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Il giorno che ho abortito mio figlio ho ucciso anche me

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Jet Cat Studio | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 05/02/21

La durissima testimonianza di una ragazza, ora mamma di una bambina, ci apre gli occhi sulla colpevole cortina di silenzio che nasconde alle donne le devastanti conseguenze psicologiche del post-aborto

Oggi vogliamo condividere con voi una testimonianza durissima, quella di una giovane donna mamma di una bambina di 11 mesi, che quattro anni fa ha scelto di abortire il suo primo figlio. Occhi bellissimi, talmente intensi che si fa fatica a pensare che patiscano tanto dolore.

La ringrazio di cuore di avermi raccontato la sua storia, non so se al suo posto sarei mai riuscita a farlo. Mostrare il bello di noi è sempre piacevole: ci mette in mostra, fa crescere la nostra autostima, ci fa guadagnare complimenti.

Ma gli errori, i peccati, le miserie, quelle le nascondiamo, ci fanno ribrezzo e paura, pensiamo che se qualcuno ne venisse a conoscenza proverebbe orrore e penserebbe male di noi. Perché siamo i primi a giudicare e giudicarci, a disprezzare e disprezzarci.

A proposito di questo mi ha tanto colpito il racconto di un sacerdote:

Il giorno della mia ordinazione chiesi un solo dono al Signore: quello di farmi dimenticare i peccati appena uscito dal confessionale. “Mio Dio, fammi dimenticare il peccato dell’altro” gli dissi. Chiedete anche voi a Gesù Cristo questo dono. Quando scoprite le falle di qualcuno o è lui stesso a confidarvele… dimenticatele.

Perché Cristo dopo averci perdonato tramite il confessore li elimina definitivamente i nostri peccati, non li tiene da una parte annotati per tirarceli fuori ogni tanto a mo’ di ricatto, come spesso facciamo noi con gli altri. Io spessissimo con mio marito.

Allora con umiltà vi chiedo, prima di donarvi questa testimonianza intrisa di lacrime e sangue, di fermarvi un secondo e chiedere al Signore il dono dello Spirito Santo per non giudicare questa ragazza, ma nella preghiera accoglierla affidandola alla Madonna,Consolatrice degli afflitti.

Cara A., ti voglio subito ringraziare per la disponibilità a raccontarmi la tua storia

Sono contenta di poter offrire la mia testimonianza e spero che Dio ci aiuti a diffonderla a quante più donne possibile per salvare loro e i bambini che portano in grembo. Se anche solo una mamma indecisa se abortire o meno fosse raggiunta dalle mie parole, il mio dolore acquisterebbe un briciolo di senso.

Quando hai scoperto di essere incinta?

Avevo 24 anni e stavo con il mio ragazzo da 9, eravamo andati a convivere da sei mesi. Avevo da sempre sognato di diventare mamma, ma quando scoprii di essere incinta provai una grande paura. Paura per il mio contratto di lavoro che sarebbe scaduto l’anno successivo, paura di non concludere l’università, paura di non avere una casa dove crescere il mio bambino, paura di avere un compagno accanto che non lo voleva, paura di non essere abbastanza, di non essere all’altezza, paura di non poter dare a quella creatura tutto ciò che meritava.

Shutterstock

Cosa accadde?

Andai subito nel pallone: sentimenti di panico e confusione. Cominciai a prendere in considerazione l’idea dell’aborto. Il mio compagno all’inizio era abbastanza propenso a tenere il bambino, ma in breve fu assalito dai dubbi e con il passare dei giorni decise che abortire fosse l’unica soluzione per noi. In breve si invertirono i ruoli: lui era convinto che dovessi interrompere la gravidanza ed io invece pensavo il contrario. Mi adagiai purtroppo sulle sue considerazioni, lo reputavo una persona più razionale di me, ero sempre stata quella emotiva della coppia e la sua fermezza mi sembrava fosse utile, risolutiva. Decisi di appoggiarmi alle sue conclusioni, per immaturità, per mancanza di autostima e per paura. Ma anche lui era altalenante e sono certa che un sostegno gli sarebbe servito moltissimo.




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A chi vi eravate rivolti?

Al consultorio. Lavoravo e perciò andò a prendere appuntamento il mio ragazzo. Il giorno del colloquio ci recammo insieme. Lui inizialmente entrò con me, ma poi rimasi da sola con l’assistente sociale. Mi parlò, mi fece qualche domanda e mi chiese se fossi sicura. Risposi: “assolutamente no, mi sono rivolta a voi per trovare un aiuto, per capire”. Non sapevo cosa stesse succedendo dentro di me, perché un bambino lo avevo sempre voluto, diventare mamma era il mio desiderio più grande, ma quando lo avevo scoperto era cambiato qualcosa: mi sentivo terrorizzata, quelle cose che vedevo rosee sembravano improvvisamente nere. L’assistente sociale mi ascoltò, provò a farmi qualche discorso, a tentare timidamente di distogliermi dal proposito di abortire. Io le spiegai del contratto in scadenza, della paura di non avere economicamente la possibilità di crescere questo bambino. Mi propose di farmi aiutare dalla mia famiglia ma non volevo pesare sulle loro spalle, avevano già tanti problemi. Non accennò alla possibilità di ricevere un aiuto psicologico ed economico dal consultorio, né che esistessero i Centri Aiuto alla Vita che potevano sostenermi.

