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C'è un Dio nascosto dietro tutto questo

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Dubova | Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 07/04/20

Nella pandemia del coronavirus e in qualsiasi circostanza della vita potrò perdere molte battaglie, ma Egli mi garantisce la vittoria finale

Nella vita mi costa tanto obbedire… Fare quello che mi chiedono gli altri. Cambiare i miei progetti per altri diversi. Accettare che quello che mi viene richiesto ha un senso, anche se non lo vedo.

Non mi costa molto fare qualcosa quando anch’io lo vedo chiaramente, quando ci credo. In quel momento ha senso e sembra facile obbedire agli altri.

Ma obbedire senza capire, senza essere d’accordo, senza comprendere il senso ultimo di quello che mi viene chiesto, quanto mi costa! L’obbedienza secca e dura comporta richieste e rinunce che fanno male all’anima. Tutto questo è ciò che mi costa di più.

Accettare che Dio mi parli attraverso un ordine, un mandato incomprensibile, un divieto che mi fa male. Mi viene delineato un cammino che non desidero, perché non è quello che pensavo di percorrere.

Cambiare i miei progetti è molto difficile per via della mia rigidità mentale. Inizio un nuovo percorso e mi sento costretto a farlo. Obbedire fa male. Abbandonare i miei progetti.

Forse ho pensato che il senso della vita fosse prosperare, condurre una vita comoda, affrontare circostanze difficili.


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Mi sono abituato ad avere tutto e sempre, e a poter fare ciò che voglio. Senza limiti ai miei passi e ai miei desideri. Senza limiti imposti da una malattia contagiosa. Mi sono abituato al fatto che vada tutto bene. Leggevo giorni fa in un articolo di José F. Peláez:

“Ci siamo abituati al fatto che la prosperità si possa esigere, che abbiamo diritto a Instagram, a un cellulare, a un affitto garantito. Abbiamo creduto che la morte non esiste, che la cosa normale sia vivere, godere una vita lunga, sicura, felice e prospera”.

Sì, mi sono abituato a decidere, a uscire, a fare. Mi sono abituato a controllare il futuro senza cambiamenti prevedibili. Un giorno uguale all’altro. Un mese come quello successivo, o migliore.

E all’improvviso la vita si ferma ed è tutto incerto. Piovono lacrime e dolore, e tutto sembra oscuro. Un futuro pieno di nubi. Una notte che sembra senz’alba.

Ma la notte ha mai vinto l’alba? Un medico mi diceva:

“In questi giorni Dio mi fa vedere quanto siamo fragili e quanto è effimera la nostra vita. E questo mi fa valorizzare tutte le gioie che il Signore mi ha dato. I miei figli, la mia salute, le mie due mani per lavorare per poter accompagnare chi se ne va e la sua famiglia. Dio è generoso e fedele. Cerco di vedere in ogni persona che mi mette davanti la Sua bontà e la Sua fedeltà. E prego e piango per la perdita, la mia e quella dei miei pazienti, e vado avanti. E spero che ci sia un domani più luminoso. In mezzo al dolore di tante persone. Egli ci guarisce. In mezzo ai miei problemi personali, che non sono niente di fronte al dolore che sto vedendo, mi rendo conto di quanto sia facile cadere nella dinamica di guardare solo al nostro dolore e non vedere al di là di esso. Sono stanca di piangere, di aspettare, di sognare una vita che non sarà. Sono stanca di concentrarmi sul mio dolore e di perdere me stessa. Voglio andare avanti, per me, per i miei figli, perché so che Dio vuole che lo faccia. E prego e piango. E confido”.

Il suo approccio mi commuove. Mi sono abituato ad avere tutto. A usare la vita e a gettarla via quando la esaurisco, quando non mi dà più nulla.

Mi sono abituato ad abbracciare senza volontà, a salutare senza enfasi. Mi sono abituato a vivere le mie giornate senza passione, senza forza. La routine benedetta, o maledetta, dipende dal mio sguardo.

Mi sono abituato a contare sull’oggi, sul domani, sulla vita di quelli che amo. Mi sono abituato a vivere in un certo modo, e non desidero l’obbedienza.

Non posso uscire di casa. Non posso superare le distanze che mi separano da mio fratello, né toccare o vivere la tenerezza. Mi sono abituato a tante cose che ora mi mancano.

E mi resta tra le dita solo ciò che è importante, ciò che vale davvero, quello che conta.


SUSANNA CACCIA,

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In mezzo all’incertezza della notte corro il rischio di perdere la gioia e di arrivare a pensare che la mia vita ora non abbia senso.

Corro il pericolo di credere che tutto tornerà ad essere uguale, o forse no, non importa più. Inizio a rendermi conto del valore delle cose vere: l’amicizia più pura, il legame di sangue che è un abbraccio, l’affetto espresso, non tenuto per me.

E apprezzo che ci sia un Dio nascosto dietro tutto questo.

Non il Dio colpevole da poter redarguire quando la sorte non mi sorride, ma il Dio amico, pellegrino al mio fianco, Colui che mi guarda mentre soffro nel mio dolore, commosso dalla mia angoscia.

Quel Dio che ha bisogno del mio sguardo per continuare a guardarmi e cerca il mio abbraccio silenzioso. Quel Dio che vuole che non venga mai meno, che perseveri, che ringrazi sempre, che lotti fino all’ultimo respiro in una guerra che non finisce mai.

Potrò perdere molte battaglie, ma Lui mi garantisce la vittoria finale, e questo mi sostiene. Mi aggrappo a quello che è davvero importante. Smetto di dare per scontato che i miei cari saranno sempre lì per celebrare la festa successiva.

Non conto sul domani per vivere tranquillo il presente. Forse Dio mi sta facendo vedere che l’unica cosa che ho tra le dita è il momento attuale, il qui e ora, i sorrisi che do e quelli che ricevo.

Mi fa vedere che le parole che tengo per me non verranno mai pronunciate, e che non potrò dare mai più gli abbracci che evito. Mi sta facendo vedere che non posso contare su quello che non possiedo e che non posso smettere di ringraziare per ciò che ho vissuto.

Perché nulla è sicuro né evidente – né la salute di cui godo oggi, né le persone vive al mio fianco. È tutto effimero. Tutto passa.

E guardo commosso quel Dio che oggi mi guarda nella mia rinuncia. Mi sorride perché confidi, perché lotti.

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