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Con i Talebani in Afghanistan le donne saranno cancellate?

SAJJAD HUSSAIN | AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 16/08/21

Sventola la bandiera bianca dei Talebani sul palazzo presidenziale di Kabul. È un bianco che fa tabula rasa: vengono cancellate tutte le immagini femminili dai cartelloni per strada. Le ragazze sopra i 12 anni sono considerate bottino di guerra. Non potranno andare a scuola, avere un lavoro e uscire sole di casa.

Chi può è scappato o scappa. Chiuse le ambasciate ed evacuati i diplomatici di parecchi Paesi, Usa e Gran Bretagna in testa. L’aeroporto di Kabul è preso d’assalto. La riconquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani è stata veloce, grazie anche un ritiro delle truppe americane concluso nel periodo estivo, quello più propizio ai combattimenti per la facilità del rifornimento di munizioni e il movimento di uomini.

La conquista della capitale afghana è l’atto che fa ufficialmente naufragare il progetto ventennale definito nation building, a cui anche l’esercito italiano ha partecipato.

Sul palazzo presidenziale sventola la bandiera talebana, bianca con la shahada, la scritta in arabo della testimonianza su Dio: “Testimonio che non c’è nessun dio, al di fuori di Dio e testimonio che Maometto è il profeta di Dio”.  L’Afghanistan tornerà al nome precedente all’arrivo degli americani nel 2001: Emirato Islamico dell’Afghanistan e a guidare la prima fase sarà il Mullah Abdul Ghani Baradar.

Da Agi

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Il bianco della resa e del silenzio

Oltre al bianco della bandiera talebana, altra vernice bianca è stata usata per le strade di Kabul nelle ultime 24 ore: il direttore di Tolo News ha diffuso uno scatto che sta facendo il giro del mondo, si cancellano le immagini femminili dai cartelloni pubblicitari per le strade.

Il bianco è spesso è un colore accogliente verso la novità. S’imbiancano le pareti di una casa nuova, e saranno riempite della storia di una famiglia. Una pagina bianca invita a scrivere una storia. Ma il verbo inglese whitewash può suonare anche terribile come il nostro ‘fare tabula rasa’. Passare una mano di bianco su tutte le immagini femminili pubbliche è il segno eclatante di una cancellazione che non ha nulla di accogliente. Ne riassume il cupo presagio il Generale Giorgio Battisti,il primo comandante del contingente italiano in Afghanistan:

Noi in questi 20 anni abbiamo dato un’impulso alla società afghana che era chiusa nel grigiore del regime talebano, abbiamo fatto vedere ai giovani stili di vita – che poi possono essere seguiti o meno – diversi da quelli che gli hanno imposto i Talebani. Oggi i giovani conoscono il mondo, hanno accesso a Internet, parlano sui social, quindi penso e spero che sia difficile che i Talebani comunque riescano a imporre quel loro regime che era così chiuso come 20 anni fa. Anche se dubito, alcune cronache di stampa dicono che nelle città che hanno occupato hanno reimposto il burqa, la sharia, chiuso le stazioni radio. I primi segnali non sono positivi.

Secondo quanto riferito dalla Bbc, dalle aree catturate dai talebani nei giorni scorsi hanno indicato che alle donne non è già permesso uscire di casa senza un compagno maschio e che ad alcune lavoratrici è stato detto che il loro impiego sarà ora svolto da uomini. Alle donne di queste zone he stato anche ordinato di indossare il burka.

Da Ansa

Sul fronte internazionale molti sono gl’interrogativi che si aprono alla luce dei fatti recentissimi. Qualcuno grida “Dio ci perdoni per quello che non abbiamo fatto”. Sarà questo l’innesco di una nuova stagione di terrorismo? Ma l’urgenza vera riguarda chi resta in Afghanistan.

Un limbo di 20 anni che ripiomba nell’inferno

C’è una giovane generazione di afghani che conosce gli orrori dei racconti sul regime dei Talebani solo attraverso i racconti dei genitori. Sono ragazze e ragazzi poco più che ventenni, cresciuti all’indomani degli eventi del 2001, quando le forze NATO rovesciarono lo Stato Islamico dell’Afghanistan. Tra chi ricorda bene gli anni bui prima dell’intervento militare dell’Occidente c’è l’attivista afgana per i diritti delle donne Mariam Atahi. Oggi si sente braccata, teme per la sua vita e fa memoria di ciò che potrebbe di nuovo accadere:

I Talebani hanno governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, imponendo regole durissime alle donne. Le donne non potevano lavorare o avere contatti con uomini non appartenenti alla loro famiglia, dovevano sempre indossare il burqa in pubblico. Se violavano queste regole erano soggette a punizioni quali la prigione, la tortura e anche la morte. Sotto il regime talebano le donne venivano frustate e uccise in pubblico. 

