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Il primo Ironman con sindrome di Down? E' Chris Nikic, e noi tifiamo per lui

CHRIS NIKIC, DOWN, IRONMAN

Joe Kepner | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 10/11/20

Un intervento a cuore aperto a soli 5 mesi di vita, ha camminato col deambulatore fino ai 3 anni. Oggi Chris, già atleta paralimpico, si allena per la più estrema delle gare di triathlon e suo padre ammette: «Ho smesso di definirlo 'speciale', lui è dotato».

Timothy Shriver, presidente dell’organizzazione americana Special Olympics, ha dichiarato:

Oggigiorno abbiamo un disperato bisogno di persone che scuotano i nostri stereotipi.

E a offrirgli l’occasione di ribadire questa sfida umana è stata la storia di Chris Nikic, un 20enne della Florida con la sindrome di Down che sta scuotendo davvero il mondo dello sport: nonostante l’ostacolo della pandemia, che ha complicato e rallentato gli allenamenti di tutti gli atleti del mondo, si è preparato per affrontare un obiettivo durissimo, diventare un Ironman. E ce l’ha fatta! La gara che lo ha qualificato come tale si è svolta  sabato 7 novembre e consisteva in una competizione di triathlon: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e 42,195 km di corsa (la distanza della maratona).

Vittoria!




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La Florida è stata la cornice del successo di Nick. Ha condiviso tutti i suoi allenamenti su Instagram e poi è arrivato il grande momento, la gara. Ci sono stati imprevisti, come un fastidioso attacco di formiche durante un momento ristoro durante il percorso in bicicletta, ma Nick ha tagliato il traguardo in 16 ore, 46 minuti e 9 secondi.

Gli organizzatori si sono resi conto che si trattava di un momento storico e hanno condiviso in diretta Facebook le ultime due miglia in bici di Nick. Ed eccolo con la medaglia al collo:

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Chi sono gli Ironman

Alcuni definiscono l’Ironman una disciplina per asceti più che per atleti. Cos’è?

L’Ironman prima non esisteva. Esisteva il triathlon, e anche quello è un’invenzione recente. Il triathlon diventa disciplina olimpica nel 2000, e consiste nella somma di tre discipline di resistenza: nuoto (1.500 metri), ciclismo (40 chilometri), corsa (10 chilometri). L’Ironman prende la miscela del triathlon e, semplicemente, aumenta le dosi: quasi quattro chilometri a nuoto, 180 in bicicletta, più di 42 di corsa. Aumentando le dosi, cambia anche la natura delle prestazioni: una gara di velocità e resistenza diventa una gara soprattutto di resistenza. E cambia anche la miscela delle virtù che bisogna possedere per arrivare in fondo alla gara, perché la resistenza è sì un fatto fisico, ma è anche e soprattutto un fatto mentale, un prodotto della convinzione, della determinazione, di un lavoro su se stessi che non riguarda soltanto le gambe e il fiato. (da Internazionale)

Non è una competizione per molti, anche in condizioni fisiche eccellenti, e non è una gara che può essere improvvisata; in Italia sono circa duemila quelli che si fregiano del titolo di Ironman.

Chris Nikic è sulla buona strada, avendo già conquistato quello che si definisce il «mezzo Ironman», cioè una forma di triathlon in cui le distanze citate sopra sono dimezzate. Il suo motto di lavoro e di concentrazione mentale è: uno in più. Che significa alzare l’asticella dell’impegno un briciolo alla volta: 1% di impegno in più ogni giorno, una flessione in più, un chilometro di corsa o di nuoto in più. Per noi che osserviamo la sua storia, la sfida è quella di cambiare il modo di guardare le persone come lui e anche il modo di parlarne. Questi non sono ragazzi «speciali».

Speciale? No, dotato.

Intervistato da USA Today, il padre di Chris Nikic arriva subito al punto, vale a dire agli occhi con cui si guarda chi ha una disabilità. Inevitabilmente, anche i genitori che amano tantissimo questi figli, sono portati a incasellarli dentro un pensiero sbagliato:

L’uso del linguaggio è importante – afferma il signor Nikic – Mia figlia, Jacky, è un’atleta dotata e l’ho sempre trattata come «dotata», mentre trattavo Chris come «speciale». A volte «speciale» significa che non può fare qualcosa. Perciò non ho dato a lui le stesse possibilità che ho dato a sua sorella, ed era per proteggerlo. Ma due anni fa ho cominciato a trattarlo come dotato. Sento che Dio lo ha mandato sulla terra per aiutare gli altri.  (da Usa Today)

La storia personale di Chris è costellata di difficoltà e di entusiasmo nel superare le sfide: ad appena 5 mesi di vita subì un intervento a cuore aperto e fino ai 3 anni ha dovuto camminare con un deambulatore. La proeonsione allo sport è maturata altrettanto presto, dall’età di 9 anni è entrato nella squadra paralimpica americana come golfista e nel 2016 ha cominciato a cimentarsi col triathlon, aveva 16 anni. Un grave infortunio poteva mandare all’aria i suoi sogni e lo ha bloccato per due anni; poi nel 2019 ha ricominciato ad allenarsi, ma faceva fatica anche a nuotare in piscina.

È questo il momento in cui suo padre confessa di aver cominciato a guardalo come una persona dotata. Ed è indiscutibile.

