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“Ha un cancro”: che rabbia! Tutto cambiò quel giorno che entrai in chiesa

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By posztos - Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 05/11/21

Quando scopre a 52 anni di avere un tumore tutto crolla e nella sua vita cala il silenzio. L'impotenza della malattia però le permette di fermarsi ad ascoltare la voce di Qualcuno, seduta sulla panca di una chiesa...

Oggi vi raccontiamo la storia di una donna di 52 anni, una leonessa con una routine piena di impegni, dedita al lavoro senza mai fermarsi. La sua testimonianza è stata pubblicata sul blog del Corriere, Malattia come opportunità e non racconta solo la lotta contro il tumore ma anche di come la malattia possa – paradossalmente – cambiare in meglio la vita.

Mi sentivo inarrestabile

L’intensa routine di questa signora ad un certo punto si inceppa per alcuni banali – solo apparentemente – problemi di salute, che la spingono a sottoporsi ad una colonscopia. Da un po’ dovevo farla, qualcosa non andava, non riuscivo più a digerire nulla, lo stress, sempre lui… Una passeggiata di salute per una forte ed inarrestabile come me, almeno, così mi percepivo!

(Ibidem)

Quando il medico le prescrive ulteriori esami da effettuare è quasi infastidita da questa scrupolosità:

 «Signora, c’è qualcosa che non va, dobbiamo approfondire…». Uscii dall’ambulatorio scocciata, come potevo perdere altro tempo per altri esami, avevo troppe cose da fare IO…

(Corriere)

La diagnosi di tumore

Poco dopo, è una domenica mattina, scopre di avere un tumore:

(…) cancro al colon-retto, grande come una mela e anche di quelli aggressivi. Mi spiegò che il mio immediato futuro si concretizzava in chemioterapia, quella tosta, intervento chirurgico, una bella stomia definitiva e ancora chemioterapia, con la speranza di farcela perché non v’era certezza di nulla. 

(Ibidem)

Riceve la notizia sconvolgente insieme al marito ma questa compagnia anche se preziosissima non le impedisce di chiudersi a riccio nel suo dolore, estraniandosi completamente da tutti.

Mi isolai, implosi in me stessa, non avevo parole per nessuno, non riuscivo a credere che un cancro era venuto a visitare ANCHE me…, ma come… sembrava sempre la storia di qualcun altro…. non riuscivo a realizzare quello che mi aspettava nel mentre una famiglia meravigliosa mi riempiva di affetto concreto, semplice, senza bisogno di parole.

(Corriere)

“Al lavoro mi atteggiavo da leone operoso e silenzioso”

Il percorso è purtroppo il “solito”, una via crucis: chemioterapia, dolore, debolezza, caduta dei capelli: “ciocche di capelli sul piatto della doccia e ancora silenzio… dentro”. Una sofferenza quasi impossibile da accettare, la malattia è una prova terribile con cui fare i conti. Infatti la protagonista di questa storia in un certo senso vi si oppone continuando a lavorare come una stacanovista, senza fermarsi, senza lamentarsi, e sempre chiusa nel suo silenzio.

Al lavoro mi atteggiavo da leone operoso e silenzioso. La vita, fino a quel momento mi aveva insegnato che nei momenti di difficoltà bisognava comunque fare e non pensare. Il lavoro… una sorta di medicina, in attesa che succedesse qualcosa, che il brutto sogno finisse. Ricordo ancora la perplessità dei colleghi nel vedermi che non mollavo un punto…., la stima dei clienti che continuavo a visitare girando per chilometri la mia regione, la settimana che non facevo la chemio con la mia testa a ciuffi e il viso sempre più pallido!

(Ibidem)

Il tumore la rinchiude nel silenzio, ma…

Ma in quel momento accade l’impensabile. Una nuova prospettiva si apre di fronte al suo sguardo; galeotto un libro acquistato per istinto tempo prima: L’Anima e il suo destino di Vito Mancuso. La signora è lontana dalla fede, ma improvvisamente sente…

(…) forte il desiderio di entrare in una chiesa. Me ne restai quasi un’ora dentro quella chiesa senza pregare, a testa bassa e in silenzio. Sembrava avessi bisogno che qualcuno cercasse dentro di me le risposte che io non riuscivo a darmi su questa svolta della mia vita che mi aveva preso alla sprovvista. Non me l’aspettavo perché col senno si poi, capii che avevo troppe certezze, ero troppo proiettata ad un futuro, ad una vita che sembrava non avere fine per me. Che presuntuosa!

