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L’Italia ha aiutato le donne afghane a studiare e avere voce, sosteniamole

MARCO LOMBARDI, AFGHANISTAN

Marco Lombardi - Valeriy Melnikov / Sputnik via AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 18/08/21

Il Prof. Marco Lombardi ci racconta un capitolo meritevole della presenza italiana in Afghanistan: in collaborazione con il PRT italiano l'Università Cattolica di Milano ha coordinato un corso di giornalismo per ragazze a Herat, formato maestri per le scuole e istituito borse di studio per garantire alle bambine di accedere all'educazione. Che ne sarà di questi semi piantati?

A fronte degli aggiornamenti che arrivano da Kabul c’è da rimanere disorientati. Spettri cupi aleggiano sull’Afghanistan nonostante i nuovi Talebani dichiarino di non essere vendicativi e cattivi. Altre voci implorano aiuto, in particolare il destino delle donne afghane suscita preoccupazioni fondate in ambito internazionale.

Resta il fatto che per 20 anni siamo stati in Afghanistan. Cosa è stato fatto? Cosa non è stato fatto? L’Italia ha partecipato alla missione di ricostruzione del paese. E che cosa significa, poi, ricostruire?

Questi interrogativi li abbiamo girati al Professor Marco Lombardi, Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Con grande disponibilità ci ha raccontato un capitolo della storia italiana in Afghanistan che meriterebbe di essere più noto e di cui lui è stato protagonista. In questi 20 anni è stato possibile avviare progetti rivoluzionari in Afghanistan. L’aggettivo è doveroso quando si parla di investire sull’educazione, quello spazio sacro in cui nutrendo la conoscenza e la libertà di un’anima nascono frutti di cui anche l’insegnante ignora la portata. Ma tutto ciò è ancora astratto.

Cosa è stato fatto? Ce lo racconterà Lombardi, ma senz’altro una delle scommesse più pregevoli che il CESI (il Centro di Ateneo della Catttolica che si occupa di solidarietà internazionale) ha portato avanti è quella di un corso rivolto alle ragazze universitarie afghane per diventare giornaliste. Raccontare il paese con gli occhi di chi lo vive, un traguardo enorme per fuggire dalla retorica e dai filtri sfuocati di voci esterne. E queste giovani voci che abbiamo aiutato ad avere gli strumenti per esprimersi che fine faranno ora? Anche questo abbiamo chiesto a chi è stato sul campo.

Grazie Prof. Lombardi di aver accolto l’invito di Aleteia For Her a condividere qualche ipotesi sul presente e futuro dell’Afghanistan. Lei c’è stato grazie a un progetto nato in seno alla sua Università. Ce lo racconta?

Sì, ho coordinato 7 missioni in Afghanistan che si sono svolte dal 2009 al 2015. Ho portato là circa 20 colleghi, docenti universitari, e abbiamo sempre lavorato coordinandoci coi militari italiani. 28 tra i paesi presenti nel paese erano responsabili di team per la ricostruzione provinciale (Provincial Recostruction Team) e all’Italia è stata affidata la responsabilità di Herat. Il compito del PRT di Herat, composto da circa 250 uomini, era quello di affiancare le autorità civili dell’Afghanistan per ricostruire il paese. L’Università Cattolica è andata a collaborare con il PRT italiano, quindi noi abitavamo e vivevamo in caserma e ci muovevamo su mezzi militari.

Il punto operativo è stato questo: costruire le scuole non basta, bisogna ‘costruire’ anche i maestri. Gli italiani hanno edificato più di 100 scuole a Herat, però spesso dopo poche settimane questi edifici venivano trasformati in stalle. Una scuola è tale non perché ci sono i muri, ma perché dentro c’è un maestro coi suoi studenti. Se il maestro non c’è e nessuno la frequenta, allora quel tetto lo si usa per altre cose che servono.

Da questa ipotesi, quella di avere dei maestri e non solo degli edifici scolastici, è cominciata un’alleanza molto forte tra Università e Stato Maggiore dell’Esercito che ha portato a una collaborazione del tutto nuova tra queste istituzioni. Il nostro compito era centrato sull’educazione. L’Università Cattolica ha fatto diverse cose a Herat e Kabul. A Herat abbiamo sviluppato un corso per giornaliste: c’era un gruppo giovani donne universitarie a cui si è unita una piccola parte di studenti maschi (erano 15 ragazze e 5 ragazzi) e il nostro scopo era formarli affinché diventassero gli interlocutori dei media internazionali.

