dio all'uomo e non più ascendente e gravato dal peccato, dall'uomo a Dio.

Fra Iacopo Iadarola, ex-giornalista, ex-insegnante, ex-intellettuale pagano convertitosi a Cristo guardando un quadro della Madonna che gli ricordava la sua ex, l’8 settembre 2007. Da allora è entrato nell’Ordine mariano per eccellenza nella Chiesa, il Carmelo, col nome di fra Iacopo di Maria bambina – ed è ogni giorno più ex-stasiato in questo giardino pieno di preghiera, di poesia, di innamorati persi. Non ha perso il vizio purtroppo di scrivere articoli (Rivista di vita spirituale, Rivista Biblica, La Stampa – Vatican insider) e lavoretti vari per l’editoria, come Cantare il creato (Edizioni Messaggero Padova) e “Mindfulness. Un’opportunità per i cristiani?” (Edizioni Ares, di prossima uscita). Si è licenziato da poco in teologia spirituale con una tesi sulla «spiritualità dell’offerta della vita», di cui questo articolo è un distillato offerto volentieri per i lettori di Aleteia.

Così si presenta lui stesso. A me si è presentato invece per tramite dei cari amici e cantautori e soprattutto sposi Anita e Giuseppe, i Mienmiuaif – Mia moglie ed io. E da allora ho spesso bussato alla sua porta, tutt’ora solo metaforica, per poter gustare e condividere anche con i nostri lettori contributi originali dal blog del Carmelo Veneto. E scoprendo piano piano quanto quel carisma che germina dalle viscere stesse della Chiesa sia così vicino ai nostri cuori spossati e così balsamico per le nostre anime a rischio disintegrazione.

Sono così contenta di offrirvi questa gemma.

Di Fra Iacopo di Maria Bambina

Come parola da «salvare» scelgo la parola «sacrificio», anche se semmai è questa che salva me, non certo viceversa… «Sacrificio» è uno dei termini cruciali della nostra fede, forse di tutte le fedi, parola per cui sono stati riversati fiumi di inchiostro e sangue; è anche uno dei termini più ricorrenti della liturgia e della mistica, capillarmente diffuso nella preghiera e nelle vite dei santi, eppure oggi tremendamente a rischio di censura culturale. Le motivazioni, ribadite di recente da vari psicologi, filosofi e finanche teologi cristiani, le sappiamo già un po’ tutti ora che i «maestri del sospetto» sono alla portata di qualsiasi show televisivo o tutorial su youtube. È da questi «maestri» che, almeno a partire da due secoli fa, era partita una serrata critica al sacrificio: smascherato come meccanismo nevrotico di sessualità repressa, pretesa sadomasochistica di accampare diritti verso un Dio irato da ammansire, substrato spirituale dell’economia di scambio del capitalismo, propellente ideologico delle efferatezze dei nazisti, dei kamikaze giapponesi e dei terroristi islamici, elemento patogeno dell’anoressia e degli abusi commessi dai religiosi ecc. Per questa scuola di pensiero, per questa «mentalità antisacrificale» iniziata da Nietzsche e da Freud, passata per la Scuola di Francoforte e sfociata in Lacan, Nancy e nei loro epigoni nostrani come Recalcati, non c’è praticamente male nel mondo che non trovi la sua causa in questo «fantasma sacrificale» che, pretendendo di conferire un valore salvifico e positivo alla sofferenza e alla morte, finisce col giustificare le più infami violenze mai commesse dell’umanità.

Beninteso: è tutto vero, e non saremmo mai grati abbastanza agli implacabili detrattori del sacrificio per aver denunciato la sua lunga ombra peccaminosa. Perché in realtà costoro ci offrono a piene mani tante motivazioni in più per amare il sacrificio cristiano, che è esattamente il contrario di quello che prendono di mira. Lo dice Gesù: «Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli toglie il primo sacrificio per costituire quello nuovo» (Eb 10,8-9).

Sì, è un del tutto nuovo sacrificio quello che Cristo porta a compimento: e come il «comandamento nuovo» dell’amore (Gv 13,34) è diventato il compimento – non l’abolizione, ci teneva a dire Gesù – dell’antica Legge mosaica, così il nuovo sacrificio di Cristo porta a compimento il vecchio sacrificio, cuore di quell’antica Legge mosaica che, pur volendo arginare il peccato, misteriosamente lo nutriva (cf. Rm 7,7-10). Un nuovo sacrificio: radicalmente nuovo, inaudito, che solo un Dio poteva compiere, perché a differenza di tutti gli altri vecchi sacrifici «ascendenti», dall’uomo a Dio, qui è un Dio che si sacrifica per l’uomo, un sacrificio «discendente» e senza altro movente che non sia l’amore ed il servizio: «Misericordia io voglio, e non sacrifici» aveva detto Gesù citando il profeta Osea, per controbattere al legalismo dei farisei suoi oppositori (Mt 9,13; 12,7). Ma il suo sarà pur sempre un sacrificio, il sacrificio, come annuncerà in quei versetti che compendiano l’intera sua missione: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,20); «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).


