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Don Fabio Rosini: la quarantena ci ha inchiodati a quel benedetto far nulla

WOMAN, SOFA, SLEEP
fizkes | Shutterstock
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In una diretta Facebook seguita da migliaia di persone il sacerdote romano ha illuminato il tema della reclusione domestica parlando del mistero della santa inutilità: la cosa più difficile nella vita è lasciar fare a Dio.

Il pericolo più serio che intravedo nella mia quotidianità di moglie e mamma in questo tempo di quarantena (di cui s’intravede uno spiraglio di uscita) è rinchiudermi da sola nella gabbia della logica “fase 1- fase 2”. Come cristiana do un nome a questo pericolo, la tentazione di dimenticare di avere un Padre e mettermi in mano a mille altri padroni intimi ed esterni. Essere ligia alle norme sociali, essere una cittadina che segue le regole imposte non significa ridurmi a credere che la via d’uscita umana (mia e altrui) alla pandemia sia scritta nei decreti. La tentazione, insomma, di cui sento il pessimo fiato sul collo è dimenticare che il significato di storia è camminare tenuti per mano da Dio. E la sua ipotesi di salvezza per noi non ha fasi, è un misterioso percorso unitario in cui cui ogni frammento anche incomprensibile e tragico ha un valore irrinunciabile.

C’è l’atteggiamento quasi inconsapevole di dire: dai, siamo quasi usciti dalla quarantena. E gli va appresso l’ipotesi di dimenticarsi presto di questa parentesi di reclusione domestica; è stato come un ritaglio necessario, ma lo archiviamo tra gli ostacoli superati e nulla più. Ringrazio allora, di essermi goduta un sabato sera trasgressivo, divertente, profondo, vivacissimo in cui ho riso di cuore e pianto. Ospite sulla pagina Facebook del Forum delle Associazioni Familiari è stato Don Fabio Rosini che ha dato vita a una chiacchierata in diretta con Gigi De Palo davvero essenziale, capace di toccare (e curare) i nostri molti nervi scoperti dentro l’orizzonte della pandemia.

La troverete suddivisa in due parti (parte 1parte 2), e consiglio di prendersi tutto il tempo di ascoltarla, e riascoltarla. Se fossi davvero impavida interromperei qui la mia scrittura, dando a ciascuno un simbolico spintone a godersi l’originale. Impossibile ridurre tutto ciò che è stato detto; offro qui uno spazio di spudorata gratitudine a Don Fabio per aver dato al tema della quarantena un orizzonte liberante e “nuovo” (il mistero cristiano è proprio l’evidenza che la presenza e la parola di Dio si fanno nuove dentro tutte le circostanze, pur rimanendo quelle che abbiamo sempre conosciuto).

Da che parte della Croce stai?

In tanti si sono lanciati a offrirci punti di vista, supporti per stare dentro la quarantena senza essere schiacciati dall’imprevisto drammatico generato da un virus. Ogni voce è benvenuta come compagna di cammino, eppure mancava – parlo per me – il tassello più importante di tutti. Nelle parole di Don Fabio Rosini il primo protagonista della scena è stato Cristo in Croce; non i discorsi su quella scena di morte e redenzione, proprio l’osservazione semplice di quello spazio in cui erano piantate tre croci:

La Croce di Cristo è la prova delle prove. Cristo viene inchiodato in mezzo a due uomini, viene proprio detto che stava nel mezzo. Lui è il discrimine. Uno dei due [ladroni] si butta nella rabbia, nella irrisoluzione; l’altro si aprirà. Per il ladrone cosiddetto buono il giorno della morte è il giorno della svolta. E così è sempre: ogni prova è un discrimine, uno sparti traffico: se ti butti dalla parte giusta anche la sofferenza che vivi si riempie di luce. Lo dico per esperienza personale: tante volte mi è sembrato che Dio mettesse un punto nella mia vita perché cambiassi; ho avuto due tumori e questo ha cambiato la vita, niente è stato più come prima. Non si torna mai indietro, questa è una cosa che l’uomo non riesce a capire: il tempo è incontrovertibilmente irreversibile. […]

Prendere per il verso giusto la sofferenza non è questione di ottimismo, ma di intuizione della Provvidenza. Intuizione della storia come viaggio verso il Paradiso; è sempre, la nostra, una storia di Salvezza. Se uno crede alla Grazia, la vede e la riconosce. Se credi nella bellezza, la vedi. E la bellezza c’è anche nelle situazioni più tragiche.

CHRIST
Diego Velázquez | Public Domain

Capisco meglio cosa intendeva Chesterton quando diceva che la Croce è il segnale stradale per gli avventurieri. Il tempo della crisi e della prova sono il momento in cui a noi è chiesto un giudizio e una scelta. Ma qual è il nostro riferimento? Qual è il nostro sparti traffico? In base a cosa possiamo dire che non tutto è per il male? Mi rendo conto meglio che ogni circostanza chiede a ciascuno di dare una risposta all’unica domanda che decide tutto: da che parte della Croce stai? Le nostre risposte pratiche agli eventi, sono una risposta – consapevole o meno – alla domanda precedente. Sul crinale di ogni nostra vicenda c’è Lui, e anche ignorarlo è già aver scelto una parte rispetto alla Croce.

