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Onoriamo davvero la morte di Li Wenliang (anche se non era cristiano)

LI WENLIANG, CHINA, CORONAVIRUS
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Molte notizie circolano sul dottore che fu tra i primi a lanciare l’allarme sul coronavirus e fu messo a tacere. Prima la sua morte è stata avvolta dal mistero, ora gira una lunga lettera in cui sembrerebbe manifesta la sua appartenenza cristiana: non è autentica, ma ciò non scalfisce il valore del sacrificio di quest’uomo.

Fin dai primi allarmanti segnali l’epidemia del coronavirus è stata accompagnata da un’altra epidemia, quella di una nebbia di notizie dall’attendibilità difficile da decifrare: da una parte il panico ha disegnato uno scenario di catastrofe a ogni latitudine, dall’altra la censura cinese ha volutamente taciuto dati importanti per comprendere l’entità del contagio all’interno dei propri confini. Tuttora non è facile leggere le informazioni che arrivano dalla Cina con la certezza che ci sia trasparenza assoluta sui dati e sulle storie.

L’ultimo caso emblematico è quello del dottor Li Wenliang, tra i primi a lanciare – già dallo scorso dicembre – l’allarme sul nuovo coronavirus, messo a tacere dalle autorità e poi morto una decina di giorni fa proprio a causa del Covid 19. Tristemente, quest’uomo dalla condotta coraggiosa rischia di essere vittima non solo del virus, ma anche di una incontrollata serie di notizie non autentiche che lo riguardano. Dapprima è stata la stampa cinese a mandare messaggi contraddittori sulla sua presunta morte (qui sul Post una ricostruzione esatta), e negli ultimi giorni si assiste al diffondersi di una sua presunta lettera-testamento che ne confermerebbe la fede cristiana. Il primo dovere che si ha nei confronti delle persone è onorare la loro memoria nel modo più onesto possibile e, a quanto è stato possibile verificare finora, non ci sono fonti incontrovertibili che Li Wenliang sia autore di quel documento che gira e che viene usato per incensarlo come martire.

Non è escluso, certo, che la censura possa essere intervenuta anche in questo caso. Conosciamo bene, e con dolore, le difficoltà con cui si confrontano i nostri fratelli di fede che vivono in Cina, perciò proviamo a ricostruire i fatti, partendo dalla domanda che proprio un sito di informazione cristiana cinese si pone:

Può la falsa testimonianza aiutarci a evangelizzare? Tanto per alzare l’asticella? Assolutamente no. (da China Christian Daily)

L’allarme messo a tacere

La notizia della morte del dottor Li Wenliang ha catturato l’attenzione di circa 670 milioni di persone nel mondo, che hanno rilanciato sui social l’appello che viene da alcuni accademici cinesi, quello di istituire il 6 febbraio (data di morte di Wenliang) una giornata dedicata alla libertà di parola. Il Professor Tang Yiming dell’Università di Wuhan afferma:

Se le parole del dott. Li non fossero state trattate come dicerie, se ad ogni cittadino fosse garantito il diritto a dire la verità, non saremmo in questo disastro, non avremmo una catastrofe nazionale con contraccolpi internazionali (da Asianews)

Era la fine del dicembre 2019 quando l’oftalmologo Li Wenliang notò nell’ospedale di Wuhan sette pazienti la cui patologia assomigliava alla Sars, che erano stati messi in quarantena. Si trovava, a sua insaputa, al centro dell’esplosione del contagio di quello che ora chiamiamo Covid 19 e, pur ignorando che si trattasse di un nuovo coronavirus, cercò di informare attraverso una chat i suoi colleghi medici, intuendo la gravità della situazione. Come ricostruito dalla BBC, quattro giorni dopo quei messaggi il dottor Li fu convocato dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza e invitato a firmare una lettera:

Nella lettera veniva accusato di aver scritto “commenti falsi” che avevano “seriamente compromesso l’ordine pubblico”. E la lettera proseguiva: “La avvisiamo solennemente: se continuerà a essere testardo, con tale impertinenza, e se continuerà questa attività illegale, sarà portato davanti alla giustizia – ha capito?” E sotto il dottor Li rispose scrivendo a mano: “Sì”. È stata una delle otto persone su cui la polizia ha indagato per aver “diffuso dicerie”. (da BBC)

Nel corso del mese di gennaio Li Wenliang si espose pubblicamente, dichiarando di essere stato costretto al silenzio e ricevette le scuse da parte delle autorità. Era già troppo tardi, per lui e per il resto della popolazione: curando una donna affetta da glaucoma e ignaro che la paziente fosse anche affetta dal nuovo coronavirus, il dottore fu contagiato; 10 giorni dopo la Cina ufficializzò lo stato di emergenza. Dopo alcune notizie contraddittorie – annunci e poi smentite – la morte del dottor Li Wenliang è stata definitivamente confermata il 6 febbraio.  A soli 34 anni lascia una moglie, un figlio di cinque anni e un secondo figlio in arrivo a giugno.