CRISTO CORONATO SPINE

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Questo «sangue versato», questo «riscatto» (in ebraico sarebbe kōfer, stessa radice di kipper, «espiare», e di kappōret, «propiziatorio»: il coperchio dell’arca dell’Alleanza, con una probabile semantica comune legata al «coprire») sono il nuovo, unico sacrificio gradito a Dio, culmine di tutti i passati e fonte di tutti i futuri sacrifici: i quali non saranno, se autentici, autosufficienti sacrifici di cristiani masochisti, ma gioiose attualizzazioni dell’unico Suo, nel Suo corpo che è la Chiesa, come scrive Paolo di Tarso – «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24) – o come canta Teresa di Lisieux: «Ben lo so, tutte le giustizie nostre / non han valore alcuno agli occhi tuoi. / Per dare ai sacrifici miei un peso / nel tuo Cuore Divino or li verso» (Poesia 23). Questo è l’inebriante sacrificio del cristiano: partecipazione complice e innamorata della Chiesa Sposa alla redenzione operata da Cristo Sposo, doglie concepite per la salvezza del mondo, e unicamente per amore – «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1Cor 13,3). Sacrificio d’amore, dunque, di proporzioni incomparabili rispetto ai sacrifici omicidi dei terroristi islamisti o dei sacrifici suicidi dei monaci buddhisti. Il fatto poi che il sacrificio massimo, quello del martire («testimone»), testimoni una realtà ben precisa nel cristianesimo – l’amore di Cristo, nella più tassativa innocuità e carità verso sé stessi e verso gli altri – e ben altro in altre fedi, è la prova più lampante che in casa nostra, pur fra le nostre infinite devianze, è forse in ballo qualcosa di radicalmente diverso da ciò che viene così tanto bersagliato dai maestri del sospetto: un sacrificio assolutamente sui generis, il sacrificio discendente di Cristo, sacrificio e dell’uomo e di Dio, l’Unico che possa realmente faresacre (sacrum facere) le cose, sacrificio a immagine del quale bisogna vedere gli altri e non già viceversa, pena incalcolabili ed iconoclastici svarioni.

Rigettare infatti il sacrificio tout court, arrivando addirittura a bandire il termine dalla liturgia e dalla spiritualità come si propongono alcuni dei critici di cui sopra, sarebbe davvero gettare il bambino con l’acqua sporca, per almeno due gravi motivi. Primo: l’anelito al sacrificio, radicato nelle viscere dell’uomo, comunque rimarrebbe e rientrerebbe presto o tardi trionfante dalla finestra, nelle forme più aberranti proprio perché represse. Esso va convertito e redento, come l’eros, non castrato. Secondo: questo non è un bambino qualsiasi, questo sacrificio è il bambino della Legge, è come Mosè sulle acque. La figlia del Faraone poteva lasciarlo scorrere via, e invece decise di raccoglierlo ed accoglierlo. Giochi linguistici della Provvidenza: il verbo impiegato per la figlia del Faraone che con compassione «raccoglie, prende con sé» (anaireō, cf. At 7,21) il piccolo Mosè è lo stesso verbo impiegato, nei versetti succitati della lettera agli Ebrei, per Cristo che «toglie, prende con sé» (anaireō, cf. Eb 10,9) il primo sacrificio al fine di costituire quello nuovo. Gesù era evidentemente di fronte a qualcosa di «umano, troppo umano» per non assumerlo su di sé, per farlo suo, per viverlo sulla sua pelle, ma come sempre facendo nuove tutte le cose, redimendo il sacrificio e non reprimendolo, trasfigurandolo e non tramortendolo.


FRANCESCA SERRAGNOLI, GEMME

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Stiamo attenti dunque al nuovo puritanesimo di chi vorrebbe censurare il sacrificio in nome di un puristico dono d’amore che non costi alcunché, perché «voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18-19; cf. 1Cor 6,20; 7,23); «Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue» (1Gv 5,6). Un giorno probabilmente respingeremo questo neopuritanesimo scialacquato come da poco abbiamo imparato a rigettare quel frigido teorema cristiano che voleva contrapporre, anziché comporre, eros ed agape. Stiamo attenti dunque, maschietti, ad andare all’accademica scuola di Francoforte, anziché a quella compassionevole della figlia del Faraone.

E, per chi potesse scambiare queste parole per sorda apologetica cattolica, concludiamo lasciando la parola a un sapiente autore ortodosso:

Mi piacerebbe indicare che, prima di tutto, il sacrificio è un’ontologia. Non è semplicemente la conseguenza di qualcosa, è una delle espressioni principali o una prima rivelazione della vita stessa; è il contenuto spirituale della vita. Dove non c’è sacrificio non c’è vita. Il sacrificio è radicato nel riconoscimento della vita come amore: rinuncio non perché non voglio di più per me stesso, o per soddisfare una giustizia oggettiva, ma perché questo è il solo modo per raggiungere la pienezza che è possibile per me. Così, prima che il sacrificio divenga espiazione, riparazione o redenzione, è il movimento naturale della vita. Tutto questo lo trovo nell’eucarestia bizantina, dove, prima di giungere alla crocifissione, parliamo del sacrificio di lode e della salvezza come un ritorno al modo sacrificale della vita. Contrario al sacrificio è il consumismo: l’idea che ogni cosa mi appartenga e io debba afferrarla – e noi siamo guariti da questo solo dal complesso movimento esemplificato dall’eucaristia, dove noi offriamo noi stessi e siamo accolti attraverso l’offerta che Cristo fa di se stesso. (A. Schmemann, Liturgia e tradizione. Per una cultura della vita nuova, Roma 2013, 158-159).


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