E poi?

Il colloquio non ebbe una conclusione vera e propria, continuavo ad essere indecisa, e allora mi disse di andare dalla ginecologa del consultorio. La dottoressa mi visitò: ero di 5 settimane. Le dissi subito: “non so se voglio quel foglio (il modulo di interruzione volontaria di gravidanza NdR) perché non sono sicura di volerlo abortire. Ho paura, sono molto indecisa, non ce la faccio più, sto veramente male”. Lei mi rispose: “dalla settimana di gestazione vedo che hai poco tempo, se vuoi abortire devi farlo subito”. Chiamò lei stessa il reparto dell’ospedale per fissare l’appuntamento e poi aggiunse: “vedi tu, se ci vuoi andare vai, altrimenti no”. Speravo mi dessero una mano mentre al contrario uscii di lì con le idee più confuse di quando ero entrata. Avevo bisogno di sostegno e mi dicevano tutti che era una decisione che dovevo prendere da sola, che solo io potevo sapere e nessuno poteva aiutarmi perché la risposta ce l’avevo dentro. Ma io quella risposta non ce l’avevo. Sentivo che quel bambino era il sogno della mia vita, ma avevo paura, la paura di non essere una mamma adeguata, la paura di non poterlo mantenere, la paura di dover pesare sui miei genitori. Tutte queste paure mi fecero pensare che non era il momento giusto. Così paradossalmente maturai la scelta di una ivg (interruzione volontaria di gravidanza NdR) quasi per proteggere il mio bambino da un futuro incerto e doloroso. Avevo poca autostima, anche per questo ho sacrificato mio figlio ed è imperdonabile.

SAD WOMAN,
fizkes | Shutterstock

Come hai preso la decisione di abortire?

Con quel foglio in mano mi convinsi che abortire era la scelta giusta. Quel certificato mi fece nascere un pensiero fisso: continuavo a ripetermi che se avevo parlato con due professioniste – un’assistente sociale e una ginecologa – ed entrambe dopo avermi ascoltata e aver percepito i miei dubbi e le mie insicurezze, mi avevano dato quel pezzo di carta, allora era l’aborto la decisione da prendere. Loro lo sapevano, altrimenti non me lo avrebbero dato. Non mi dissero “se non sei pronta torna per un altro colloquio, il foglio lo facciamo un’altra volta…” no, me lo diedero in mano e basta. Anni dopo scoprii che il consultorio non aveva rispettato la legge 194 perché ad un primo colloquio ne deve seguire un secondo, ma nel mio caso non avvenne. Non parlai mai con una psicologa, non mi fu proposto. Nemmeno in ospedale. La realtà è che ingenuamente andai in consultorio per cercare aiuto in un momento di confusione, ma quell’aiuto non lo ricevetti o comunque non fu abbastanza. Percepii solo la fretta e la fretta non può essere mai una scusa, e nemmeno può rappresentarlo il fatto che ci fossero molte  persone in attesa, lì si sta parlando della vita di un bambino e di una mamma. Né nel colloquio e neppure in ospedale ti parlano del post-aborto, delle ripercussioni fisiche e psicologiche che interrompere la gravidanza provoca. Le donne dovrebbero sapere a cosa vanno incontro, e nel caso di aborto ricevere sostegno anche dopo questa terribile scelta. Invece nessuno ti aiuta dopo l’interruzione, si è completamente soli, abbandonati dagli operatori sanitari, dal compagno, spesso anche dagli amici. Una solitudine devastante, opprimente, che non ti dà mai pace.


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Perché non hai chiesto aiuto ai tuoi genitori?

Avrei voluto dirglielo, ma il mio compagno ripeteva che era una nostra scelta, che loro ci avrebbero influenzato ed io purtroppo continuavo ad ascoltarlo. Ero di sei settimane quando andai in ospedale la prima volta, ma non riuscii ad abortire perché durante l’ecografia mi dissero che forse erano due gemelli. Mi bloccai: non volevo uccidere una vita, figuriamoci due. E perciò non lo feci. Quello a ripensarci credo fosse il segno che tanto chiedevo al Signore. Avevo pregato Dio di darmi un segnale per non farlo, lo avevo supplicato durante il tragitto casa-ospedale. Credo mi abbia risposto durante quell’ecografia, ma io non lo capii. Quel giorno non abortii, ma poi senza aiuti, nel buio più totale, con la fretta che mi mettevano, tornai per farlo. Durante l’ecografia in ospedale vidi mio figlio, era solo un puntino ma io già lo amavo, tolsero l’audio per non farmi sentire il battito del suo cuore e io non ebbi il coraggio di chiedere di ascoltarlo.