(Corriere)

… in chiesa sperimenta un silenzio profondo

La signora in quella chiesa sperimenta un nuovo silenzio, non quello che l’aveva rinchiusa e cristallizzata nell’impotenza della malattia ma un tipo di silenzio che ha a che fare con l’ascolto profondo, un silenzio in grado di accendere per la prima volta la luce su zone d’ombra mai esplorate veramente. È un’esperienza che le permette di prendere consapevolezza di se stessa, dell’atteggiamento forse un po’ troppo onnipotente con il quale ha vissuto fino a quel momento e con il quale più o meno viviamo tutti. Più da creatori che da creature.

Il tumore le dona la liberà di amare

Così sperimenta che la malattianon è solo terrore, impotenza, solitudine, smarrimento, sofferenza, angoscia ma anche, in modo assurdo, libertà. Libertà di essere se stessi, di lasciarsi amare.

Da quel giorno, ogni giorno entravo in una qualsiasi chiesa, aspettando in silenzio che qualcosa/qualcuno scavasse in me. Riducevo appuntamenti e attività ma aspettavo quel momento. Intanto qualcosa di nuovo e bello si faceva strada in me, non era rabbia verso un destino crudele che non sapevo ancora cosa mi riservasse. Era invece un dolore sordo ma liberato.

(Ibidem)
CANCER

“Mi sentivo l’anima in pace, oserei dire felice”

Il dolore è finalmente “liberato” e quando arriva il giorno dell’operazione – un intervento di nove ore – quello che prova è incredibilmente una profonda serenità, addirittura felicità, e un grande amore.

Arrivò il giorno dell’intervento, forte di questo nuovo stato d’animo, serena perché consapevole che non potevo fare nulla ma solo accettare quello che era, abbracciai forte mia figlia e mio marito. Piangevamo insieme, mai momento fu per me più denso di significato della parola «AMORE». Abbracciai mia madre accarezzandola a lungo e mio fratello che ce l’aveva con il mondo per quello che era successo a sua sorella. Era giusto agire così, non sapevo cosa mi sarebbe successo durante l’intervento… ormai mi abbandonavo a quello che sarebbe stato, io? Io che programmavo ogni momento della mia giornata! Una cosa era certa, mi sentivo l’anima in pace, oserei dire felice.

(Corriere)

Quando la malattia cambia lo sguardo

Il recupero è doloroso e nonostante la stomia, le ferite post operatorie e le quattro flebo “che pendevano dai ganci e due dentro un borsetta”, la paziente non maledice la sua vita, anzi, perché sono gli occhi ad essere cambiati:

(…) ora avevo un altro «sguardo» sulla vita, me ne stavo accorgendo. Uscii dall’ospedale, lungo e doloroso il periodo di recupero e di medicazione delle mie ferite. Accettavo quella stomia come una novità fastidiosa da gestire ma che mi dava una carica potente. Era il nuovo sguardo sulla vita che mi permetteva di approcciarmi in modo nuovo a uomini e cose. Questo «sguardo» mi piaceva, era nelle mie corde. Le persone mi trovavano diversa, empatica, positiva ed io amavo sempre di più la vita che mi aveva dato un’altra chance!

(Ibidem)

Scoprirsi “piccoli”, grati e liberi

Quello sguardo nuovo, pulito, le permette di cambiare direzione. Di puntare gli occhi non sul suo ombelico ma sulle cicatrici degli altri ammalati, degli ultimi. Semplicemente. Perché quando ti scopri “piccola” non c’è davvero più nulla di cui preoccuparsi.

Questo nuovo «sguardo» mi ha aperto nuovi orizzonti, mai considerati prima; il desiderio di conoscere veramente il dolore e le difficoltà degli altri, la voglia di mettermi in gioco per costruire qualcosa di utile alle persone nella mia stessa condizione. Ecco che è arrivato il desiderio di conoscere il mondo degli ultimi, e poi l’associazionismo di chi si occupa di pazienti incontinenti e stomizzati. Sono felice, ho cambiato pelle ma, soprattutto ho capito che il mondo va benissimo avanti anche senza di me: perché preoccuparsi?

(Corriere)
Tags:
chiesatumore
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