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Stile di vita

Conoscere non è comprendere

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Domaine public

Vermeer, “L'astronomo” (Musée du Louvre).

Jean-François Thomas s.J. | Thu Jul 16 2020

Quando arriva la prova abbiamo talvolta l’impressione di girare in tondo. Invece di passare il nostro tempo ad accumulare nozioni, faremmo meglio a comprendere quel che ci capita, che non sempre corrisponde alla nostra logica.

Conoscere e comprendere sono una vecchia storia, nell’esistenza umana. L’aver desiderato l’intelligenza del bene e del male, appannaggio divino, è costato qualche brutta sorpresa ai nostri progenitori Adamo ed Eva. Da allora, malgrado la pretesa umana di conoscere tutto, il nostro intelletto si è particolarmente indebolito e ci glorifichiamo incessantemente di dominare l’universo, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo – mentre tutto ciò è semplicemente risibile davanti all’immensità dei mondi. Siamo granelli di polvere a cui i successi hanno dato alla testa e che, da quel dì, non smettono di turbinare nella tempesta, nella presunzione di dominare le forze che invece ci menano ciecamente. Il famoso adagio socratico riportato da Palatone in molti passi tra cui nell’Apologia e nel Menone – «Solo una cosa so, cioè che nulla so» – ripreso in epoca moderna da Michel de Montaigne, non sembra più guidare la saggezza degli uomini, e quel che è vero nell’ordine strettamente intellettuale lo è pure, purtroppo, nell’àmbito della fede. Remotissima da noi è l’umiltà di un san Tommaso d’Aquino – che pure avrebbe avuto giuste ragioni di ritenersi soddisfatto della propria opera – il quale al termine della sua troppo breve vita guardava a quel che aveva prodotto come a della “paglia”, di fronte alla potenza di Dio.

Come la rana della favola

Preferiamo gonfiarci di orgoglio, alla maniera della penosa ranocchia della favola, cioè fino all’esplosione che alla fine mostra la vacuità delle nostre ambizioni e dei nostri traguardi. Al contempo, stranamente, mai come oggi l’uomo è stato tanto disorientato di fronte a ciò che lo lascia senza voce, a ciò che non si piega alla sua comprensione immediata o scientifica. Il disappunto è profondo quando urtiamo contro un muro freddo e liscio: fa parte del cammino ordinario della vita, disseminato di prove e di dolori, e rientra in quest’ordine di cose. L’uomo si lamenta allora, rimuginando con chi lo sta a sentire, del fatto che non comprende. Pochi decenni fa lo straordinario Jean Gabin, con la sua straordinaria prestanza scenica, interpretò – del resto senza cantare – una canzone intitolata Adesso so (Maintenant je sais), testo di Philip Green e di Jean-Loup Dabadie.

Il baldo giovane, diventato vecchio, riconsiderava la giovanile sfrontatezza del tempo in cui pretendeva di sapere tutto alla luce della crepuscolare scoperta di quanto tale pretesa fosse vacua. Comincia così:

Quando ero un ragazzino, alto come tre mele,

parlavo un sacco bene, per essere un uomo,

e dicevo: «Io so», «Io so», «Io so».

E poi va a terminare così:

Per tutta la mia giovinezza ho voluto dire “Io so”,

solo che più cercavo

e meno sapevo.

L’orologio ha battuto sessanta rintocchi,

sono ancora alla mia finestra: guardo e mi interrogo.

Adesso so, so che non si sa mai.

La vita, l’amore, il denaro, gli amici e le rose,

non si sa mai il rumore né il colore delle cose.

Questo è tutto quel che so,

ma questo lo so.

La comprensione interiore

Di fatto, possiamo conoscere tante cose formalmente nello spazio di una pur breve vita, ma ci mancherà sempre – il più delle volte –, per l’essenziale, la comprensione interiore. Tale è la lezione che diede anche Nostro Signore quando le sue parole furono sentite dai sacerdoti e dagli scribi ma costoro non riuscirono a comprenderle a causa della cecità del loro cuore; parole sentite anche dagli apostoli, i quali pure restarono alquanto limitati fino alla Pentecoste. Cristo è obbligato a prendere in disparte i suoi discepoli per illustrare loro il senso delle parabole, precisando che la loro comprensione appartiene a quelli che Dio avrà destinati a ciò. Donde l’esclamazione del Maestro:

Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli scaltri, mentre le hai rivelate ai piccoli.

