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Elena Santarelli: Giacomo ha vinto contro il tumore. “Grazie mamma, non hai mai perso la speranza”

Shutterstock
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Un viaggio impegnativo fatto di dolore, resistenza, stanchezza, speranza e coraggio da leoni. Tanta la gratitudine espressa per medici, infermieri, amici e anche i lontani che hanno pregato e sostenuto Giacomo e la sua famiglia in questo percorso così arduo.

L’annuncio su Instagram della guarigione del figlio Giacomo dal tumore cerebrale

Come era successo per l’annuncio della malattia del piccolo Giacomo, primogenito nato dal matrimonio con l’ex calciatore Bernardo Corradi, così è avvenuto per quello della sua guarigione. Lo ha affidato ad Instagram, o meglio, per mano di due lunghi post, zeppi di nomi e cognomi, lo ha consegnato ai tanti che con sincero affetto (qualcuno con inspiegabile e immancabile perfidia) l’hanno seguita in questa drammatica avventura.

Nel primo si vede il sorriso di Giacomo e la t-shirt nuova di zecca e realizzazione esclusiva che abbina l’ormai classico invito alla calma all’essere entrato in una nuova, agognatissima fase: il follow up! Per la sua storia clinica significa che ha finalmente terminato le terapie (chemio, radio, cose tutt’altro che leggere) ed ora lo aspettano “solo” i controlli periodici per confermare quello che già è stato visto: il tumore cerebrale maligno che lo aveva colpito, e aveva reso necessario anche un lungo intervento chirurgico, non c’è più. Perché il primo, fondamentale annuncio di questa buona nuova è stato fatto al diretto interessato. E la dottoressa Mastronuzzi ha usato questo sistema: una maglietta nuova, con scritta eloquente, in una scatola consegnata nelle mani del giovanissimo paziente. Il tutto preceduto da una nota vocale.

Nel secondo prosegue il puntuale corteo di nomi di persone. Sono medici, infermieri, segretarie, operatori, mamme di altri piccoli pazienti. In questa precisione si avverte tutta la sua gratitudine. Dietro nomi e cognomi, tra le righe delle incombenze anche solo organizzative che queste persone hanno aiutato a sbrigare, si intravvede la trama robusta di relazioni che hanno fatto come gli elastici del ring. La tenevano su, le permettevano di riposarsi un breve istante, la rispedivano con slancio nella lotta.

La forza speciale di una mamma normale

Nessuna semplificazione, nessuna esaltazione acritica o per contro banalizzazione del dolore “solo perché è bella, ricca e famosa”, anzi prima che lo dicesse lei, credo saremo stati in tanti a pensare che, oltre ai vantaggi, questa sua maggiore esposizione le abbia richiesto un contegno ancora più controllato. Elena Santarelli ha vissuto come ha potuto il dramma di accompagnare e sostenere il proprio bambino in una delle battaglie più dure che si possano affrontare: una malattia oncologica aggressiva. Rara, nel suo come in tanti altri casi.

Lo sapeva già, di sicuro, che non sono la fama, la bellezza o i soldi a proteggere i beni più preziosi. È una ragazza tosta, concentrata sui fondamentali. Eppure, da quel che racconta, se lo è lasciato insegnare, se lo è lasciato incidere sulla pelle dalla salita dura della malattia, dalla diagnosi, dalle cure e dai continui prelievi e controlli. Per questo ha subito lasciato spazio alla speranza e alla gratitudine. Lo diceva già in tempi non sospetti, quando la china era appena iniziata, il fiato era corto per lo shock e la cima ancora coperta di nubi. Così raccontava a Tempi a fine dicembre scorso.

Ero spaventata, arrabbiata, ma ero anche grata perché avevo dei medici straordinari, un protocollo da seguire, grata di avere davanti un anno duro, possibilità che a molti non è data, e perché avevo, ho, un bambino forte, capace di vivere questo anno duro.

Mostra tutta l’intelligenza dell’amore e della fede, quella semplice, nella vita, nel bene che c’è. E decidersi per questa opzione non è facile, di fronte allo tsunami che alza terribile la sua onda distruttrice al suono della parola “tumore” e aggiunge frastuono agli attributi di “maligno” e “aggressivo”. Non è facile ma è vero ed è semplice. Nel profondo della paura, a mille metri sotto il livello del mare della normalità, attraversata dalle sole increspature delle influenze, degli aerosol da fare in piena notte, della gola infiammata “ma come, di nuovo?!”, non è scontato. Ma questa sottile e resistente ragazza lo ha fatto.

Il coraggio della verità e la necessità della “recita”

Ha obbedito a suo figlio, di fatto. Alla sua vita, alle sue paure, alla rabbia che esplodeva. A Giacomo che le chiede la verità Elena dice la verità. Se l’esame da affrontare è doloroso, Giacomo sa che farà male. Ma non ha mai omesso di associare alla verità, detta in modo comprensibile ad un bambino di 8, 9 anni, la speranza, diventata promessa, alla quale si è attenuta come ad un contratto.

«va bene, sarà un anno duro Giacomo, ma lo affronteremo insieme e ce la faremo, mamma te lo dà per certo», gli avevo promesso. E così è stato. (Tempi)

E, aggiunge poco dopo, “non è andato perso un solo istante“. Chi di noi può dire lo stesso delle giornate che passano “normali” tra incombenze, scocciature, momenti di allegria o di noia? Nessuno, nemmeno lei probabilmente, prima. Né ora che prima o poi la normalità riprenderà a lambire placida la riva delle giornate.