La buona battaglia

La condotta di questo medico merita tutta la nostra stima e lode. Lì dove un uomo dà la vita per la verità, Cristo è con lui. Che professi o meno la fede cristiana, un uomo che patisce sulla propria pelle un sacrificio in nome del bene altrui è compagno di Gesù sulla via crucis. Questa premessa è necessaria, dovendo dar conto di un documento che circola. Si tratta di una lettera/testamento attribuita al dottor Li Wenliang da cui risulterebbe uomo di fede cristiana forte e cristallina: un pezzo di Antonio Socci su Libero accredita l’ipotesi che il testo sia del dottore cinese morto. Alcuni passaggi di questo testo sono davvero commoventi e profondi: si parla dell’attesa del paradiso, del dolore per la propria famiglia e il tutto si conclude con un diretto riferimento a San Paolo,

Addio, persone care dure.
Addio, Wuhan la mia città natale.
Che tu possa essere dopo il disastro,
Ricorda qualcuno una volta,
Cerca di far sapere la verità il prima possibile.
Che tu possa rimanere dopo il disastro,
Impara ad essere giusto,

” Ho finito quella meravigliosa battaglia,
Ho fatto la strada da percorrere,
Sto tenendo la strada quando sono protetto.
D ‘ ora in poi,
Ho la corona della giustizia”.

L’intensità di queste parole mi ha suscitato il desiderio di capire di più, e ho fatto delle ricerche. Purtroppo le uniche fonti di questo documento sono alcuni post di Facebook che rilanciano queste parole ma non hanno davvero attinenza diretta con il dottor Li Wenliang. In uno di questi, scritto da un pastore filippino, si dice anche che il testo sia stato scritto in sua memoria e non da lui:

Insomma, è davvero molto probabile che, magari in buona fede, qualcuno abbia voluto onorare il sacrificio di questo dottore con parole vicine alla propria sensibilità cristiana. E poi, sull’onda emotiva, la cosa è stata condivisa a diverse latitudini senza eccessive verifiche. Il sito cristiano cinese China Christian Daily conferma questa ipotesi: senz’altro Li Wenliang era un uomo che si poneva domande profonde sull’esistenza, ma non era cristiano in senso stretto. Non risulta battezzato, forse in contatto con qualche chiesa locale.

Il Dr Li Wenliang era un uomo comune. Solo a causa di questa straordinaria epidemia si è guadagnato l’attenzione pubblica, fino al punto di essere etichettato come eroe. Di conseguenza molti cristiani hanno sperato che anche Li Wenliang fosse cristiano esattamente come si erano aspettati che Yang Liwei, l’astronauta, fosse cristiano. E’ la stessa dinamica psicologica. Si aspettano che queste celebrità possano rendere affascinante la loro fede. (da China Christian Daily)

E questa dinamica è assolutamente comprensibile in un paese in cui la fede cristiana naviga in acque delicate e tormentate. Mentre scrivo anche il sito AsiaNews, a cui avevo chiesto delucidazioni proprio questa mattina, ha pubblicato un articolo in cui si smentisce che quel testamento sia autentico:

Secondo fonti di AsiaNews a Wuhan, Li Wenliang non era cristiano, sebbene partecipasse a una chat di cristiani protestanti. Con tutte le difficoltà attuali, dato l’isolamento in cui è costretta la città, possiamo dice che nessun pastore di Wuhan, o parroco, ha confermato che il coraggioso “eroe del quotidiano” sia stato battezzato. Anche il “testamento” che a tutt’oggi viene spacciato come scritto da lui in punto di morte, è in realtà un componimento poetico scritto in suo onore da altri che hanno immaginato i suoi pensieri. Ma non è di suo pugno. In seguito, la piattaforma da cui è iniziata la voce sulla sua fede, ha corretto le sue definizioni e ha iniziato a parlare di lui come “un ricercatore della fede”. (AsiaNews)

A che scopo essere così puntigliosi su questa precisazione? Perché la verità ci fa davvero liberi. Siamo circondati da notizie e le rilanciamo istintivamente. Prestiamo attenzione, invece. Non è, in fondo, importante che questo brav’uomo fosse o non fosse cristiano, l’importante è l’esempio umano che ha dato a tutti e che noi cristiani possiamo applaudire proprio alla luce del sacrificio che è la Croce. Da cristiani possiamo confermare che la sua morte e la sua lealtà non sono state vane. Voler chiudere forzatamente un uomo dentro un’etichetta che non gli apparteneva non rende giustizia a nessuno. Ripeto: lì dove un uomo dà la vita per la verità e per il bene altrui, Cristo è con lui che sia riconosciuto o meno.

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