Mt 11,25

“Queste cose” sono il contenuto della Rivelazione. Non basta essere versati nella scienza delle Sacre Scritture per comprenderle. Conoscere non è comprendere. Conoscere non basta a infrangere la cecità o il rifiuto di cedere davanti all’evidenza.

Quando l’intelligenza gira a vuoto

La nostra esperienza umana, fin dalla più tenera età, ci mostra bene che siamo tutti colpiti dalla medesima cecità. L’educazione dei bambini rivela che, anche se questi conoscono tante cose molto spesso essi rifiutano di comprendere e quindi di accettare quanto è dettato dal buonsenso, dalla saggezza, dall’aderenza al reale. Curiosamente, più l’uomo sa meno comprende. La comprensione esige un distacco da quel che si considerano certezze che nient’altro sono se non opinioni volatili. Essa conduce all’apprendimento di una cosa particolare che potrà allora essere integrata e contenuta nel nostro universo personale. Altrimenti, la conoscenza resta tutta esteriore e il mondo ci resta estraneo. Donde la nostra difficoltà a “comprendere” – come amiamo dire per lamentarci – quel che si introduce brutalmente nelle nostre vite e dà luogo a sofferenze e fallimenti. Ci strappiamo i capelli, sbigottiti nel ritrovarci impotenti, incapaci di decifrare quel che ci aggredisce, mentre eravamo persuasi di essere i più intelligenti tra gli uomini. Forse è pure così, ma nella fattispecie serve a poco, se l’intelligenza gira a vuoto.

Questa fragilità è dovuta all’assenza di logica nella nostra maniera contemporanea di pensare e di essere. Da una parte si accumulano disparate conoscenze, spesso inutili, e dall’altra ci si intasa di emozioni e passioni incontrollate e caotiche. Quando queste due masse s’incontrano, si colpiscono a vicenda senza compenetrarsi, poiché all’incontro manca la logica e i ragionamenti risultano fallaci sofismi. Questo male corrode tutta la società moderna, dalla sfera politica all’àmbito religioso. Camminiamo a tastoni, come cavernicoli, come i trogobli che, sopravvivendo nell’oscurità, hanno perso gli occhi.

Schizofrenia spirituale

Tale incapacità di creare un nesso logico tra il razionale e l’irrazionale ci conduce a una sorta di schizofrenia spirituale. Non accettiamo da Dio quel che non corrisponde ai nostri schemi: lo si vede chiaramente quando siamo colpiti in piena faccia dalla prova e cominciamo a girare in tondo rifiutando di integrare quest’evento fra tutti gli altri, perché non è in armonia con quel che della pedagogia divina pretendiamo di conoscere, dal momento che assumiamo che ogni tipo di sofferenza sia incompatibile con Dio. Viviamo nella negazione: il mondo deve entrare negli schemi che abbiamo fabbricato. Procedendo in cotale guisa, sapremo forse tutto sulla fissione dell’atomo ma diventiamo incapaci di camminare con un sassolino nella scarpa. Dando l’ultima parola alla “scienza” ci condanniamo a non comprendere più quanto ci venga rivelato per altri canali. All’oscurità di un’intelligenza che non sia unicamente libresca risponde l’indurimento delle coscienze e l’incapacità a sposare le cose come sono.

Invece di passare il nostro tempo ad abbrutirci di informazioni inutili, di conoscenze superficiali, faremmo meglio a cercare di comprendere, cioè a cercare di integrare, quel che ci capita, in tutte le sue dimensioni. La sofisticazione delle nostre conoscenze scientifiche non può colmare il vuoto di un’esistenza il cui senso è fuori portata. Invece di giustificare tutte le nostre turpitudini, faremmo meglio a provare a comprendere quel che muove i nostri atti, ciò che presiede alla nostra esistenza per condurci nell’eternità.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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