Una giornata tipo…

Oggi la sua routine prevede 4 ore di allenamento quotidiano, 6 giorni su 7. Il test per diventare Ironman è brutale per chiunque, a lui non sarà fatto nessuno sconto. In un video pubblicato da Joe Kepner si vede il ragazzo durante i suoi allenamenti, in cui è seguito da un vero Ironman super titolato che lo incinta proprio con il ritornello «one more!». Il papà racconta che, a fronte delle difficoltà fisiche di Chris fin dalla più tenera età, l’idea di iscriverlo all’organizzazione Special Olympics era nata per stimolarlo all’esercizio fisico. Ora siamo di fronte ad un atleta formidabile. ll passaggio più ironico del pezzo è la risposta del padre di Chris quando gli viene chiesto se anche lui abbia tentato di allenarsi con il figlio:

Sì, e mi sono rotto il collo, le ginocchia e la schiena .

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=L4JJYMisTZw&w=560&h=315]

Atleti in quarantena (da sempre)

Lo confessava anche Massimiliano Sechi, quando lo abbiamo intervistato: i disabili si sono ritrovati addosso una corazza più forte in quarantena, quella di conoscere sulla propria pelle l’esperienza dell’isolamento. Essere esclusi dalla possibilità di fare attività che altri fanno sovrappensiero, essere etichettati con sguardi e parole che giudicano e isolano, anche questa è una specie di quarantena vissuta da tutti quelli che non appartengono alla categoria sommamente astratta, insignificante eppure abusata – anche involontariamente – di «normali». Quando il mondo intero, atleti compresi, è stato costretto a interrompere le attività più abituali a causa delle leggi imposte dalla pandemia, in molti hanno vissuto lo stesso shock psicologico che ogni disabile vive nella propria vita e che impara ad affrontare. Le risorse maturate da chi conosce già l’isolamento sulla propria pelle sono diventate visibili a tutti, proprio in questo tempo:

I nostri atleti combattono contro l’esclusione da un secolo – dichiara Shriver [il direttore di Special Olympics- NdR] – Alcuni dei nostri atleti vivono ancora in una condizione di devastante isolamento. Quindi può essere che grazie a queste circostanze attuali si raccolga un po’ più di solidarietà; e ci può far tirare un sospiro di sollievo sapere che c’è chi ha combattuto l’isolamento proprio come lo percepiamo noi ora in quarantena. Spero che questo renda i cuori di tutti più docili sul tema dell’isolamento sociale. (da USA Today)


Michael Beynon

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Stare insieme

Chris Nikic ha raccontato che le cose che lo hanno ferito di più nella vita sono l’essere stato chiamato “stupido” e l’essersi sentito “da meno” dei suoi coetanei. Eppure non è la rivalsa la chiave della sua motiviazione atletica, anzi è proprio il desiderio di essere parte di una compagnia che lo stimola. La competitività ha un suo ruolo, naturalmente, ma non è vista in chive esclusiva bensì inclusiva: l’essere parte di un gruppo è la parte che Chris adora di più. Ed è proprio l’aspetto cameratesco l’obiettivo che offre una prospettiva inedita sul mondo dello sport:

La maggior parte della gente vuole guadagnarsi l’attenzione diventando migliore degli altri. Chris vuole l’attenzione per stare insieme agli altri. Quando siamo di fronte ad atleti professionisti che diventano famosi, di solito alzano barriere con il resto della gente. Con gli atleti paralimpici i muri crollano. (Ibid)

Un vero Ironman

Durante la quarantena Chris non ha interrotto gli allenamenti, ha adattato la sua routine alle condizioni stringenti. Ad esempio, per il nuoto si è esercitato in un lago non potendo andare più in piscina; la corsa è stata fatta all’aria aperta e per la bicicletta si è escogitato il modo di pedalare in versione domestica.

L’obiettivo è la gara che si svolgerà a novembre a Panama. Terremo d’occhio questo giovanotto e tiferemo per lui rigorosamente da seduti. La sottoscritta ha già sudato sette camicie nel tentativo di immedesimarsi nel tipo di sforzo che attende Chris. Ho anche spulciato tra le interviste di alcuni Ironmen certificati e li accomuna la voglia di sfidare un limite estremo, la tenacia di mettersi alla prova fino in fondo. Molti, tra quelli arrivati al traguardo, scelgono di tatuarsi addosso la parola Iron man, quasi fosse un sigillo incontestabile.

Allenamento dell’anima

Come anticipato all’inizio, alcuni la definiscono una disciplina per asceti e non per atleti. Che lo sport implichi una riflessione personale è indubbio e ce ne aveva parlato il filosofo-maratoneta Luca Grion: l’allenamento fisico può diventare un vero allenamento dell’anima alla virtù. Può essere un percorso buono, positivo … eppure avulso dal rapporto vivo con Chi dà  – anche alle «schiappe» come me –  un tatuaggio di forza incancellabile. Pensando a Chris, insomma, l’augurio più sincero che vorrei porgergli è quello di dare tutto nella corsa, nel nuoto e nella pedalata, proprio perché quella fatica è una grande rincorsa verso l’abbraccio di Chi lo ha amato prima che fosse. Ci sono tante belle frasi motivazionali per incentivare l’attività sportiva e ci sono tanti idoli agonistici da abbattere, sia riguardo alle une e sia contro gli altri le famose parole di San Paolo ai Filippesi restano una vera pietra angolare:

Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
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sindrome di downsport
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