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«Le donne afghane saranno dimenticate». La lezione di Olivier Roy

AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 18/08/21

La narrazione mediatica occidentale sull'Afghanistan nuovamente talebano s’incentra prevalentemente sulla “questione femminile”. Il politologo francese Olivier Roy, esperto di paesi islamici, propone una lettura molto meno “emotiva” (e ancora più graffiante).

Ancora oggi, in tarda mattinata, si sarebbe potuto sentire alla radio un qualche sottosegretario del governo italiano dichiarare che abbiamo (si riferiva sia all’Italia, evidentemente, sia all’Occidente) 

un dovere morale nei confronti degli afghani che negli scorsi vent’anni hanno sostenuto la missione di pace internazionale; e un dovere morale soprattutto nei confronti delle donne, delle ragazze e delle bambine afghane. 

Tre obiezioni iniziali 

Dichiarazione melliflua e piacevole all’udito (non a caso è “la canzone del momento” in tutte le radio – e non solo…), ma nondimeno zeppa di approssimazioni e mezze verità, se non di “bugie diplomatiche”: 

  • Anzitutto il richiamarsi a grandi principî morali sembra poco congruente con il diffuso laissez-faire che sembra la tacita parola d’ordine di tutto il mondo di fronte alla restaurazione talebana: se questi signori sono il male assoluto, quello per combattere il quale avete letteralmente fatto tremare il cielo, tornate subito indietro e siate stavolta più efficaci (direbbe un poveruomo dal suo marciapiede di buonsenso). 
  • Se le cose invece non stanno così sembra lecito dubitare che quella dello scorso ventennio sia stata davvero una missione di pace: una missione di pace si ritira quando il suo scopo (la pace, si direbbe) sia stato conseguito e consolidato. Ciò permette anche di porre qualche non-onorevole (e quindi antipatica, ma forse ineludibile) domanda sugli “afghani che negli scorsi vent’anni hanno sostenuto…”: erano superiori agli avversari per numeri e per forze… che è successo? 
  • Quanto alle donne e al “dovere morale” nei loro confronti – cioè la tutela delle loro “libertà fondamentali” nella restaurazione talebana –, non si vede con quale moneta l’Occidente possa pensare di parlamentare a quella voce (come alle altre). 

La lezione di Olivier Roy 

La “questione femminile” è – insieme con le drammatiche immagini delle persone in caduta libera dagli aerei in partenza da Kabul – l’unico tema divulgabile a buon mercato nei talk show, ma la riluttanza ad affrontare la questione dei rapporti tra terrorismo e islamismo (nonché, più a monte, quella delle relazioni tra Islam e violenza) appiattisce la narrazione nel solito rozzo manicheismo de “la civiltà dei diritti contro la barbarie oscurantista”. Una specie di salsa BBQ dell’opinionismo: finché non ti chiedi che cosa c’è dentro puoi versarla abbondantemente su tutto. 

L’alternativa sarebbe mettersi alla scuola di politologi esperti di paesi islamici, che per frequentazioni di lungo corso sappiano inquadrare sia la disfatta dell’esercito afghano, lasciato dalla missione internazionale a presidiare il Paese e sgominato in pochi giorni, sia le ricorrenti foto delle donne in gonna al ginocchio all’inizio degli anni ’70 del Novecento. Laurent Marchand ci ha reso in ciò un grande servigio pubblicando ieri su Ouest France una lunga e corposa intervista con Olivier Roy

“Salvare le donne afghane”

A proposito del “gran tema” delle donne, con una lucidità che sfiora il cinismo il politologo ci dice che secondo lui la cosa passerà in cavalleria: 

I talebani chiedono alle ambasciate di restare. Se si impegnano a non dare rifugio ad organizzazioni terroristiche internazionali, allora il loro governo sarà riconosciuto. E le donne afghane finiranno nel dimenticatoio: io credo dunque che offriranno delle garanzie sulla questione della sicurezza per avere mano libera all’interno del Paese. 

Difficile fare pronostici particolari sul destino di Zarifa Ghafari, che della quota rosa nella nuova classe dirigente è diventata un po’ il simbolo: Roy non ne parla espressamente, e del resto nessuno può tutelare una persona dalla violenza di una mina vagante (o “lupo solitario” che dir si voglia), ma la tesi esplicita del politologo francese è che i talebani di oggi non siano quelli del 2001, e non da oggi. 

Essi si sono evoluti, politicamente: sociologicamente non credo… c’è una continuità nella classe dirigente, poiché tutti i leader di oggi c’erano già ai tempi del mullah Omar, vent’anni fa. Per contro, però, possiamo pensare che si siano evoluti politicamente. Nel 2011 ci sono stati dei negoziati tra gli afghani, a Parigi, a Chantilly, e io facevo parte della delegazione francese. I talebani pure c’erano, all’ultima riunione: c’erano in un contesto di negoziato, perché hanno appreso la lezione del 2001. […] 

In fondo, nel 2001 è stato l’11 settembre a condurre alla loro disfatta, altrimenti sarebbero rimasti sempre al potere. Contrariamente a quanto si è potuto far credere, l’intervento non c’è stato per salvare le donne afghane, ma per vendicare l’11 settembre e fare la pelle a Bin Laden. 

