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Le folgoranti risposte di Giovanna d’Arco in processo 

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© Rouen, musée des beaux-arts

Mathilde De Robien - pubblicato il 30/05/22

La festa di Giovanna d’Arco ci offre l’occasione per tornare sull’eccezionale abilità e sull’incredibile audacia di cui la giovane (all’epoca dei fatti 19enne) diede prova durante l’iniquo processo intentatole che l’avrebbe spedita al rogo per eresia, il 30 maggio 1431.

Catturata alle porte di Compiègne dai Borgognoni il 23 maggio 1430, Giovanna fu venduta agli Inglesi da Giovanni di Lussemburgo per la somma di 10mila scudi. Il suo processo, condotto dalle autorità ecclesiastiche e presieduto da Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais, ex rettore dell’Università di Parigi e alleato degli Inglesi, si svolse nel castello di Rouen dal 21 febbraio al 30 maggio 1431. 

Non meno di 120 persone vi parteciparono, tra cui ventidue canonici, sessanta dottori, dieci abbaìi normanni e dieci delegati dell’Università di Parigi. L’accusa mossale riguarda il presunto carattere diabolico delle voci che la giovane pretendeva di udire, la sua vita dissoluta, le sue pratiche eretiche e il suo vestire abiti virili. Quest’ultimo capo d’accusa le sarebbe valso di essere dichiarata “relapsa”, ossia ricaduta nei precedenti errori, e condannata ad essere bruciata viva sulla piazza del Vieux-Marché a Rouen, il 30 maggio 1431. 

Le mente del processo, consegnate nei manoscritti di d’Urfé e d’Orléans, restituiscono un prezioso spaccato di quel giudizio storico. Leggendole si prende pienamente coscienza della straordinaria abilità di Giovanna: compariva da sola, senza avvocato, a 19 anni, ignorante in materia di diritto e detenuta da mesi in condizioni spaventose; malgrado ciò fu capace di audacia, di ardimento e di aggirare le trappole tesele dagli ecclesiastici. 

Diede prova di ammirevole presenza di spirito, mostrandosi abile e piena di humour, lei che non sapeva «né A né B» (l’espressione che usò al tribunale di Poitiers per professarsi analfabeta) e destabilizzò i giudici con la forza della sua sincerità. Olivier Sers fa osservare: 

A ogni domanda ambigua oppone un’altra domanda, un guizzo di humour, una richiesta di confronto, di inchiesta o di rinvio. 

Olivier Sers, Prefazione a Jacques Trémolet de Villiers,  Jeanne d’Arc, le procès de Rouen (Les Belles Lettres 2016) 

Intelligenza superiore, sincerità ingenua o ispirazione divina? Sia come sia, le risposte di Giovanna d’Arco restano straordinarie. 

La “disputa del giuramento” 

A ogni principio di udienza, il vescovo Cauchon chiedeva a Giovanna di giurare sui Vangeli di dire la verità. Ogni volta, immancabilmente, Giovanna avvertiva di poter dire «il vero» a proposito della propria fede e della propria vita, ma che in nessun caso avrebbe potuto parlare delle rivelazioni che Dio le aveva fatto per il re. Fu dunque accusata di delimitare il quadro del processo intentatole. Così fin dal 21 febbraio, primo giorno di udienza, alle 8 del mattino, quando il vescovo esortò Giovanna a prestare giuramento, questa rovesciò la situazione e fissò le condizioni: 

Io non so su che cosa vogliate interrogarmi. Potreste magari chiedermi cose tali che io non vi risponda. […] Di mio padre, di mia madre e delle cose che ho fatto da quando mi sono messa su strada per la Francia, volentieri giurerò. Delle rivelazioni fatte a me da parte di Dio, invece, non le ho dette né rivelate ad alcuno fuorché al solo Charles, mio re. E non le rivelerò neanche sotto pena di essere decapitata. Perché quest’ordine ho avuto in visione, lo sento nel mio segreto consiglio: di non rivelare niente a nessuno. Entro otto giorni saprò se devo rivelarle o no. 

Non soltanto Giovanna si comporta da padrona dell’interrogatorio – il colmo per una accusata –, ma «si scherma dietro un’impossibilità che verrebbe da Dio, e dunque a quegli uomini di Dio ella oppone Dio», analizza mastro Jacques Trémolet de Villers. Inoltre faceva come se disponesse del tempo, evocando quegli otto giorni… una prerogativa che normalmente pertiene al giudice. Impose il proprio rinvio, prese tempo, fece intravedere un’eventuale apertura, come una persona esperta nell’arte oratoria. 

La questione del Pater Noster 

Sempre in quel primo giorno del processo, tentando di testare la sua fede, il vescovo chiese a Giovanna di recitare il Pater Noster. Domanda alla quale Giovanna rispose: 

Mi ascolti in confessione, e glie lo dirò volentieri. 

