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Il tempo della malattia come occasione per lasciarsi abbracciare dall’amore del Padre

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Il diario di Erica, moglie e madre di tre figli, testimonia la sua vita con il tumore, sostenuta dalla fede e dall’amore della famiglia

Tutti direttamente o indirettamente abbiamo fatto esperienza della malattia. La sofferenza e lo smarrimento, che un male grave infligge al corpo e all’anima, sono terribili al punto che vorremmo rifiutarli, scacciarli via. La malattia ci spinge nel girone dei condannati a morte (ma in fondo non lo siamo noi tutti?), ci inculca una paura spaventosa, come se la morte ormai fosse giunta sul pianerottolo di casa nostra e aspettasse solo di citofonare, un po’ come accade nel film “Vi presento Joe Black”, vi ricordate?

Il tumore è emblema della malattia “mortale” per antonomasia e quindi al pronunciarsi della fatidica sentenza di malattia, di fronte alla lettura del referto del medico che diagnostica il male, ci si sente “nudi”, completamente soli, vulnerabili, impotenti, (s)finiti e disperati.

Ma la malattia è solo questo?
Solitudine, paura, smarrimento, sofferenza e angoscia?

Erica Bassi autrice del libro “La porta gialla” (San Paolo edizioni) racconta la sua storia di malattia e sofferenza, chemioterapie e cure. Pagine dove di certo non mancano dolore, affanno e momenti di sconforto, ma nelle quali si gusta una pace vera, che è quella di quando la sofferenza attraverso la grazia di Dio, si toglie la maschera e scopre un volto di gioia. Ecco, questo libro che è un diario di vita e di fede, parla della grazia di Dio, della croce che ti inchioda ma che se ti ci aggrappi con tutte le forze in un modo misterioso ti salva. Una volta terminata la lettura è questa gioia che rimane impressa, e la commozione che le pagine suscitano nasce grazie alla sincerità dell’autrice, moglie e mamma di tre figli piccoli, che condividendo il diario della sua malattia, racconta l’amore dal quale si è sentita circondata, quello della famiglia, dei parenti, degli amici, dei sacerdoti e delle suore dal quale ha tratto forza e speranza, e che hanno sempre pregato per lei. Le parole di Erica Bassi si alternano a quelle del marito, a piccole riflessioni che sembrano suppliche (l’ultima parte del libro è composta proprio da due brevi orazioni). La narrazione include brani scritti durante la malattia, i ricoveri e le sedute di chemioterapia. Tutto questo avveniva poco prima che l’autrice spegnesse le sue quaranta candeline. Campioni di dolcezza e ironia sono nel libro i tre figli della protagonista, che insieme al papà Davide sono i primi a pregare con lei, a soffrire nel dover “condividere” la loro mamma con questa brutta malattia che la sfianca, la spegne, e le porta via i capelli.


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«MAMMA, NE HO PENSATA UN’ALTRA: SE CAPITERÀ DI ESSERE IN MEZZO A TANTA GENTE, TI RICONOSCERÒ SUBITO!»

“L’intuizione vincente mi venne un paio di sere dopo. Eravamo a cena e, a un certo punto, mi ritrovai a dire: «Ma lo sapete che non avere i capelli ha davvero tanti lati positivi?”. Ricordo lo sguardo stupito, non solo dei bambini ma anche di Davide e di mia mamma. Allora continuai: «Ma sì, perché risparmio i soldi dello shampoo, non devo andare dalla parrucchiera, ci metto meno a fare la doccia, al mattino mi alzo sempre pettinata, quando c’è vento non mi vanno più i capelli davanti agli occhi, non sudo, non si vedono i capelli bianchi, quando cucino sono certa che non mi cadano i capelli nel cibo…»; tirai fuori tutte queste cose, così, a raffica. Più tardi, a letto, Marco mi disse sottovoce: «Mamma, ne ho pensata un’altra: se capiterà di essere in mezzo a tanta gente, ti riconoscerò subito!»”.

HA SENSO CHIEDERSI: PERCHÉ SONO MALATO? DI CHI È LA COLPA?

Quando la vita riserva sofferenze e difficoltà è istintivo volerne ricercare la causa, la colpa del male, scrive l’autrice. Talvolta questo percorso porta ad “incolpare” Dio, o a sentirsi da Lui traditi e abbandonati. Mentre la malattia e la morte, anche se l’idea spesso ci terrorizza, fanno parte della vita, ci ricordano che siamo imperfetti e umani, bisognosi dell’amore del Padre. E nel momento della prova possiamo offrire il nostro dolore a un Altro che saprà trasfigurarlo.

