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Aborto chimico più accessibile? Uno strano contributo alla causa #andràtuttobene

© Khosro SHUTTERSTOCK
Mujer con píldora
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La rete italiana contraccezione aborto ha un’idea per decongestionare gli ospedali e garantire l’aborto in questo contesto di emergenza sanitaria. Aborto chimico a casa e senza controllo medico. Poveri figli, povere donne.

Abortire deve essere non solo possibile, ma facile e forse nelle più idiote aspettative  (già documentate da video, Tik Tok e interviste su quanto sia bello abortire e avere abortito) persino piacevole. Ma soprattutto non dare fastidio a nessuno. Tranne al bambino e, anche quando non lo ammette, alla mamma ma entrambi si prestano poco a slogan forti come My body, my choice.

Ormai ogni frase inizia con “ai tempi del coronavirus” ma la rete Pro-choice non si lascia distrarre dall’obiettivo; nemmeno se infuria la tempesta e tutti sembriamo impegnati ad impedire che qualcuno cada in mare e affoghi. Restano esclusi come al solito i bambini non nati.

Ehi, ma noi difendiamo un diritto tutelato da una legge dello Stato, ci risponderanno.

Ammetteranno almeno che fa una certa impressione, ora, chiedere di poter eliminare deliberatamente una vita.? Ma veniamo al dunque, ecco cosa c’è in ballo. Gli ospedali sono in tutt’altre faccende affaccendati ma le donne che vogliono abortire ci sono anche “ai tempi del coronavirus” (perché sono arrivate a questa decisione? Prima e intorno chi c’era, cosa abbiamo fatto per offrire loro un’alternativa?). Che si fa, quindi? Idea del secolo, già avanzata in un proposta di legge di iniziativa popolare:

De-ospedalizzare l’aborto farmacologico, autorizzando la procedura nei consultori e negli ambulatori attrezzati come già previsto dalla legge 194/78, e spostare il limite per la somministrazione dalle 7 settimane di gravidanza attuali a 9, come nel resto d’Europa e come previsto dalla Agenzia europea del farmaco. (Il fatto quotidiano)

Appello alla SIGO (Società Italiana ginecologia e ostetricia

Man mano che l’emergenza ospedaliera COVID -19 si è estesa, tutte le altre prestazioni differibili sono state sospese a data da destinarsi. Ne abbiamo fatto le spese tutti ma fino ad ora, sostanzialmente, ci è parsa una faccenda tollerabile (chi più, chi molto meno).

Il servizio IVG è sospeso all’Ospedale Sacco, al Buzzi, e parzialmente al Niguarda. Al San Carlo hanno sospeso le IVG con metodo farmacologico e molti reparti ora funzionanti a Milano stanno dedicando posti letto al COVID-19. Ci sono altri ospedali in Lombardia che hanno dovuto chiudere i propri ambulatori IVG e quasi metà dei consultori sono chiusi a Milano. (Ibidem)

Quello che contesta Pro- choice è la riduzione dell’accesso all’aborto chimico che invece potrebbe aiutare in questo frangete e quel che propone è di renderlo più facile, togliendo di fatto le 4 visite ospedaliere fino ad ora previste dal protocollo di attuazione. Come al solito l’esempio che viene proposto, con annesso scuotimento di capo per il livello infimo del nostro paese sul fronte diritti, è quello di altri paesi europei, i soliti noti.

Sarebbe quindi estremamente vantaggioso, in questa fase della pandemia, che anche per le donne italiane fosse autorizzata questa possibilità, con la necessità di una sola visita, presso il Consultorio collegato all’ospedale o l’Ambulatorio ospedaliero dedicato.  La situazione attuale, prevede invece per l’aborto volontario farmacologico dai 2 ai 4 accessi in Ospedale (valutazione iniziale con ecografia ed esami ematici, assunzione del primo farmaco, assunzione dopo 48 ore del secondo farmaco, controllo dopo 14 gg circa). Di fatto, l’IVG con metodo farmacologico (offerta in modo disomogeneo e insufficiente sul territorio nazionale), in questo periodo, è stata sospesa in molti nostri ospedali.

In Francia le raccomandazioni impongono di incoraggiare l’IVG farmacologica a casa facendo sparire i controlli ecografici, gli esami del sangue, la visita. 

In UK all’insegna dello smart working suggeriscono valutazioni con videochiamata o anche solo al telefono e noi invece continuiamo con questa cosa delle visite, dei controlli, delle valutazioni, lamentano con sbrigativo semplicismo.

Noi pensiamo che anche la SIGO (AOGOI/AGUI/AGITE) debba emanare raccomandazioni per i servizi 194 in Italia in tempo di pandemia e richiedere un adeguamento normativo delle procedure attuali, in particolare quelle per l’aborto farmacologico, che in questa fase di emergenza sanitaria, appaiono particolarmente arretrate e non consone alle evidenze scientifiche e alla best practice medica, anche estendendo  la possibilità di somministrare il Mifepristone fino a 9 settimane. (Prochoice.it)

Il testo con la richiesta è anche in originale tutto grassetto e incorniciato, è la parte importante. Ci stava forse anche un bel Caps block, ma non avranno voluto strafare.

La donna lasciata sola nel dramma dell’aborto e nel reale pericolo per la propria salute

Ora, immaginiamoci queste povere donne. Sole, a casa, ad ingoiare pillole secondo la sequenza e gli intervalli prescritti e ad aspettare emorragia ed espulsione. A loro tutta la discrezionalità di decidere se la perdita ematica è normale o no, a loro sole il dramma di vedere il piccolo concepito espulso dal suo ambiente naturale. Come già in altri frangenti la promessa di libertà e autodeterminazione si è pervertita in mostruosa solitudine e schiavitù.

Medicalizziamo la gravidanza al massimo e “addomestichiamo” l’aborto chimico, facendolo con il tempo diventare la procedura per eccellenza, magari. Come approfittare di una crisi senza precedenti per orribili scopi, potrebbero farci un tutorial.

Come mai manca del tutto, tra le tanto invocate evidenze scientifiche, quella per cui i rischi per la vita della donna in caso di assunzione della RU 486 e farmaci annessi sono reali e gravi, fino alla possibilità del decesso?

E di sicuro nessuno di lorsignori prenderà in considerazione la sindrome post aborto ma quella non se ne cura e fa visita alle donne molto più spesso di quanto si ammetta (o meglio, sempre. Ma non tutte se ne rendono conto).

Uno scenario pieno di contraddizioni

Paese a natalità sotto zero, l’Italia. Ma i nobili cavalieri del progresso sono lì, lancia in resta pronti a nuovi assalti. Il concetto guida è la de-ospedalizzazione; lo scopo, che vorrebbero lasciare implicito per manifesta modestia e ritrosia,  è un ostentato senso civico.

Difendiamo il diritto delle donne ad abortire e non sovraccarichiamo gli ospedali già allo stremo delle forze per il numero ancora crescente di contagi. Sì, i segnali positivi sono che la crescita si sta stabilizzando, che siamo forse arrivati al famoso e anche eccessivamente semplificato picco e ci apprestiamo a percorrerlo per un bel tratto, poiché non di picco si tratta di ma un altopiano.

E così come ci si riempie la testa di nuovi mantra come “dobbiamo superare il picco” per dare confini a questa tenebra che ci avvolge, allo stesso modo qualcuno, sempre quelli a voler ben guardare, ci ripete all’orecchio che ora è il momento di “de-ospedalizzare” l’aborto in pillola.

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