Una resistenza incredibile da parte di una giovane contadina di fronte a un vescovo e a un consesso di giudici. Un modo di richiamare presso il proprio interlocutore un sacramento che le veniva amministrato quotidianamente dal proprio confessore, frate Pasquare, fino a quando non fu gettata in prigione e ne fu duramente privata. 

Secondo Jacqes Trémolet de Villers, la risposta di Giovanna fu anche un modo per ricordargli la sua funzione di vescovo. Perché prima di essere giudice era prete, ed era suo dovere impartire quel sacramento al fedele che glie ne facesse richiesta. 

Giovanna offrì dunque a Cauchon – sottolinea l’avvocato – l’occasione di essere ciò che doveva essere: un prete e un vescovo, e non un giudice prezzolato dal nemico. 

La questione della verità 

Il terzo giorno, il 24 febbraio, mentre il vescovo le intimava di parlare, lei garantì di non poterlo fare, e mostrò al vescovo come non fosse nel suo interesse l’insistere, altrimenti sarebbe stato lui a spingerla allo spergiuro: 

In fe’ mia, lei potrebbe chiedermi cose tali che io non direi. Forse di molte delle cose su cui potreste interrogarmi io non dirò il vero, specialmente su quanto attiene alle mie rivelazioni. Eventualmente potreste costringermi a dire una cosa che ho giurato di non dire, e così sarei spergiura… ma questo lei non dovrebbe volerlo. 

Tutto come se tentasse di far ragionare il vescovo perché non la spingesse al peccato – sarebbe un’assurdità per un uomo di Chiesa. Giovanna diede dunque prova di un’infallibile lealtà verso Dio. Il suo discorso non varia: Dio va sempre «servito prima» della chiesa degli uomini. 

«Lei sa di essere in grazia di Dio?» 

Con questa domanda Jean Beaupère, già rettore dell’Università di Parigi (1412 e 1413), nonché amico del vescovo Pierre Cauchon, cercò di coglierla in fallo. Perché se avesse risposto affermativamente l’avrebbero accusata di orgoglio, e se avesse detto di no l’avrebbero trattata da peccatrice. Giovanna lo colse abilmente e, indubbiamente ispirata da una preghiera recitata all’epoca dal prete nella liturgia domenicale, rispose: 

Se non lo sono, Dio mi ci ponga; se lo sono, Dio mi ci conservi. Sarei la persona più dolente al mondo, se sapessi di non essere in grazia di Dio. E se fossi in stato di peccato, credo che la Voce non verrebbe a me. 

Secondo i testimoni dell’epoca, i giudici restarono stupefatti e silenziosi davanti a questa replica. 

Minacce contro i giudici 

Il 14 marzo, il vescovo cercò di sapere di quali pericoli fossero minacciati – lui e i suoi sodali – per il fatto di processarla. E Giovanna precisò allora: 

Lei dice di essere il mio giudice, e io non so se lei lo è; ma stia bene attento a non giudicare male, perché si metterebbe in grande pericolo. E la avverto perché, quando Nostro Signore dovesse castigarla, io avrei fatto il mio dovere di avvertirla. 

Una parola che suona come un avvertimento, e che di nuovo torna a mettere in discussione la legittimità del giudice. 

La certezza del Paradiso 

Un po’ più tardi, in quello stesso giorno, Giovanna raccontò che le sue voci, effettivamente premonitrici, le avevano detto: 

Accogli tutto amabilmente, non lamentarti del tuo martirio, perché ti porterà nel regno del Paradiso. 

E in quel momento Giovanna era lontanissima dall’immaginarsi condannata a morte. Era certa di essere liberata, o fuggendo dal carcere o per via di un giudizio clemente, e di completare la liberazione della Francia. Insomma non mancava di speranza. I suoi giudici le chiesero allora: 

Dal momento che le sue voci le hanno detto che alla fine andrà nel regno del Paradiso, lei si ritiene certa di essere salvata e di non finire dannata all’inferno? 

E l’imputata rispose sovrana: 

Credo fermamente quello che le mie voci mi hanno detto, che sarò salvata; tanto fermamente come se già fossi lì. 

Nel 1456, venticinque anni dopo la sua condanna, si aprì il processo di riabilitazione. Dando seguito alle suppliche di Isabelle Romée, la madre di Giovanna, papa Callisto III ordinò la revisione del processo di Rouen. La sentenza, pronunciata il 7 luglio 1456, dichiarò allora il primo processo e i suoi esiti «nulli, non avvenuti, senza valore né effetto». 

Tra i numerosi testimoni comparsi in questo secondo processo, Aubert d’Ourches, già compagno d’armi di Giovanna d’Arco, dichiarò: 

La Pulzella mi parve essere piena dei migliori costumi. Mi piacerebbe molto avere una figlia tanto buona… Parlava molto bene. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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