Sotto lo smalto della “missione di pace” 

Queste parole basterebbero a demolire la narrazione della “dottrina Wilson” (e dei suoi inevitabili aggiornamenti), secondo la quale il ruolo planetario degli Stati Uniti (e dell’Occidente Atlantico, a partire dalla “versione Reagan”) sarebbe la propagazione del sistema politico democratico (e di quello economico liberale): la guerra d’Afghanistan sarebbe stata invece, nelle intenzioni, una ingente dimostrazione di forza che nella propria grandezza doveva sfumare, fino a confondere, la propria natura di fondo – una rappresaglia. 

La restaurazione talebana è stata perlopiù narrata come un Blitzkrieg inatteso e stupefacente, una novella Guerra dei Sei Giorni. Roy non sembra del parere: 

Ci si è accorti che una strategia c’era quando, qualche settimana fa, i talebani hanno cominciato ad occupare i posti-frontiera e a bloccare certi passaggi. In maniera intelligente. Hanno preso tutti i posti da cui passa l’approvvigionamento dell’Afghanistan, in maniera coordinata. A Kandahar, a Herat, ma anche alla frontiera con Tagikistan… e poi hanno cominciato a prendere una a una le capitali provinciali. 

Insomma, quando la fanfara mediatica occidentale si è accesa – cioè alla vigilia dell’ingresso delle truppe a Kabul – il grosso dell’operazione militare era fatto e archiviato. E si deve pensare che davvero gli statunitensi se ne fossero andati via ritenendo che la situazione potesse reggere autonomamente? 

Delle due cose una – impone dialetticamente Roy –: o l’intelligence militare non funzionava e gli Americani non si sono accorti che l’esercito afghano non esisteva; oppure, altra ipotesi, lo sapevano perfettamente ma, per ragioni politiche, hanno deciso di non parlarne. 

Insomma, raggiunto lo scopo ignobile (quantunque forse inevitabile), e visto che quello nobile non si riusciva a consolidare, si sarebbe giudicato che non conveniva restare. Ora sarebbe dunque in corso una pantomima a molte parti il cui punto di caduta (necessariamente provvisorio) dovrà essere un futuribile status quo che salvi “le capre dei talebani” e “i cavoli degli americani” (e degli occidentali). 

Le mire della restaurazione talebana

Se ci si chiede quali siano, in concreto, “le capre dei talebani”, si può rispondere (senza molta originalità) che esse consistono nel potere in Afghanistan. Roy ci aiuta a guardare più nel dettaglio: 

Ci sono due scenari possibili. Nel primo si reitera il modello della fine degli anni 1990, quando i talebani non riuscivano a controllare i bastioni dell’opposizione, in particolare il Panshir. Se anche questa regione resistesse, quelli non farebbero troppa fatica per circondarla – almeno fino a quando qualche paese straniero non facesse piovere dal cielo armi al successore di Massoud. La Russia non chiede se non una cosa, e cioè che i talebani garantiscano la frontiera con l’Asia centrale, e questi lo faranno. Dunque il secondo scenario, che vede i talebani sorpassati a destra, cioè da gruppi ancora più radicali di loro, da quelli che si richiamano all’Isis, e che ci sono già. È facile pensare che i talebani faranno il possibile per annientarli, perché non possono ammettere concorrenza, ma al contempo i Pashtun dell’Est potranno creare nuove zone-rifugio per il terrorismo. […] E paradossalmente in tal caso i talebani giocherebbero a nostro favore. 

Se i Russi non ripeteranno – secondo Roy – l’errore di attaccare l’Afghanistan, 

i Cinesi vogliono due cose: che gli Afghani non sostengano gli Uiguri – e credo che su questo abbiano tutte le garanzie da parte dei talebani –, e che possano continuare a servirsi delle materie prime… rame e altro. Hanno comprato delle concessioni enormi! Il ragionamento dei Cinesi è che poco importa chi comanda a Kabul: il Paese non è controllabile. 

Qui tornano in gioco “i cavoli degli Americani” (e dell’Occidente), perché se la narrazione mediatica in Occidente si sta imperniando tutta sulla “questione femminile” evidentemente stampa e tv dovranno pur imbastire la trama di un “ravvedimento moderato” dei talebani – non repentino perché sennò si farebbe fatica a tenerlo insieme con i fotogrammi dell’aeroporto preso d’assalto dai civili, ma insomma in un arco narrativo che si possa seguire senza difficoltà. E difatti le prime pagine di questi giorni imbastiscono tale narrazione. 

