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La guarigione, anzi la rinascita, di una madre dal trauma dell’aborto è possibile solo in Cristo

© DR
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Dopo ogni aborto c'è sempre lo stesso drammatico referto: un morto e un ferito, ma il sangue di Cristo è per la salvezza di tutti gli uomini. E questo vale anche per i figli abortiti e per le loro mamme

di Flora Gualdani  – I quaderni di spiritualità betlemita, quaderno n. 11 – marzo 2018, Casa Betlemme (Arezzo)

Introduzione

In questa lettera ho condensato una mia “ricetta” che utilizzo da decenni per aiutare le donne che soffrono del trauma post aborto. Tra le diverse migliaia di donne seguite durante la mia professione e quelle accolte qui a Casa Betlemme, mi sono presa cura infatti non soltanto delle maternità più difficili ma anche delle maternità negate. Cioè di quelle donne che all’inizio, sotto condizionamenti e pressioni di genere vario, hanno preferito fare una scelta diversa e poi le ho viste tornare, magari a distanza di decenni e con i capelli imbiancati, a portarmi il loro tormento che riemergeva e non passa.

Come qualcuno ha detto, al di là delle ideologie e dei convincimenti, la realtà è che dopo ogni aborto abbiamo inevitabilmente sempre lo stesso drammatico referto: “un morto e un ferito”. Ferito è il cuore della donna. Che con l’aborto si infligge una ferita viscerale, profonda. Perché viscerale e indelebile è la sua maternità. Non esiste farmaco o psicoterapia capace di sanare quella ferita. E’ soltanto Gesù “il farmaco” che funziona: primario di tutti gli psicologi, Lui conosce fino in fondo il cuore di ognuno di noi. Un bravo medico può aiutarti a tirare fuori il tormento. Ma solo Gesù va oltre perché dopo averti tolto il tormento del peccato, ti riempie della sua Grazia e fa nuova la tua vita. Lui ama ed è miseri-cordioso: cioè scende con il cuore sopra le nostre miserie.  Pagandole tutte con il suo sangue sulla Croce.

Nella cosiddetta pastorale della vicinanza, questo tipo di servizio lo svolgo da sempre personalmente e in solitudine, nella massima riservatezza. Farsi carico di un simile dolore è una cosa talmente delicata che non posso avere a fianco collaboratori o delegare: è un rapporto diretto tra me e quella donna ferita. Sono lunghi colloqui di andata e ritorno. Di notte e di giorno. Non è uno sportello e non ci sono orari. E’ abbracciare completamente la sofferenza di una persona. Occorre molto ascolto, dialogo e tanta tenerezza, a cui affianco un percorso di preghiera e di catechesi sul battesimo. Ci vuole un lungo cammino di recupero, paziente e personalizzato tra spiritualità e psicologia. Fatto a tappe. A volte c’è stato il seppellimento segreto dell’embrione o del feto. Ho accompagnato in questo cammino tante donne, di ogni livello culturale, fino alla guarigione. E spesso con una riscoperta della fede. E’ un cammino di riconciliazione in cui le donne credenti di solito giungono alla confessione, il sacramento che le riconcilia con Dio (cfr. Evangelium vitae n. 99). Ma nella mia esperienza ho constatato che l’opera del confessionale va completata con questo accompagnamento psicologico e pratico, perché è essenziale anche un secondo passaggio: la riconciliazione delle donne con il loro figlio. Poichè il Sangue di Cristo cancella il peccato ma non cancella quel figlio, che esisterà per sempre.

Alla fine di questo percorso alcune donne me le sono viste arrivare nella cappella di Casa Betlemme con un cesto pieno di bomboniere: portavano il desiderio straripante di festeggiare la loro rinascita come madri e la loro riconciliazione con il figlio. Donne che ti dicono: «Flora, tu non puoi capire cosa mi hai regalato con quel battesimo: mi hai ricongiunto al mio bambino. Ora so che vive, e lo vedrò! Così per me l’oggi è già eternità. Perché parlo con il mio bambino e lo chiamo per nome».

Arrivano qui a Casa Betlemme anche da fuori regione. Incontri su appuntamento che metto continuamente in agenda.

La “ricetta” di cui parlo, che ho messo a punto con tanta esperienza sul campo, si basa essenzialmente sullo sguardo della trascendenza e sulla divina misericordia. La sua potente efficacia è visibile nel volto trasfigurato di tante donne ferite che ho visto risorgere. Un volto che ti tocca e ti commuove. E’ una “ricetta” che ho portato dai marciapiedi alle università. Questa lettera è indirizzata ad una donna senza nome, ma rappresenta il volto concreto e la storia vera di tutte quelle che ho conosciuto.          

 Indicatore, AR  marzo 2018

F.G.

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