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Rachele, da adolescente tormentata a mamma di 7 figli: "sono rinata grazie a loro"

RACHELE SAGRAMOSO,

Rachele Sagramoso

Silvia Lucchetti - pubblicato il 16/10/20

Nessuno puntava su di lei, fino a che non si è innamorata di Luca: «guarda che ce la fai a far la mamma» e così ha ricominciato a vivere. Ha messo al mondo 7 figli e ha riscoperto la fede

Oggi vi racconto la storia di Rachele Sagramoso, una sposa, una mamma, un’ostetrica. Rachele scrive per La Croce Quotidiano ed è anche una blogger. Cura con passione: “Sei di tutto + 1″ – di cui spesso anche noi di For Her rilanciamo i contenuti – e “La vera maternità”. C’è uno suo scritto brevissimo e molto bello dal titolo Preferisco così, grazie che mi viene in mente per presentarvela:

No.
Non mi convincerete mai. Uno o due figli sarebbero stati pochi. E il mio letto sarebbe stato vuoto. E la tavola sguarnita. E le lacrime da asciugare, contate. E il bisogno di sapone, relativo. E gli asciugamani da piegare, quasi nulla. Preferisco così, grazie. Preferisco andare a letto stanca. Preferisco sapere che ho ancora gioia da trasmettere. Preferisco essere ancora in grado di cullare.

L’ho intervistata al telefono per raccogliere la sua testimonianza, per chiederle che esperienza è cullare 7 figli…

Cara Rachele, ti va di presentarti?

Sono Rachele Sagramoso, sono una donna, ho scelto di fare la mamma e ho 7 meravigliose e impertinenti creature intorno che mi hanno insegnato un sacco di cose su di me, su di loro, sul presente e sulla vita. La prima figlia, e lo dico sempre, per me è stata una specie di rivelazione, mi ha insegnato moltissimo: ho imparato con lei a fare la mamma, ho imparato cos’è il dolore grosso, ho imparato cosa sono le difficoltà, ho imparato a fare la moglie, ho imparato che cos’è la famiglia. E poi il mio secondo figlio mi ha insegnato altre cose: che volevo far l’ostetrica, che cos’è l’allattamento, come si fa ad andare d’accordo con i bambini. Poi è nata la terza figlia e lei mi ha insegnato la pazienza, la dolcezza, la calma. Poi è nato il quarto figlio, mi ha insegnato a gestire la paura, ad avere l’infinita pazienza di cui tanti bambini hanno bisogno…

Allora, mi descrivi la tua famiglia?

Rebecca, 19 anni, ha cominciato l’università; Davide 16 anni e mezzo fa le superiori, è un ragazzo responsabile, è un sedicenne piuttosto normale come tutti; la Anna ne ha quasi 12 ed è in prima media, un bel passaggio, tipa sveglia, squadrata. Simone ha 9 anni è in terza elementare, è un bambino tutto particolare ed è quello che mi assomiglia di più, mi ricorda tanto me stessa, è il mio bambino di fede, ogni tanto mi guarda e dice: “sai mamma, voglio tanto bene a Gesù. Non lo so neanche io perché, però ogni tanto anche quando sono in classe penso a Gesù”. Ricordo che quando aveva 7 anni ed eravamo in pellegrinaggio a La Verna gli dissi: “Simone quanta energia!” e lui rispose: “mamma, dico continuamente Ave Maria!”. Poi c’è Francesco ha 5 anni ed è un terremoto, e proprio come il santo di cui porta il nome dice le cose in faccia, è testardo; poi c’è Pietro, Pietro è delicato, ha due anni e mezzo, lui ha bisogno tanto di coccole, amore, contatto, è un neonatone. Poi c’è la Marta, la mia futura badessa, non chiedermi il motivo ma ho pensato subito a lei così, fatto sta che la vedo in quella veste, ultima arrivata dopo tre maschi, ha 5 mesi e mentre parliamo la sto allattando.




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Com’era la tua vita prima di incontrare tuo marito?