Perché i talebani saranno legittimati 

Dopo vent’anni di (sempre più stanca) epopea della lotta senza quartiere al male del mondo – che erano i talebani – i media occidentali avviano la necessaria virata che giustificherà sul piano comunicativo l’assunzione di una politica occidentale non interventista in Afghanistan. Ai vecchi-padroni-ritornati si chiederà di ripudiare il terrorismo e di assumere (magari anche nel dress code, chissà!) una decenza che fluidifichi i bisogni narrativi dell’Occidente: niente lapidazioni di donne, almeno in pubblico, e soprattutto niente aerei contro i grattacieli. Poi noi si farà presto calare il sipario sulla scena e lì dentro accadrà quel che accade già da sempre in centomila angoli di mondo. 

A questo punto ci si può chiedere perché le parti debbano accondiscendere a questo (comunicativamente) poco onorevole compromesso. Roy prova a spiegarlo rispondendo alla domanda sull’immagine dell’Afghanistan come “cimitero degli imperi”: 

È un’immagine calzante: si tratta di un paese molto particolare, con delle tradizioni guerriere. La cosa paradossale è che a fare la forza del Paese è la sua debolezza: tutte le sue divisioni tribali, geografiche, famigliari, di clan, fanno sì che quello sia un Paese impossibile da governare se non mediante un consenso e una relazione flessibile fra il centro e la periferia. La monarchia afghana, tra il 1933 e il 1973, c’era riuscita. Ci sono stati quarant’anni in cui la monarchia era riuscita a trovare quell’equilibrio: in effetti è stata la guerra fredda a uccidere quell’equilibrio, le tensioni tra Americani e Russi. Poi i Russi hanno fatto l’errore di invaderlo e, dopo, gli Americani hanno fatto il medesimo errore. 

Sullo spaccato sociale, del resto, Roy aveva già offerto una descrizione complessa dei rapporti interni, e proprio lui – il politologo che più avanti nell’intervista avrebbe individuato nella corruzione la ragione-chiave del fallimento della missione occidentale – ha voluto sfumare l’invito  di Marchand a ragionare della corruzione interna alla società afghana: 

I talebani hanno una vera strategia del negoziato con le forze locali, e non necessariamente in termini di corruzione. È più complesso: vanno a trovare i capi che conoscono… Siamo di fronte a una società certo caotica, ma strutturata. La gente ha relazioni di vicinato, matrimoniali, tribali, di clan… I talebani hanno giocato sulla dinamica dell’implosione garantendo una uscita onorevole agli altri attori. Promesse di denaro, di amnistia, di cooptazione. E la cosa ha funzionato perché già funzionava, in realtà. Non ci sono da una parte i terroristi islamisti cattivi e dall’altra la povera e martirizzata popolazione afghana: c’è una società che ha le sue regole, in cui la gente si ammazza ma in cui funziona tutto un sistema di alleanze che non corrispondono alle regole ideologiche. 

E c’è la contaminazione con l’Occidente, a segnare almeno dal primo dopoguerra mondiale la recente storia dell’Afghanistan: l’influenza dell’orbita imperiale britannica, evidentemente, ma anche l’egemonia culturale francese (Roy vi fa un accenno carico di riverenza, anzi sembra intendere la componente francofila quale il collante dei migliori elementi della società civile e politica autoctona). 

La guerra in Afghanistan – sottolinea anzi l’analista – ha rinforzato questo legame, perché le ONG francesi erano preponderanti, fra le ONG. 

La Storia in bilico sul “rasoio di Churchill”

Queste le valutazioni di Roy, questi i pronostici di uno tra i più navigati esperti del settore: la storia, del resto, non si fa coi “se” e coi “ma”, e neppure è una scienza esatta per cui possano valere predizioni stringenti. Ad esempio Roy ritiene improbabile che nel 2021 i talebani si lasceranno andare all’imprudente iconoclastia di vent’anni fa, mentre proprio in queste ore ci raggiungono notizie che sembrerebbero contraddire il punto: si devono interpretare come episodi simbolici di propaganda talebana ad intra (diciamo per farsi riconoscere ancora come quelli “duri e puri”)… oppure l’evoluzione politica suggerita da Roy non c’è stata, e tutto quel che potremo fare sarà ancora una volta scegliere tra la guerra e il disonore? 

La storia mostra abbondantemente che la lezione di Churchill, chiara sul piano teorico, risulta sempre opaca su quello pratico: quasi fatalmente scegliamo il disonore, cioè tentiamo un dialogo che a posteriori si rivela fallimentare, e poi ci ritroviamo in una guerra più rovinosa di quella che avremmo avuto in un primo tempo. C’è anche una terza opzione, pure largamente praticata: voltarsi da un’altra parte e far finta di niente. Come se le ingiustizie potessero occultarsi per sempre sotto al tappeto del silenzio… 

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