Ti va di raccontarci cosa ricordi di quel giorno?

La fretta è la sensazione che più mi è rimasta addosso, tu sei solo un numero, devi sbrigarti, loro hanno tanti altri pazienti. Ti danno quelle pasticche, io le guardavo e non riuscivo a prenderle. Fissavo il mio compagno e lui annuiva, e alla fine le presi. Tentennavo, non avevo il coraggio di assumerle. Ma erano tutti lì ad aspettare che lo facessi perché dovevano andare avanti, dovevano spicciarsi, c’erano altre persone dopo di me. Presi quelle pillole per disperazione, pensai: “lo faccio e finisce questo incubo, prima abortisco meglio è, perché il bambino è piccolo e non sente dolore”. Avevo chiesto e mi avevano detto così. Ero di sette settimane. Non volevo soffrisse, te lo giuro, purtroppo dentro di me ho creduto di metterlo in stand-by. Il mio ragazzo mi ripeteva sempre: “non ti preoccupare poi ritorna”. Quel giorno ho ucciso mio figlio e ho ucciso anche me, non mi perdonerò mai.

Hai scelto tu di abortire con la pillola?

Avevo scartato l’idea dell’intervento poiché lo avevo sempre considerato come un omicidio, e un giorno scoprii navigando in rete la possibilità di poter prendere nelle prime settimane anche una pillola. Ingenuamente pensai che così, al contrario dell’intervento, fosse più semplice, una medicina per farmi tornare il ciclo senza uccidere il mio bambino. Mi ripetevo che era solo una pillola, che con le mestruazioni sarebbe tornato tutto come prima. Il bambino non morirà, tornerà appena possibile, non appena sarò laureata, non appena troverò un lavoro fisso e una casa adeguata, lui tornerà da me, devo solo avere pazienza. A questo pensavo mentre ingoiavo quella maledetta pillola. Il mio bimbo invece muore, il suo cuoricino smette di battere, arriva l’emorragia mentre, ignara di quello che sta succedendo dentro di me, continuo le mie attività quotidiane come niente fosse. Passo la notte a dare di stomaco, sto male. Due giorni dopo devo tornare in ospedale, mi danno le pillole per l’espulsione, trascorro tutta la mattina ricoverata in una stanza da sola, mi chiamano per le ecografie e tra dolori atroci guardo lo schermo, lui non c’è più, sono vuota, dove prima c’era la vita ora c’è solo morte. Lui non tornerà più da me, non lo stringerò mai tra le mie braccia, non conoscerò mai il suo volto, non sono tornata alla vita di prima come credevo, ho ucciso mio figlio, purtroppo è stato tutto un grande inganno.




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Ti sei resa conto subito di quello che avevi fatto?

No. Dopo l’aborto io e il mio fidanzato siamo rimasti insieme, abbiamo continuato a convivere e dovevamo anche sposarci. Ma sentivo dentro me qualcosa che non andava, non ho collegato subito, ma avevo questo malessere interiore continuo che mi faceva stare veramente male. Il dolore non era ancora così forte e consapevole. Sono cominciati litigi di coppia, attriti, ma c’era sempre l’intenzione di metter su famiglia. Sono andata avanti in quegli anni convincendomi che era una cosa sola temporanea: mi sistemo e il mio bambino tornerà da me.

Quando hai capito che il tuo bambino non sarebbe mai tornato?

La prima bomba scoppia quando decidiamo di avere un figlio. Resto incinta di E. e stupidamente dentro mi convinco che il mio bambino fosse tornato, ci parlavo, gli dicevo: “sei di nuovo qui, mi sei mancato”. So che possono sembrare cose stupide, ma per me in quel momento erano vere. Ho cominciato a realizzare quando ho fatto la morfologica, e ho saputo di aspettare una femmina. Avevo sempre immaginato il bambino che avevo abortito come maschio. Lì ho iniziato ad avere consapevolezza che quel figlio non era lo stesso, e scoppiai a piangere come una disperata. Mi ricordo in fila alle casse del Cup per pagare la ricetta ed io che piangevo in maniera inconsolabile non perché non fossi felice di aspettare una bambina, ma perché avevo capito che non era lui, ma un’altra figlia. Poi alla nascita di E. esplode la seconda bomba: realizzo che quell’esserino che si vedeva nel monitor dell’ecografia, e che avevo visto anche allora, aveva mani, piedi, occhi, respirava, mi abbracciava, era vivo. Lì ho preso coscienza di quello che avevo fatto, di aver soppresso una vita umana, come quella di mia figlia che in quel momento stringevo a me.

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Motortion Films | Shutterstock

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abortodonnesenso di colpa
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