Mio marito l’ho conosciuto il 6 giugno del 2000, il giorno che tornavo da quello che sarebbe stato il mio ultimo esame di Scienze dell’educazione: psicologia dello sviluppo. Studiavo a Firenze e presi 28, ancora me lo ricordo. Avevo avuto una storiella con un ragazzo molto immaturo, venivo da un’adolescenza turbolenta e difficile, dico sempre che ho smesso di vivere a 10 anni e ho ripreso a 20. I miei genitori sono sempre stati due eserciti in guerra l’uno contro l’altro, non ho un ricordo di loro che ridono, che scherzano. Ho sempre saputo che si sarebbero separati, se lo ricorda anche la mia maestra delle elementari. Sono figlia unica e ho trascorso la mia adolescenza all’inizio con mio padre e in un secondo momento con mia madre. Non è stato bello né stare con lui, né con lei. Mia mamma era una docente universitaria, tornava la sera dopo di me, perciò ero assolutamente libera, ma era una libertà finta. Di quelle, che quando hai 15 anni, ti fanno pensare di aver la madre ganza che ti fa fare quello che ti pare: montare in macchina con chi vuoi, in moto, fumare quello che ti pare. Poi invece quando arrivi a 18 anni cominci a pensare che forse non è stato così positivo come credevi prima. Mia mamma ha fatto con me l’opposto di ciò che ha vissuto lei come figlia.

Qual è il ricordo più brutto della tua adolescenza?

Il punto più basso della mia adolescenza c’è stato il 20 novembre del 1998, il giorno in cui mia madre tentò il suicidio. Ero in casa insieme a lei ma non sapevo che ci fosse. Prese un sacco di farmaci, bevve parecchi alcolici, si chiuse in uno sgabuzzino molto basso che avevamo nel nostro appartamento e andò in coma. Era lo stanzino della caldaia, angusto come un caminetto. Lei mi aveva detto che sarebbe andata a tentare di riconquistare il fidanzato del momento, veniva da un anno trascorso in un ospedale psichiatrico e uscì prima di terminare il percorso terapeutico. I miei nonni quel giorno erano andati a parlare con il primario proprio perché lei di punto in bianco aveva firmato e se ne era andata via. Quella mattina prima di uscire per andare a lezione le dissi: “Mamma, per piacere non fare stupidaggini” come se mi sentissi qualcosa; “Stai tranquilla” mi rispose. Sono andata all’università, poi dopo un’ora provo a chiamarla dalla cabina e lei non risponde, dopo una mezz’oretta ripresi il treno per tornare a casa e non la trovavo. Sento i miei nonni e li avviso che non c’è, che non la trovo, e vedo che mi aveva lasciato un biglietto in cui diceva di essere andata dal suo fidanzato, che mi voleva bene e di non preoccuparmi. Chiesi a qualche amico di farsi un giro in zona per cercare di trovarla, ma niente. Si fanno le otto di sera, arrivano i miei nonni, e in quel momento mi viene un flash, era novembre e faceva freddo, mi alzo e dico c’è qualcosa che non va alla caldaia, perché fa freddo: e lei era lì. Ho ancora nelle mie orecchie l’urlo che tirai. Mia madre non era cosciente, aveva già gli occhi vitrei. È stata due mesi in coma nel reparto di rianimazione, due mesi allucinanti, non so come riuscissi a dare gli esami, presi anche la patente. Poi uscì dal coma, io credo di aver pianto 4, 5 mesi dopo. Ho tenuto duro, duro, duro, non ricordo di non aver mai potuto tirare il fiato, ho sempre vissuto in tensione. Poi mia madre si trasferì a casa di un suo amore giovanile – con il quale tuttora convive – l’uomo che aveva lasciato prima di incontrare e sposare mio padre, e solo a quel punto “mi calò l’adrenalina”.

Come vi siete conosciuti con Luca?

