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L’iperindividualismo, il grande dramma del XXI secolo

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Trismegist san | Shutterstock

Ignasi de Bofarull - pubblicato il 07/09/22

Una “malattia” sociale silenziosa sta distruggendo la società. Ci fa vivere soli e non ci permette di assaporare il bello della vita: il fatto di condividerla con gli altri

Negli ultimi decenni, nel quadro di una crescente esplosione digitale, le società occidentali stanno vivendo un iperindividualismo che si scontra con gli aspetti migliori di una vita positiva, calma e condivisa, a cui sono chiamati gli uomini e le donne di oggi.

Quando parliamo di pienezza umana, ci riferiamo ad una vita di amicizia, comunitaria, di incontro in vista di diversi fini sociali, culturali, trascendenti.

Le associazioni di quartiere migliorano la vita delle famiglie e del vicinato; i club sportivi favoriscono una vita sana e un’attività fisica fondamentale per la salute; le iniziative culturali – gruppi teatrali, mostre, musei… – non sono solo occasione di incontri sociali, ma promuovono una vita che valorizza tradizioni musicali e iniziative letterarie, storie e racconti comuni; il volontariato sociale non solo aiuta i più bisognosi, ma riempie di senso la vita di tutti coloro che si dedicano a servire il prossimo con altruismo.

Qual è la conseguenza di questa vita sociale in declino? Semplicemente la solitudine non scelta, origine di molti mali tra i più giovani, tra gli adulti e soprattutto tra gli anziani.

Stiamo parlando di isolamento sociale, sfiducia, polarizzazione, della disgregazione di molte famiglie, della perdita della comunità e del senso di appartenenza. Nel contesto di questo iperindividualismo, proliferano un tribalismo e un populismo pieni di odio.

Aumentano i tassi di suicidio, e in molti casi si registra un aumento dei problemi di salute mentale, ad esempio giovanile. Prevale una crisi spirituale causata dalla perdita dello scopo comune e dalla scomparsa di molte iniziative di solidarietà che uniscono le persone.

Crediamo anche di aver perso le storie e le cause comuni che promuovono la vita associativa, la reciprocità, la comunione e l’obiettivo. Stiamo vivendo un’inflazione dell’io, e in parallelo una profonda crisi della socialità e dell’empatia.

Ci hanno promesso qualcosa che non è reale

Lo Stato liberale e l’ultimo capitalismo ci hanno promesso la felicità attraverso un’amministrazione che si occupa dei nostri bisogni: sanità, istruzione, pensioni, sicurezza, e un mercato che ambisce a rispondere a quasi tutti i desideri dei consumatori. Non basta. Nelle opulente società occidentali, il risultato, anziché la soddisfazione, è spesso il vuoto.

Abbiamo tutto, ma manca sempre qualcosa perché cerchiamo solo l’autorealizzazione individuale, spesso sulla base del narcisismo e dell’esibizionismo, del godimento a breve termine, e tutto partendo da un’etica che ci spinge a giustificare moralmente ciò che ci soddisfa a scapito dell’altro, degli altri, dei legami più profondi, di Dio stesso.

L’uomo e la donna del nostro tempo aspirano a molto di più, sulla linea della nota riflessione di Sant’Agostino (354-430): “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Confessioni I, 1).

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