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Chelsea corre veloce ma contro i maschi perde (anche se loro si sentono femmine)

© Alliance Defending Freedom

Paola Belletti - pubblicato il 01/06/21

Chelsea Mitchell è una ragazza ed è un'eccellente atleta, la prima velocista nel suo stato, il Connecticut. Fino a che non è stata costretta a gareggiare contro atleti fisicamente maschi che però si definiscono femmine. In tre hanno fatto causa al Connetcticut Interscholastic Athletic Conference. Usa Today ha corretto il suo pezzo perché ha osato scrivere maschi o non transgender. (Il che è assai offensivo in questo nuovo mondo di cui siamo già stufi)

La realtà, quell’ottusa, impermeabile al fatto che “Ehi, siamo già nel 2021” si ostina ad andare dritta per la sua strada.

Maschio e femmina ci creò ed è qui da vedere

I maschi sono maschi, le femmine sono femmine. Su questa polarità si basa più o meno tutto.

Ora non è che voglia fare la versione ignorante dello yin e dello yang, (risuona nella mente invece il rivelato “maschio e femmina li creò”); ci basta aprire gli occhi sulla vita che ci scorre dentro e intorno o passare in rassegna qualsiasi tipo di ricordo e la riconosciamo: è una delle forze fondamentali che tiene tese le corde della vita e le fa suonare.

Alle elementari a ricreazione si giocava spesso e volentieri a maschi contro femmine, loro agitati e copiosamente sudati (quasi tutti, spesso), noi agili – non tutte -, leali, a volte inclini alle rivendicazioni sindacali presso il corpo docente: “Maestra, però Federico mi ha spinto!” ; seguiva breve singhiozzo dimostrativo.

Qualche vaga rassicurazione della maestra infastidita per essere stata sottratta al suo breve ristoro e poi via di gran carriera a sfidare gli spigoli vivi delle panchine o il ruvido selciato del cortile esterno. Ah, i mitici anni ’80! (mi ricordo una capocciata epocale che assestai al vialetto o meglio mi ricordo solo la maestra sbiancata dal terrore perché per diversi minuti non mi ricordo nemmeno dove fossi…).

Chelsea Mitchell è la più veloce, finché si tratta di femmine

A Chelsea Mitchel, performante atleta femminile del Connecticut, però è andata assai peggio di me, dei miei compagni madidi di sudore, delle maestre con classi da 30 alunni e cortili poco bambino friendly.

E purtroppo, quello di Chelsea, è uno di quei casi che per forza di cose si faranno sempre più numerosi.

Ne ha parlato su Usa Today la stessa giovane, il 22 maggio scorso; la testata però, come un caporedattore prepotente e eticamente fuori asse, si è affrettata a correggere il testo originale della ragazza, traducendolo in politcally correctese e giustificando l’atto come necessario poiché quella ruvidona della Mitchell aveva usato un linguaggio offensivo.

Più un’ideologia è falsa più è violento il modo di imporsi

Ehi, attenzione, piano con le parole, signorina. Intanto maschio non si dice a chi ha deciso di auto percepirsi femmina. Intanto.

Si tratta proprio di questo: aveva detto che non è corretto costringere delle ragazze a gareggiare contro atleti maschi. Dove maschi sarebbe l’offesa; perché questi ragazzi si autopercepiscono donne ed esigono essere riconosciuti tali e gareggiare quindi in competizioni femminili.

Purtroppo hanno dallo loro parte (l’opposto del loro vero bene) stati, legislatori, agende internazionali, organismi intermedi di ogni risma che continuano a battere su questo dannosissimo chiodo.

Abbiamo già visto l’effetto che fa questa insulsa e violentissima gentilezza del riconoscere all’altro il genere che si sente di avere sul mondo delle carceri e soprattutto, guarda un po’ proprio a danno delle donne; quelle che, trovandosi in un penitenziario, già non stanno vivendo un soggiorno alla Bahamas in hotel con la spa.

Concorrenza sleale

Chelsea ha semplicemente detto che gareggiare a queste condizioni è sostanzialmente sleale perché costringe le donne come lei alla sconfitta a tavolino, ma col fiatone. Il fisico maschile, infatti, è generalmente più forte e resistente di quello femminile. Non uccidete lo sport femminile, chiedeva a gran voce.

Lei, allenatissima, rigorosissisima ed esigente con sé stessa, da prima velocista dello stato è ora condannata a perdere, magari dignitosamente, con un secondo o terzo posto, fino a che la motivazione scemante non la trascinerà in fondo alla classifica.

Perdi perché sei donna

Non può più vincere, come faceva prima e meritatamente, perché è una donna.

Non siamo al grottesco? finalmente, cari intellettuali all’ultimo grido isterico, avete un caso conclamato di violenza di genere. Di mentalità maschile prevaricante che infierisce sulla donna in quanto tale. Lotta al patriarcato! Ah no, scusate, ho sbagliato slogan.

Gli hashtag di regime coi quali ci perseguitano da anni procedono spediti verso la collisione. Se davvero vuoi difendere le donne dalla violenza non devi promuovere l’identità di genere come ideologia. Se vuoi che la donna sia valorizzata e protetta e possa emanciparsi non puoi negare che la sua realtà biologica, psichica e spirituale sia specifica e diversa – ma di uguale dignità- da quella dell’uomo.

Invece siamo al punto che essere donna è talmente ininfluente che chiunque può attribuirsene l’onore senza averne merito nè sostanza.

Battaglia legale

Insieme ad altre due atlete Chelsea ha fatto causa al Connetcticut Interscholastic Athletic Conference perché non è giusto che siano costrette a gareggiare con «i corridori maschi (che) hanno enormi vantaggi fisici».

Questi maschi che pretendono e ottengono di essere considerati femmine, gareggiano in tutte le competizioni femminili e, guarda un po’ , le vincono perché nell’autopercepirsi femmine si scordano di lasciare negli spogliatoi massa muscolare, volume osseo, maggiore capacità respiratoria e minore percentuale di grasso. Non vorremo mica fargliene una colpa, poverini? E così, sbaragliando record, umiliano le ragazze e le escludono dalle borse di studio.

Non proprio una questione marginale.

Usa Today, che aveva l’occasione di fare semplicemente il proprio mestiere, riferire notizie e opinioni non manomesse, è invece arrivata con la sua penna arcobaleno a segnare l’errore inaccettabile: maschi non si dice, Chelsea, e forse manco si può più pensare. Si dice transgender. Sono gli standard, baby.

Promuovere la mascolinità: via d’uscita e non di servizio

Chissà che la chiave per uscire da questa assurda ancorché planetaria follia non sia rimettere al centro la vera mascolinità, promuoverla, discuterne, valorizzarla.

Gli uomini che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia vita, oltre ad esercitare un assai economico ascolto selettivo e a passare sessioni inutilmente lunghe in bagno – con l’ausilio di appositi device digitali e cuffie wireless, hanno sempre dimostrato di avere chiaro che le donne sono diverse, per molti versi migliori, in grado di aiutarli a crescere anche in età avanzata. Per il resto, se ci si sfida a racchettoni in spiaggia, può anche essere che vinciamo noi.

Perché sono anni che gli diciamo che il menu BBQ e la birra ghiacciata non sono il pan di via per una radiosa mezza età.

Tags:
donnetransgender

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