A questo progetto se ne sono affiancati altri per la formazione dei maestri nelle scuole costruite dagli italiani e per la formazione di chi lavorava nei centri antiviolenza per le donne. In una scuola vicino a Kabul abbiamo garantito 100 borse di studio all’anno per permettere alle bambine afghane di accedere all’istruzione.

Intuisco che si è puntato molto sulla presenza femminile, giusto?

Le donne sono il motore del cambiamento, perché la mamma che va a scuola sarà la prima a volere che anche i suoi figli ci vadano. Le donne reggono buona parte della cultura di ogni paese e l’Afghanistan islamico non è da meno. A capo del centro antiviolenze c’era una donna e sempre a Herat il procuratore generale era una donna, Maria Bashir.

C’era dunque già una presenza femminile rilevante e si è cercato di rafforzarla seguendo queste ipotesi: portiamo a scuola le bambine, diamo alle ragazze universitarie gli strumenti per diventare giornaliste. C’era bisogno che il paese fosse raccontato dagli occhi della donna afghana, altrimenti quello che arrivava in Occidente erano servizi televisivi tutti uguali.

In quegli anni tutti i giornalisti dovevano andare in Afghanistan e sistematicamente accadeva questo: venivano presi in consegna dal Public Information Officer dell’esercito, stavano lì tre giorni, gli permettevano di visitare la prigione e facevano un giro per Herat, qualche foto col giubbotto antiproiettile e i militari, poi ripartivano. L’Afghanistan non era quello, doveva essere raccontato dagli afghani.

In questa impresa educativa abbiamo collaborato con Padre Giuseppe Moretti, mio caro amico e missionario barnabita. Lui è rimasto in Afghanistan per 50 anni e conosceva tutto. E’ una persona che in quegli anni ci ha stupito, riusciva a entrare in relazione con tutti. Giusto un esempio: grazie a lui abbiamo ‘adottato’ la scuola fuori Kabul a cui destinavamo le borse di studio. Quando andavamo a consegnarle, oltre a lui che rappresentava la Nunziatura e a me che rappresentavo l’Univeristà Cattolica, c’era il Direttore generale del Ministero delle scuole islamiche. Ridabisco, eravamo insieme e portavamo le borse di studio per le bambine.

Che succede ora a quelle ragazze e bambine?

Cosa sarà non lo sappiamo bene. Un po’ delle nostre studentesse sono scappate, altre hanno paura e si sono nascoste. Stiamo cercando di capire attraverso quali programmi cercare di portarle fuori. In questo momento non è facile, siamo in attesa di capire cosa sarà questo nuovo regime dei Talebani.

Qualcuno in queste ore sta commentando i 20 anni di missione in Afghanistan dicendo “Dio ci perdoni per quello che non abbiamo fatto”. Possiamo classificarlo come un fallimento, lei cosa pensa?

Da sempre l’Afghanistan è una storia complicata che non si può sintetizzare. Mi sono fatto quest’idea: lo possiamo raccontare in 3 libri. Il primo libro riguarda cosa abbiamo fatto in questi 20 anni. Ci sono capitoli dedicati a cosa abbiamo sbagliato e a cosa avremmo potuto fare meglio. E’ un libro scritto a più mani, perché la responsabilità è di tanti. Accanto agli Americani ci siamo anche noi, c’è l’Alleanza atlantica. Ciascuno ha preso le sue strade in maniera fin troppo autonoma e questa è stata la prima grande vulnerabilità. Non è mai stato chiaro quale fosse la missione ultima per essere in Afghanistan: prima si sono uccisi i terrorisiti responsabili dell’attentato alle Torri Gemelle, poi c’era chi voleva fare nation building, c’era chi voleva esportare la democrazia, chi era lì col cuore in mano ad aiutare il popolo.

C’era una coalizione di 40 paesi presenti e non c’erano obiettivi condivisi nel tempo, ognuno andava avanti per sé.