Eppure, quando si attraversano certe tempeste, ci resta in petto – come una freccia scoccata non si sa da dove – un acuto senso della vita, della sua bellezza e magnificenza che non vogliamo più perdere. Che temiamo di perdere!

Di questa mamma, speciale e normale come tante, mi ha da subito colpito la lucidità, la durezza che è riuscita ad imporsi, l’onestà del riconoscere i propri privilegi (non è per esempio tra quei genitori che per seguire le lunghe terapie dei figli sono costretti a lasciare tutto e a volte a dormire in auto!), l’intelligenza di metterli a servizio del bene di tutti.

Quando i giornalisti cominciavano ad assediarla è passata al contrattacco:

Qualche giornalista aveva iniziato a chiamarmi, che ci faceva Elena Santarelli in quella cittadella del dolore e della speranza del Bambino Gesù? È stato allora che ho girato la domanda, cosa poteva fare Elena Santarelli per gli abitanti di questa cittadella? Potevo raccontare cosa mi era accaduto, raccontare cosa succede tra questi corridoi dove nulla è perso, non si fanno sconti alla malattia ma non è mai la malattia l’ultima parola sui nostri figli. Potevo raccontare che una diagnosi di tumore non annienta la vita, lo dovevo alla vitalità di Giacomo e alla forza di chi stava affrontando diagnosi molto più infauste della sua. Potevo sostenere pubblicamente l’associazione Heal, una onlus fondata da famiglie di bambini colpiti da tumori cerebrali e da medici, infermieri e biologi che in collaborazione con il Bambino Gesù si occupano ogni giorno di cura e ricerca nell’ambito della neuro-oncologia pediatrica: è bastato un appello su Instagram chiedendo di acquistare le loro uova di Pasqua per aiutare la ricerca e l’associazione è stata travolta dalle richieste. (Ibidem)

Finalmente può piangere

Nell’intervista con Marco Liorni a Italia sì per Rai1, andata in onda l’11 maggio, la showgirl (lo dico solo per necessità di sinonimo. E’ soprattutto una mamma) dopo le prima battute a commento della foto di Giacomo che indossa la maglietta della sua nuova vita inizia a piangere. “Sono anche tanto stanca”, spiega al conduttore (non eccelso a mio parere nell’accogliere questo momento così genuino e vero). Chiede scusa alle amiche perché è stata un po’ nervosa negli ultimi giorni, ringrazia, si giustifica. Ha dovuto mantenere per un anno e mezzo una recita, fatta di sorrisi e gentilezza anche quando avrebbe solo voluto urlare e lasciarsi andare. Una costrizione crudele e benefica, legata alla sua notorietà, che le ha fatto da argine ma che forse ora, comprensibilmente, cede.

Piange, si riprende, si giustifica. Sono la gioia e la stanchezza che le sono rovinate addosso tutte assieme, certo. Ma c’è anche la tristezza per la sua amica Valeria, un’altra mamma che con lei ha attraversato questa prova e che non ha potuto ritrovarsi, all’uscita, insieme con la sua piccola Marzia.

Un altro post, di pochi mesi fa, si aggiunge come una moderna via crucis alla salita di questi piccoli crocifissi e delle loro madri, il dolore per una bambina come il suo Giacomo che non ha potuto sentire il vocale della dottoressa. Nessuna voce familiare ad annunciarle la guarigione né mani professionali e amiche a consegnarle una t-shirt keep calm. Nessun follow up da seguire nei prossimi mesi. Non so nulla di mamma Valeria nè mi azzardo a consigliare stili di comportamento, strategie, soluzioni. Solo la Madonna conosce da dentro, meglio di qualunque mamma “normale”, la sofferenza che lei e tante altre mamme che vedono morire il proprio figlio attraversano. Prego soltanto per loro e spero che non manchi chi si precipiti a casa loro, che le tempesti di telefonate, chi le fermi per strada per consegnare loro l’ultim’ora più urgente della storia, la perenne e non falsificabile breaking news da lasciare scorrere sotto ogni schermata della nostra esistenza: la morte ha perso. Cristo, risorgendo, l’ha vinta.

Che ci aiuti, che le aiuti allora, che le sostenga e le consoli (l’unico davvero abilitato a farlo) nell’attesa del Cielo.

Grazie mamma, mi piaci così, sei la più bella

Nel giorno della festa della mamma, domenica 12 maggio, Giacomo può fare finalmente una cosa normale ed eccezionale: andare nella sua cameretta e scrivere una cosa per la sua mamma. E’ tutto un susseguirsi di vocativi, di “mamma”, “mamma”,”mamma!”. Sembra il suo inconsapevole piccolo laico rosario. Le dice grazie, che la ama, che è bella, speciale, che non ha mai perso la speranza e anche ammettendo che esistano mamme più belle, bè insomma tu, mamma, sei mia madre e mi piaci così.

Grazie Elena per avere condiviso sempre con misura e pudore i sentimenti le emozioni, le domande e la speranza, soprattutto quella. Grazie Giacomo, piccolo guerriero.

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