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Don Marcello Godlewski, il parroco a cui erano antipatici gli ebrei, ma che ne salvò a migliaia

Silvia Costantini - pubblicato il 03/02/21

Contro l’indifferenza, il progetto “Case di Vita”, della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, rilancia storie di vita che ispirano al bene

Sono le persone che fanno la storia e sono le persone che con le loro scelte possono cambiarne il corso. Opporsi al male, ai fanatismi, ai totalitarismi…è possibile.

Salvare una vita, salvare un mondo

Con questo spirito di responsabilità civile, Baruch Tenembaum, attraverso la Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg ha dato vita, ormai da circa 6 anni al progetto “Case di Vita”, con il quale vengono riconosciuti quei luoghi chiese, monasteri, conventi, collegi o case residenziali… in cui le vittime innocenti delle persecuzioni naziste, soprattutto i bambini, trovarono rifugio durante l’Olocausto.
L’essenza del progetto è “ricordare il bene di cui possiamo essere artefici per contrastare “l’indifferenza”, quell’indifferenza che, proprio pochi giorni fa, la stessa senatrice Liliana Segre, definiva come “violenza”. Lei che ha vissuto sulla sua pelle con gli orrori della deportazione, quando a 13 anni, era il 30 gennaio 1944, veniva insieme al padre Alberto e ad altre 603 persone caricata sul binario 21 della stazione di Milano Centrale, per arrivare al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, da cui fecero ritorno solo in 22.

E sicuramente, non non voltò la faccia di fronte al dolore degli ebrei del ghetto di Varsavia, durante la seconda guerra mondiale, don Marcello Godlewski, parroco della “Chiesa di tutti i Santi”, a Varsavia, che pur non avendo troppo a simpatia gli ebrei, ne salvò oltre mille.


LILIANA SEGRE

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La storia emblematica di don Marcello Godlewski

Nel 1938, quasi 370.000 ebrei vivevano a Varsavia, costituendo quasi il 30% della popolazione della città. Nella capitale della Polonia vi era, pertanto, la più grande concentrazione di ebrei d’Europa e la seconda al mondo – dopo New York.
Già dal 1915, don Marceli Godlewski, il parroco della parrocchia di “Tutti i Santi”, situata nel cuore stesso della città, era particolarmente impegnato nella pastorale dei lavoratori. Prima della guerra, la sua parrocchia comprendeva circa 2.000 ebrei cristiani.

Il volto della parrocchia di Piazza Grzybowski cambiò dall’aggressione tedesca contro la Polonia il 1 settembre 1939. Oltre 400.000 ebrei furono stipati nel distretto che copriva il 2,4 per cento dell’area di Varsavia. Nel novembre 1940, i tedeschi divisero il ghetto dalla “parte ariana” e la parrocchia di Tutti i Santi si trovò dall’altra parte del muro con 2.000 ebrei cattolici. Fame, malattie e cadaveri nelle strade facevano parte della vita quotidiana di questo luogo.

Don Godlewski aveva ottenuto il consenso dal suo vescovo di svolgere il servizio pastorale nel ghetto. Insieme a don Czarnecki, hanno ospitato nel presbiterio circa 100 ebrei. Un numero simile di persone ha utilizzato – nonostante l’onnipresente povertà del ghetto – la cucina comune della parrocchia a servizio dei bisognosi. Tutti potevano beneficiare di questo aiuto, indipendentemente dal fatto che fossero battezzati o meno. Nella casa di famiglia del parroco, situata fuori dal ghetto nel quartiere Anin, le suore francescane della Famiglia di Maria gestivano un orfanotrofio e metà degli ospiti erano bambini ebrei.


Czesława Kwoka

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L’ingegnoso metodo per falsificare i certificati di battesimo e salvare vite

Queste attività di aiuto non avrebbero potuto essere svolte su così vasta scala se non per falsi certificati di battesimo. Era un documento necessario agli abitanti del presbiterio, ai bambini che vi venivano introdotti clandestinamente o che volevano fuggire dal ghetto.

“Il certificato di battesimo funzionava allora come una carta d’identità. Era una conferma d’identità. Da qui l’importanza e l’aiuto che i sacerdoti potevano fornire scrivendo falsi certificati di nascita. I moduli erano stampati legalmente, perché era una normale attività ecclesiale e ufficiale” – ha spiegato Karol Madaj. Si può stimare, aggiunge, che durante la guerra in questa parrocchia di tali documenti ne siano stati emessi circa 700.

“Consisteva nel cercare nel registro dei decessi un certificato di morte, di solito di un bambino o di un neonato, il cui anno di nascita corrispondeva all’anno di nascita del candidato all'”evasione” dal ghetto. Al potenziale rifugiato venivano dati nome e cognome, data di nascita e data di battesimo del suo “doppio” scritto dal registro dei battezzati. Riceveva un falso certificato di battesimo e con questo documento compariva nel distretto “ariano”. “Ne ho conosciuti personalmente molti finora e sono rimasti con il cognome presunto fino ad oggi”- ha ricordato don Czarnecki.

Chi aiutava gli ebrei rischiava la propria vita

L’intera operazione di soccorso nella Chiesa di Tutti i Santi è stata realizzata a diretto rischio della vita. Il 15 ottobre 1941, il governatore tedesco, Hans Frank, emanò un’ordinanza che vietava agli ebrei di lasciare i loro distretti designati sotto la pena di morte. Le persone che davano rifugio agli ebrei dovevano essere soggette alla stessa punizione, e un atto tentato doveva essere punito come atto commesso. I decreti delle autorità di occupazione locali tedesche erano ancora più severi, poiché la morte veniva punita non solo per il ricovero, ma anche per altri metodi di aiuto.

L’attività dei sacerdoti Godlewski e Czarnecki terminò nel luglio 1942 con la grande azione di liquidazione del ghetto, durante la quale i tedeschi deportarono oltre 300.000 ebrei nelle camere a gas di Treblinka. Non si sa esattamente quante persone don Godlewski sia riuscito a salvare: si stima che fossero tra i mille e i tremila ebrei. Tutti i bambini nascosti nell’orfanotrofio di Anin sono sopravvissuti alla guerra.

Don Marcello Godlewski morì nella sua casa vicino a Varsavia 75 anni fa, il 25 dicembre 1945. Per la sua attività, nel 2009, è stato insignito della medaglia di Giusto tra le nazioni. Nel 2017 la parrocchia è stata riconosciuta come “Casa della Vita” :questo è il primo luogo in Polonia a cui è stato assegnato questo riconoscimento. Le gesta coraggiose di don Godlewski e di don Czarnecki, insieme ad altri suoi collaboratori, risuonano forti ancora oggi, vero antidoto all’indifferenza.

Con informazioni di polskifr.fr

Tags:
ebreifondazione raoul wallenbergnazismoolocaustopolonia
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