Mi fermai finalmente, anche se a ripensarci ricordo poco di quell’anno, finché cominciai ad accusare il colpo. Un giorno camminando entrai in una chiesa mi ritrovai davanti al Santissimo e dissi al Signore: “Scusami, adesso basta, non ne posso più”. E Lui penso proprio mi abbia ascoltato. Avevo deciso di fare un po’ di volontariato anche per smettere di concentrarmi su me stessa. Per cui vado alla Croce Verde e prendo informazioni sul corso per stare sull’ambulanza, e così comincio l’indomani dopo l’esame all’università. Mi siedo, e dopo un po’ inizio a parlare con questo ragazzo che successivamente mi confida che mi aveva già visto, mi puntava, ed era lì perché voleva conoscermi. “Comunque io sono Luca, io sono la Rachele”, chiacchieriamo, siamo passati a farci gli squillini. Mi porta fuori a cena, e ricordo una scena memorabile. Sono stata così franca con lui che avrà pensato: “o scappo o la sposo, non ci sono alternative”. Eravamo davanti a una pizza e gli dissi: “guarda, o costruiamo una famiglia o zero, e ti levi di tre passi perché ho ben altro da fare nella mia vita”. Poverino, rimase con il boccone a mezz’aria, con la mozzarella che colava, non aveva neanche 23 anni. E lui: “Ah bene, a me va bene”. Il 6 giugno del 2001 è venuta al mondo Rebecca. Io sono nata quel giorno, il giorno che è nata mia figlia. Noi ci eravamo sposati a marzo.

RACHELE SAGRAMOSO,
Rachele Sagramoso

Come è avvenuta la tua conversione?

Ho avuto una fede molto morbida, “scialla”, così, non andavamo neanche alla messa. Ho ripreso un pochettino quando avevo Rebecca piccola, ma niente di che. Una fede d’abitudine. Mio marito invece non aveva proprio ricevuto un’educazione religiosa, aveva preso solo i sacramenti, ma nient’altro. Io ho avuto quella che chiamo conversione dopo la nascita del mio quarto figlio, anche se il mio don dice che ho semplicemente aperto gli occhi, comprendendo che la fede non è una scala di grigi: o c’è o non c’è. Ho rischiato la pelle con il parto, ho avuto un’emorragia copiosa, ho subito un intervento grosso perché la placenta era accreta (una placenta eccessivamente adesa alla parete dell’utero NdR), per cui quando rimasi di nuovo incinta ero terrorizzata e ho vissuto malissimo l’inizio di quest’altra gravidanza. La gestazione poi non proseguì e mi sentii tanto in colpa per aver perso questo bambino, in quel momento ho sbattuto la testa contro la mia fede. Così ho iniziato un percorso di ricerca personale e pian piano mi sono riavvicinata, ma son ben lungi dall’essere una persona di fede matura. Mio marito è stato molto bravo a seguirmi quando ho cominciato a voler andare a messa, è sempre venuto, non si è mai rifiutato. Si è sempre molto fidato di me dal punto di vista educativo. Quando ad esempio con la Rebecca ho scelto di farle educazione parentale per la scuola media, lui non mi ha chiesto niente, ha detto va bene, se lo sai tu io mi fido. Questa fiducia c’è sempre stata tra di noi, ci siamo divisi i compiti. E per quanto e riguarda la fede si è lasciato trascinare da me fino a che recentemente non è andato da solo a Medjugorje con la parrocchia, e ha iniziato il proprio percorso di fede. La prima esperienza che abbiamo vissuto tutti insieme con i figli è stata la marcia francescana delle famiglie, poi siamo stati a La Verna, ad Assisi, ed è stato un crescendo. Luca fa parte dell’associazione  “Gli uomini di San Giuseppe” che riunisce mariti e papà e il giovedì sera va a recitare con loro il rosario.

Perché avete voluto tanti figli?

Non è stata una scelta di fede avere tanti figli, essere aperti alla vita. Sapevo, anzi, sapevamo, che avremmo avuto un po’ di bambini, come un destino ma anche un desiderio. L’unica figlia che abbiamo “progettato” è stata la Anna, la terza. Ho conosciuto mio marito vedendolo già come padre dei miei figli, non so com’è Luca senza figli, mi sono innamorata di lui immaginandolo papà. Per cui è come se Qualcuno – mi ci è voluto di tempo per capirlo perché sono di coccio – ci avesse voluto dire: “quella è la vostra strada, fidatevi”. E in effetti dopo aver perso il mio quinto bimbo, abbiamo detto “va bene, accettiamo ciò che succede”. Però a quel punto abbiamo capito che era Dio a guidare la nostra vita, e ci diceva che il nostro desiderio di essere una famiglia numerosa era una cosa buona. Penso che in fondo non so veramente fare altro che la madre.

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