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“Signore, di nuovo insieme!”. Vi racconto cosa ho provato tornando a messa

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La mia preghiera è stata solo: “Grazie! Grazie Gesù! Per aver custodito il parroco e i sacerdoti, per aver mantenuto in salute le vecchiette della parrocchia”. Ieri ho compreso in profondità alcune parole che avevo letto anni fa: Io voglio avere Dio per Re. Per nient’altro vale la pena vivere.

Lunedì 18 maggio uguale messa, di nuovo messa, finalmente messa! Niente YouTube, Facebook, radio, tv, audio WhatsApp, commento al Vangelo, piccione viaggiatore e gufo di Harry Potter (scherzo!). Tutte cose belle, utili e meravigliose, ma una sola è santa: la Messa. Mi ricordo che qualche settimana fa un sacerdote durante una diretta streaming della funzione eucaristica domenicale disse ironicamente – ma neppure troppo – per esprimere quanto grande fosse la nostalgia di celebrare con il popolo: “Quando sarà tutto finito prenderò il martello e distruggerò i cavi, il pc, la telecamera”.

Non vi dico come fremevo, la sera del 17 maggio. Mi sono addormentata con la speranza di riuscire ad incastrare tutto per essere in parrocchia alle 8.30 del giorno seguente. Mi sveglio la mattina e so già che farò tardi: devo allattare, lavorare, sistemare i figli, ma ci provo con fiducia. Guardo l’ora e mancano solo 5 minuti: aiuto! In uno slancio di esagerato ottimismo, entusiasmo, diciamo pure follia, un mix tra Giselle in Come d’incantoOdette Toulemonde di Eric-Emmanuel Schmitt, urlo nel corridoio: “Sto andandooo! Posso farcela!”. Sbatto la porta, mentre la mia prima figlia piagnucola un singhiozzato: “Mammaaa” (avete presente il principe Giovanni nel cartone Disney Robin Hood?). Proseguo baldanzosa e senza indugi, arrivo al portone e… torno indietro.

Affranta, delusa, rammaricata. Rimetto la chiave nella serratura e mio marito mi domanda: “Cosa ci fai di nuovo qui?”. “È troppo tardi – rispondo – non faccio in tempo, è il primo giorno ed è necessario arrivare prima per rispettare tutte le regole”. A quel punto mi assale una tristezza infinita, come se quella delle 8.30 fosse l’unica e l’ultima messa della vita e non la prima dopo l’interruzione causata dalla pandemia.

Che strani cortocircuiti il cuore! E così, mogia e mogia per aver mancato l’appuntamento degli appuntamenti, rimango in silenzio, occhi bassi, anzi occhioni – con l’allergia mi sono spuntati due oblò – e decido solo di non sprecare quel dispiacere ed offrirlo a Gesù. Vale zero, meno di niente, lo so, ma Lui non butta via nulla. “Te lo offro per il mio sposo”, Gli dico, e poi torno alla routine.

Resto tutto il giorno come sospesa, il corpo elettrico, agitato, in attesa della messa delle 18.30 e poi, finalmente, un’ora prima dell’inizio insieme a mio figlio siamo arrivati in chiesa.

PARROCCHIA SANTA MARIA CAUSA NOSTRAE LAETITIAE,
Silvia Lucchetti

Eravamo gli unici, era troppo presto! Eppure per la prima volta nella mia vita mi sembrava comunque tardi. Guardo tutto, ogni particolare, e penso che attendere sia la cosa più bella! Non mi viene in mente di uscire all’aperto per passeggiare un po’, leggere, fare qualche telefonata arretrata, sistemare il trucco (che poi con la mascherina la devo smettere di passarmi il rossetto!), fare un salto in farmacia, no. Resto lì, restiamo lì, ed è tutto bellissimo e la mia preghiera è solo: Grazie! Grazie Gesù!

Sull’altare un tre piedi con la foto di San Giovanni Paolo II. Lo presento a mio figlio, è il Papa della famiglia, gli dico, quello che abbiamo attaccato sul frigo. Oggi è la sua festa, e il regalo ce lo ha fatto lui! Cristiano mi guarda e mi accorgo che non è più un fagottino arrotolato nelle copertine di lana, ma un bambinone di sei mesi con le cosce tornite che sgambetta scalzo nel passeggino. Rieccoti qui in chiesa, figlio mio, finalmente presto potremo battezzarti!

Arrivano i sacerdoti e la mia preghiera di ringraziamento continua: grazie Signore per aver custodito don Alberto, don Marco e don Davide. Grazie Signore per aver mantenuto in salute le vecchiette della parrocchia che per una volta ho battuto per puntualità ma mai per prontezza ed eleganza. Loro hanno già fatto il cambio armadio: camicette leggere, sandali, ventagli e le immancabili borsette stile Chanel.

Facciamo il rosario (insieme, in presenza, in compagnia!) e tutti sorridono al più giovane parrocchiano presente: il mio Cristiano, l’unico senza dispositivi di protezione. Poi inizia la Santa Messa, e le lacrime mi appannano gli occhiali, la voce sembra non uscire dalla mascherina che parlando aderisce alla bocca come fa il vento quando soffia contrario con le gonne dei vestiti d’estate.

Al momento della Comunione, il culmine dell’emozione. Scossa, tremante, incerta, faccio pochi passi instabili, le braccia appese e svuotate, verso l’altare. Il cuore piccolo, leggero, povero, grato, ricolmo, immensamente riempito.
“Signore, non ci hai lasciato soli”

Prima di andare via, davanti al Tabernacolo ho chiesto un altro regalo a Gesù, proprio perché me ne aveva già fatti pochi. Ma essendo la festa di Papa Wojtyla, cento anni dalla sua nascita, dovevo approfittarne per domandare qualcosa di grande.

E mentre torno a casa mi vengono in mente le parole di una vecchia catechesi di padre Maurizio Botta: per cosa vale la pena vivere? per essere regnati da Dio!

Il Regno di Dio è in mezzo a noi già ora. Già presente oggi. È dentro la storia, non è solo dopo la storia o sopra la storia. È il Regno di Dio il contenuto della predicazione di Gesù. Il contenuto del Vangelo, la buona notizia, è il Regno di Dio. E allora vi dico io il mio desiderio. Io voglio questa buona notizia, solo questa. Io voglio essere regnato da Dio. Io voglio avere Dio per Re. L’unica cosa che mi interessa. Per nient’altro vale la pena vivere.

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