«Di solito quando si ha a che fare con una sofferenza, viene quasi spontaneo cercare qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa; cause e capri espiatori ci stanno molto simpatici perché ci danno l’idea di poter controllare il mistero: e allora il cibo sbagliato, le preoccupazioni, un tempo prolungato di fatica, l’incuria dei medici, che poi degenera in qualcosa di più grave, diventano il bersaglio su cui sfogare la nostra rabbia e la paura. Certo, queste possono anche essere delle concause; ma trovo che sia inutile e dannoso, oltre che molto faticoso, rimanere in quest’ottica! Alcune persone tirano in ballo Dio: «Perché ti ha mandato questo male?», neanche Dio fosse un arciere che scocca le sue frecce di malattia e di dolore! Per quanto la sofferenza e l’idea della morte mi disgustino e, in certi momenti, mi abbiano paralizzata, mi rendo conto che sono parte della vita; è la nostra natura imperfetta che presto o tardi ci fa incontrare il dolore, senza che ci sia in alcun modo una connessione con il peccato. Non era Dio che mi aveva “mandato” la malattia, però senza Dio non avrei potuto neanche avvicinarmi a essa senza morire di spavento e di rabbia! E allora, come mi ha scritto un giorno un carissimo amico, è molto meglio imparare a chiederci: «Per chi? In vista di cosa?…», e forse scopriremo un bene più grande che con gli occhiali della rabbia non saremmo riusciti a vedere».


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«NON DEVO SPRECARE QUESTO TEMPO DI MALATTIA!»

Il momento della malattia appare agli occhi del mondo come un tempo sprecato, privo di senso, maledetto, come se ti regalassero una pianta con le foglie già secche e gialle e i fiori appassiti e fetidi. Colpa delle lenti della tristezza: non è facile affrontare un mostro del genere, e sono comprensibili i momenti di abbattimento e depressione. Erica però non si ferma a questo, e in un giorno particolarmente grigio viene sopraffatta da una domanda che è già certezza: e se invece anche la malattia fosse paradossalmente un tempo prezioso per la mia vita? Prezioso ed unico perché di resa totale all’amore di Dio, del marito, dei figli?

«Un giorno, arrivata circa a metà dei primi sei cicli di chemio, mi sono svegliata tristissima, piena di dubbi rispetto al percorso di cure che avevamo scelto, agitata per le ansie dei bambini; dopo aver passato così buona parte della giornata e dopo aver avuto modo di confidare queste fatiche a un’amica e a un sacerdote che mi conosce molto bene, a un tratto ho sentito nascere un pensiero, che mi ha presa quasi alla sprovvista: NON DEVO SPRECARE QUESTO TEMPO DI MALATTIA! Subito l’ho ricacciato giù, giù, più in fondo possibile; mi sembrava quasi una parolaccia. Ma come, come poteva venirmi in mente una cosa del genere? Non SPRECARE la malattia? Una cosa così brutta e fetida e traditrice come la malattia? E avrei dovuto anche non sprecarla? Ma poi, lasciando galleggiare dentro di me questo pensiero, ho capito: stavo vivendo qualcosa di talmente gigantesco e denso che davvero dovevo tentare di assaporare ogni attimo, ogni incontro, tutte le parole, persino la fatica e il dolore. Un tempo prezioso, da distillare, non per uno strano e folle amore del male (e dai! non scherziamo su certe cose!), ma perché stavo cominciando a tastare con mano che, anche nella malattia, paradossalmente proprio quando ti senti più fragile, puoi diventare, in modo misterioso, testimone dell’amore. Non a tutti capita di poter fermare la corsa e osservare la vita da un’altra angolazione…».


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La giornalista Costanza Miriano che firma la prefazione riesce ad esprimere magistralmente i due aspetti fondamentali del libro di Erica Bassi:

“Lo definirei, questo, un libro di altissimo artigianato. Perché è un lavoro di artigianato, lungo, minuzioso, paziente, quello che Erica ha dovuto fare su se stessa, per non arrendersi alla paura, alla disperazione, alla fatica, alla solitudine a volte, alle preoccupazioni. Per non maledire la propria croce ma viverla per essere sempre più figlia di Dio. Un libro anche pieno di buonumore (…) ma soprattutto prezioso per chi si trovasse a vivere una storia simile alla sua. E non parlo solo di tumore, ma di obbedienza in generale, perché a ognuno di noi è chiesto di tenere un posto in una trincea, di essere fedeli a qualcosa che forse non capiamo. Ognuno di noi può imparare a farlo come ha fatto lei: «Un passo alla volta, con gli occhi incollati al Crocifisso. Aggrappata al Dio del presente, senza sosta!»”.

Così sia.

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