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Donne non abortite, ve lo dice una che l’ha fatto

DONNA SGUARDO
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La lettera accorata di una donna che ha abortito e ancora ne soffre; per lei la durezza delle parole di Papa Francesco sulla realtà dell'aborto è stata salutare e benefica. Perché quelle sono parole di verità, mentre l'aborto e la sua legalizzazione un grande, enorme inganno

Facebook è molte cose e nessuna. Ma resta un luogo e un insieme di relazioni, seppure inafferrabile, che ci portiamo in tasca. E ogni tanto dalla tasca insieme a vecchie inutili cartacce può essere che tiriamo fuori una banconota buona, che non sapevamo nemmeno di avere. Così ci capita di imbatterci in storie, in scorci inattesi di vita dolente ma redenta che a renderli noti si può fare un vero servizio di bene. Così mi è capitato di incontrare sulla bacheca di Cristina Vailati Facchini l’appello di Marina, che non mette il cognome ma qualcosa di ancora più personale. La verità sull’esperienza dell’aborto nella sua vita di donna, anzi di madre. Perché quello era e resta il suo bambino.

E lei che l’ha rimosso pensando di separarsene per sempre ne sconta il dolore e la mancanza come un castigo nel senso etimologico del termine. Qualcosa che con la sua verità purifica. E in quel dolore, che solo Cristo può guarire, sta imparando a perdonarsi. Non si dà pace però per il grande inganno che ancora irretisce milioni di donne e vuole unirsi alla voce dell’anziano pontefice, quasi farsi suo megafono e urlare: “è giusto?”

La libertà è cosa seria. È responsabilità. Se getti tuo figlio dal balcone ne subisci le conseguenze legalmente, ma soprattutto umanamente. Il dolore ti perseguita ogni giorno della vita, devi imparare a conviverci e se non impari a perdonarti (cosa lunga, impegnativa, difficile) ti logora fino al midollo. Se fai lo stesso quando il figlio ce l’hai in grembo ti evitano il carcere, ma umanamente il dolore ti resta addosso fino all’ultima fibra (l’ho provato e l’ho visto! ogni volta che la vita mi ha portato ad avere a che fare con me stessa e con donne che ci sono passate…). Il fatto che sia legale è paragonabile a una anestesia: hai un dolore nell’anima, lo anestetizzo socialmente così stai meglio. Ma è solo assopito: lui c’è e ti rimane dentro temporaneamente anestetizzato, ma la tua coscienza a tratti lo risveglia ed è lancinante, frustrante, in alcuni casi devastante.

Oggi io, un figlio ucciso, lo voglio dire: la legalizzazione? Un enorme inganno. La libertà sacra che ha a che fare con la vita e la morte che viene ingannata: “… fai come credi, la vita è solo tua”: “solo tua” è un’enorme bugia perché le vite in gioco sono due (tre a dire il vero, perché c’è un padre) e una delle tre è totalmente innocente; e poi “la vita” è tua: “la morte” è tua dovrebbero dire… oh che inganno, ora che vedo, ora che capisco, inganno travestito da progresso, da falsa libertà.

Vagano per il mondo milioni di donne anestetizzate, quando invece le stesse, informate e supportate avrebbero potuto gioire anche per un solo bacio dato o ricevuto dal proprio cucciolo: magari malato, magari disabile, magari down, magari sano, ma ognuno espressione di una verità che nessuno può fraintendere… la vita è vita sempre, essa desidera venire alla luce e il mio cuore desidera solo prendersene cura. La mia gratitudine al Papa che dice: “è giusto affittare un sicario per far fuori uno? È giusto?”, questa frase va urlata e anche io lo voglio urlare: “Donne, non mettete vostro figlio nelle mani di un sicario! Lui morirà e insieme a lui morirete giorno dopo giorno anche voi… io l’ho fatto e ci muoio ancora, voi non fatelo!

Ci sono centri di Aiuto alla vita in ogni città: è lì che dovete andare. E se la vostra creatura è malata cercate la prima madre che conoscete che ha un figlio disabile e importunatela affinché vi dica dal profondo quello che la vita ha rivelato a lei soltanto. Non lasciatevi ingannare da chi prospetta solo sofferenza… non è così, ogni storia è a sè ed è sempre e prima di tutto una storia d’amore”. In ginocchio ve lo chiedo: se per le mie parole salverete il vostro bambino, sarà per me salvare anche il mio.

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