Se ritorniamo alla semplicità di guardare la scena della Crocifissione, c’è un altro elemento che erompe quasi in silenzio: l’immobilità di Gesù.

San Fannulla

In fondo, più o meno, tutti abbiamo incasellato la quarantena come un tempo di passaggio, di attesa; una parentesi dentro un discorso il cui senso è altrove. Ci siamo incoraggiati a viverlo come tempo opportuno per la famiglia; c’è chi ha vissuto la disperazione di viverlo come il momento in cui ha perso il lavoro, e sono sorte incognite per nulla rassicuranti. Stare chiusi e fermi non può che essere una pausa o una premessa – ci siamo detti. Ora siamo sui blocchi di partenza come l’atleta, pronti a uscire di casa non appena si potrà.

Possibile che invece lo stare sia il vero criterio con cui guardare, non solo il tempo che stiamo vivendo, ma ogni tempo già vissuto e da vivere? È ciò che Don Fabio ha azzardato come proposta quando Gigi De Palo gli ha chiesto di dare qualche lume alle famiglie che, chiuse in casa da tante settimane, vivono l’esperienza della fatica e dell’esasperazione reciproca. Il discrimine è sempre quello di prima: la Croce.

La quarantena ci ha inchiodato a un tema, quello della stasi: stare. È molto più difficile di quello che si può pensare. La cosa più difficile nella vita […] è lasciare operare Dio. Il punto non è fare, ma lasciar fare. C’è una cosa che dice il mio grande amico e maestro Marko Ivan Rupnik ed è bellissima: “Difficile accettare l’opera di Dio in noi, molto più difficile accettare l’opera di Dio in un altro”. Cioè: avere la pazienza e la calma (quella è veramente paternità!) di aspettare che l’altro arrivi dove deve arrivare e lasciare che Dio abbia i suoi tempi con l’altro. E cioè: si tratta di difendere e rispettare la storia della salvezza altrui, non solo la mia. […] Non fare niente è la cosa più difficile, è il mistero della santa inutilità. È il mistero di Cristo Crocifisso, perché Cristo in Croce non fa un tubo. Sta lì. E gli dicono: “Fai!”, gli dicono: “Scendi dalla Croce!”. Che è come dire: esci da casa tua, scappa da tua moglie! […]. “Scendi dalla Croce e noi crederemo in te!”. E invece no. Propriamente è questa la salvezza, l’abbandono, la santa inutilità. Avevo un grande amico che si chiamava Carlo, e mi manca tanto, che diceva: «Io andrò in Paradiso perché non ho fatto nulla». Cioè: ho lasciato Dio operare.

Il tema dello star fermi ci risulta così irritante da richiedere mille nota bene appena viene introdotto. E già questo è un segnale; siamo schiavi dell’idea che il nostro valore dipenda dal fare. L’ozio è piacevole quando si parla di tempo libero, ma introdurre l’ombra della passività nel tempo che riteniamo proficuo manda all’aria il nostro edificio di orgogliose certezze. Ecco perché anche la quarantena sembra solo una premessa e non un discorso nel pieno del suo svolgimento. L’azzardo è che questa immobilità non sia e non sia stata una pausa; siamo ancora in tempo per vivere la nostra inerzia apparente come pietra di paragone per il tempo che verrà una volta aperte le porte di casa:

San Fannulla è quello che si fida, che non reagisce. […] Una volta un missionario in Africa mi guardò e mi disse: “Fabio, tu non hai capito una cosa. Nella vita cerca di fare il meno possibile, e quello che fai cerca di farlo fare a un altro”. Io rimasi basito, pensavo fosse scemo. Era un tipo sempre disponibile, il più allegro di tutti; il primo ad alzarsi e l’ultimo ad andare a dormire: lavorava un sacco, ma sembrava sempre che non avesse lavorato … sembrava sempre che stesse cominciando in quel momento. Dopo un po’ capii: la A di altro era maiscuola. “Cerca di fare il meno possibile, e quello che fai cerca di farlo fare a un Altro” è l’arte di far operare Dio, e non significa fare niente. Fai un sacco di cose, ma accanto a un Altro; assecondi la vita e non cerchi di imporgli il tuo ritmo. […] La vita è favolosa se la assecondi. Quando suoni insieme agli altri c’è un momento in cui le mani vanno da sole, come quando si canta insieme bene. Va tutto da solo, e così è la vita. Nella vita non si canta, si fa il controcanto a Dio: tu fai la seconda voce, e viene fuori una cosa bellissima. È lui che fa la melodia e tu lo segui e gli giri attorno, quella è creatività.

Ho ripensato alle mie giornate, impegnate nella gestione familiare tra smartworking, compiti, cucina, eccetera. Pensando a Dio, lo pensavo sempre nel futuro; come se mi aspettassi la manifestazione della sua presenza in ciò che seguirà. E invece era qui a cantare come me; credevo che Lui fosse solo dove il mondo geme, dove tutto esplode, dove deflagrano i grandi drammi. È anche al mio fianco quando sono al lavabo a risciacquare i piatti. O seduta sul divano, incapace di decidere cosa è più urgente fare. Grazie Don Fabio, di avermi rimesso sul quel divano dove, forse, può accadere una rivoluzione gigantesca se solo la smetto di fare la solista.

 

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