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Lo stupore dell'uomo esiste perché Dio ha colmato di senso il creato

OWL, HEAD, BROWN

Shutterstock

Fraternità San Carlo Borromeo - pubblicato il 06/08/19

Un incontro inaspettato nel bosco: anche la comparsa di un gufo ci ricorda che la realtà è stata creata da un Padre che riempie di significato ogni presenza, per innescare la nostra ricerca di Lui.

di Stefano Zamagni

La nostra casa di Bethesda sorge a poche miglia dal Potomac, il fiume che attraversa Washington D.C. L’area è ricca di parchi al cui interno, circondati dagli alberi, ci si dimentica di essere in città. Quando sono arrivato, la scorsa estate, uno dei preti con cui vivo mi disse subito: “Devi andare nel bosco. Una volta ho persino visto un gufo”. Da quel momento, la speranza di vedere il gufo mi accompagnava ogni volta che uscivo per una passeggiata. Fino a che, dopo sei mesi in cui del gufo non si era vista traccia, ho cominciato a pensare che non esistesse o che, se mai fosse esistito, doveva essere volato via, in un altro bosco.




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Un giorno, dopo una mattinata trascorsa sui libri, esco di casa con un solo pensiero: oggi voglio vedere il gufo. Parto con il mio rosario e vado nel bosco. Mentre cammino, a destra del sentiero vedo un albero con una grossa cavità nel tronco. Sono lontano ma qualcosa mi attira: sembra una piccola faccia umana scavata nel legno. Mi avvicino, pensando che potrebbe essere il gufo. Intanto però subentra il dubbio: no, di certo è un’illusione ottica, è solo la corteccia. Il colore in effetti è identico, e soprattutto nulla si muove. Non ho niente da perdere – penso avvicinandomi -, al massimo torno indietro.Arrivo a pochi passi dal tronco quando, all’improvviso, ad un paio di metri sopra di me, la faccina mi punta gli occhi addosso: ci guardiamo per un secondo. Un brivido mi corre lungo la schiena. Poi il gufo apre le ali e vola sull’albero accanto, poco più in alto. A distanza di sicurezza, ma sempre vicinissimo. Non so dire per quanto tempo io sia rimasto là sotto, forse mezz’ora. Non riuscivo a staccare gli occhi. E lui continuava a guardare me.

CARELESS
Philippe Put-(CC BY 2.0)

Agli inizi di maggio, con gli studenti del Clu (universitari di Comunione e Liberazione – NdR), abbiamo cominciato a leggere il decimo capitolo de Il senso religioso, «Lo stupore della presenza». Uno di loro chiede: “Come faccio ad avere sempre questa posizione di fronte alla realtà?”. La domanda è interessante ma presuppone che sia lui l’unico soggetto dello stupore. Allora racconto il mio incontro con il gufo. Non sono stato io a generare lo stupore quanto piuttosto il fatto che quel bosco e quel gufo fossero già “colmi di significato”.


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All’inizio, il prete in casa me ne aveva parlato, innescando l’attesa. Non bastava però per produrre quell’esperienza. Serviva un incontro, in cui la realtà stessa è protagonista: creata fin dall’inizio eccedente di significato, lo comunica all’uomo, all’unica creatura con un cuore per accoglierlo. Lo stupore avviene in quest’incontro.

La settimana dopo, riprendiamo la conversazione sulle stesse pagine. Una ragazza fa un breve riassunto. Poi termina con una richiesta: “Stefano, ci racconti di nuovo il mito del gufo?”.

QUI IL LINK ORIGINALE ALL’ARTICOLO PUBBLICATO DA FRATERNITÀ SAN CARLO

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