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Questo muoversi su piste diverse non era funzionale al paese Afghanistan, peraltro molto poco conosciuto da quelli che operavano. Abbiamo le nostre colpe, ma non dobbiamo strapparci le vesti. Quello su cui dobbiamo strapparci le vesti è l’evidenza che troppi, soprattutto gli Americani, hanno sostenuto una narrativa tesa a sottolineare solo il buono senza rendersi conto del male che era sotto gli occhi di tutti. Non sono affatto d’accordo col Presidente Biden quando ha detto che è colpa degli Afghani che non si sono difesi e sono scappati, perché la missione degli Americani era quella di formare l’esercito e se l’esercito non ha retto, la colpa è di chi aveva il compito di formali. Purtroppo c’è stata una narrativa politica sconnessa dalla realtà.

Il secondo libro ha per tema l’ultimo anno dell’Afghanistan ed è un libro indegno. Due esempi per capirci. Primo: chi mai avrebbe avuto il coraggio di indicare come data di chiusura della permanenza nel paese l’11 settembre del 2021? Proprio nell’anniversario della caduta delle Torri Gemelle? In pratica si celebrare una sconfitta usando l’anniversario di una precedente sconfitta. Si dà in mano ai nemici un amplificatore insperato del loro successo. Secondo: fino all’ultimo gli Americani hanno continuato a raccontare sui media qualocsa di irreale, che i Talebani sarebbero entrati a Kabul in 60-90giorni. Ma tutti stavamo guardando in diretta dove erano, li vedevamo entrare a Kabul e sono sempre stati a Kabul. Non se ne sono mai andati e hanno solo dovuto decidere quando alzare la bandiera. Si spaeva di dover uscire dall’Afghanistan, ma è stato fatto in modo indegno.

Il terzo libro stiamo iniziando a scriverlo ora. La premessa è l’emergenza umanitaria in corso. Poi ci sono le dichiarazioni dei Talebani che dicono ‘Non saremo così cattivi‘. Staremo a vedere, non abbiamo scelta. Questa gente non è quella di 20 anni fa, è vero. Ma i loro leaders sì, e non si sono distaccati da Al Qaeda. C’è una seconda linea di giovani trentenni che sono stati allevati nella guerra, ma hanno visto che un mondo fuori dall’Afghanistan c’è e ha qualcosa in più da offrire. C’è stata un po’ di contaminazione culturale, le tecnologie sono arrivate e hanno mostrato orizzonti diversi.

Quello che farà questa nuova generazione non lo sappiamo. L’esperienza che abbiamo coi Talebani è quella di un gruppo estremista e terrorista, ora ci dicono che sono diversi. Non abbiamo nessuna prova di ciò, ma, visto che non siamo più lì per eliminarli e non ci siamo riusciti in 20 anni, ora ci manca l’autorevolezza per dir loro di non prenderci in giro. Loro hanno il coltello dalla parte del manico, noi dobbiamo darci da fare evitare la catastrofe umanitaria e sperare che ci sia un coordinamento internazionale per avere un volto comune da mostrare ai Talebani.

E un capitolo di questo terzo libro avrà anche a che fare col seme dell’educazione che avete piantato in questi anni? E’ solo un’illusione aspettarsi che dia frutto anche sotto un regime repressivo?

No, non è un’illusione. Il seme dell’educazione è un po’ come quei batteri ibernati 10 km sotto il ghiaccio polare, li scopriamo e tornano alla vita dopo milioni di anni. Una volta che hai inoculato il virus dell’educazione è fatta, quando trova le condizioni per manifestarsi esplode. Il vero problema ora è questo: chi ha sentito sulla sua pelle il frutto dell’educazione e si trova di nuovo in contesti non favorevoli può mettersi a rischio. Non hanno voglia di aspettare e questo li espone al pericolo.

Abbiamo fatto bene a costruire le scuole, siamo amareggiati per ciò che sta succedendo e continuiamo a essere responsabili di quello che accadrà, perché siamo noi ad aver esposto al rischio i giovani che abbiamo educato.

Quindi cosa è più realistico: mettere in salvo le ragazze afghane che avete formato o trovare il modo perché sia possibile che siamo loro ad avere voce per raccontare cosa succede e succederà in Afghanistan?

Mi auguro che non tutti vogliano andare via. So di alcuni che hanno detto: “Rischio e resto”. Altri sono terrorizzati e vogliono andarsene. Noi siamo gli ultimi a dover spiegare loro cosa è opportuno fare per il loro paese. E’ una scelta personale di ciascuno. La nostra repsonsabilità è ascoltarli: a chi vuole scappare dobbiamo offrire la possibilità di farlo, quelli che restano si meritano tutti il supporto e l’aiuto. In loro c’è la maggior speranza per il cambiamento futuro.

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