Da DW

Il progetto diplomatico di nation building è fallito ed era ben lontano dall’essere raggiunto. Eppure negli ultimi due decenni in Afghanistan ci sono state ragazze che hanno studiato e lavorato, che conducevano una vita quantomeno simile a quella che noi consideriamo un’esperienza fondamentale dei diritti umani.

Le notizie che arrivavano già dalle settimane scorse dal fronte di avanzata talebano raccontano di un ritorno all’incubo del passato: a Herat si parla di donne già tolte dai posti di lavoro, vengono stilate liste delle ragazze nubili sopra i 12 anni (considerate bottino di guerra per i soldati). Con una nuova imposizione della sharia dei talebani potrà essere impedito alle bambine di andare a scuola e comparire in pubblico dopo gli 8 anni compiuti, anche sui balconi di casa. Si ritornerà ai matrimoni forzati anche per ragazze sotto i 16 anni.

La giornalista della BBC Yalda Hakim è stata corrispondente da Kabul in questi anni di transizione verso una supposta libertà e democrazia. Ci offre questa fotografia.

Sono stata inviata in Afghanistan per più di un decennio. Nel corso di questi anni ho conosciuto giornaliste, giudici donne, politiche, attiviste per i diritti umani e studentesse universitarie.

Tutte ripetono la stessa cosa: abbiamo fatto un passo dentro questo limbo perché siamo state incoraggiate dagli Americani e dai loro alleati. Per 20 anni l’Occidente ha ispirato, finanziato e dato riparo a questa nuova generazione di Afghani. Sono cresciuti con una libertà e delle opportunità che hanno abbracciato completamente.

Ora tutti si sentono abbandonati dal mondo democratico di cui credevano di essere parte.

Da BBC

Le ragazze dicono addio all’università

Le poche competenze in campo di politica internazionale mi impediscono di fare previsioni. Ma una domanda mi assilla mentre scorro questo stillicidio di informazioni che arrivano da Kabul. Un seme se non è ben piantato si secca per forza? Questi 20 anni di tentativi, sicuramente imperfetti e difettivi, di libertà e democrazia saranno cancellati con una mano di bianco? Si può fare tabula rasa per le strade, ma nelle anime?

Ci penso soprattutto leggendo le storie delle studentesse di Kabul che ieri hanno abbracciato i docenti universitari, temendo di non rivederli mai più. Il bavaglio all’educazione è senz’altro una delle violenze più ferali che si infligge a un popolo.

Una di quelle studentesse che si è congedata dai propri professori ha scritto una lettera al Guardian:

Ho quasi completato due lauree in contemporanea presso due delle migliori università in Afghanistan. Avrei dovuto laurearmi a Novembre, ma questa mattina tutto mi è stato tolto davanti agli occhi. Ho lavorato notte e giorno per tanti anni per essere chi sono oggi e stamattina, quando sono arrivata a casa, per prima cosa ho dovuto nascondere, insieme a mia sorella, la carta d’identità, i diplomi e i certificati. Èstato devastante. Perché dovremmo nascondere qualcosa di cui siamo orgogliose? Ora in Afghanistan non potremo essere conociute per quelle che siamo.

Da The Guardian

Il bianco che cancella, il velo che copre. Sarà questo il destino di queste ragazze? E noi le lasceremo sole a questo destino? L’educazione è un terreno strano, di quelli che custodiscono semi vivi anche quando l’arsura secca la terra.

Non so fare scenari, ma non mi aspetto un regime del terrore completamente padrone di anime che hanno annusato l’ipotesi della dignità, della libertà, della solidarietà. E se dìora in poi vedremo segnali di fumo alzarsi da parte di chi non abbassa la testa, aiuteremo quelle scintille a non spegnersi? Ce ne siamo andati dall’Afghanistan di corsa, ma questo non ci dà la scusa per lavarcene le mani.

Tags:
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