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“Messa senza preti”: da Vicenza uno spunto per la Chiesa (anche in vista del Sinodo)

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Hanno avuto luogo, nelle chiese del Vicentino, le prime “assemblee domenicali nella impossibilità della celebrazione eucaristica”, i cui criterî sono stati stabiliti dall'Ordinario del luogo, mons. Beniamino Pizziol. Cerchiamo di comprendere il senso e la portata della proposta, nonché le sue possibili ricadute nella vita della “grande Chiesa”, che si avvicina a una grande assemblea sinodale per l'Amazzonia.

Si ritiene che risalga all’epoca subapostolica l’istituzione dell’episcopato monarchico nella Chiesa cattolica – forse fu proprio Ignazio di Antiochia a coniarne l’istituto per le altre Chiese –; con ogni probabilità è poi a due grandi documenti dell’età post-apostolica – la Traditio Apostolica e la Didascalia, entrambi della prima metà del III secolo – che si deve la formalizzazione del principio per cui in ogni circoscrizione ecclesiastica territoriale (leggasi “città”, ma in senso più lato “diocesi”) non dev’esserci più di un solo vescovo in carica. In ossequio a tali principî non saremo certo noi a giudicare se mons. Beniamino Pizziol, vescovo di Vicenza, abbia fatto bene o male a istituire le “messe senza prete”. E va a bene, il Vescovo chiede che non vengano chiamate così, ma se deve pronunciarsi in tal senso è perché evidentemente qualcuno (forse più di “qualcuno”) le ha percepite tali.

Orbene, cerchiamo invece di capire che cosa sarebbero codeste celebrazioni, a quali necessità pastorali risponderebbero e a quali fini punterebero. Sul Corriere del Veneto Andrea Alba scriveva, qualche giorno fa, che

[…] la funzione è simile alla messa ordinaria, ma manca di un aspetto fondamentale: la consacrazione delle particole. I fedeli fanno la comunione utilizzando ostie già consacrate in precedenza.

Il testo della Curia (e dove trovarlo)

Della celebrazione che l’Ordinario vicentino ha introdotto nella propria giurisdizione pastorale si rende conto, nel dettaglio, sulle pagine della Rivista della Diocesi di Vicenza (anno CIX n. 4 – Ottobre-Dicembre 2018). Nell’organo di stampa ufficiale della Chiesa locale, il Presule ha spiegato – insieme col suo Cancelliere vescovile, don Enrico Massignani – il senso e il limite di tali “assemblee domenicali nella impossibilità della celebrazione eucaristica”:

[…] La situazione pastorale delle comunità cristiane in questi anni è mutata anche a causa della diminuzione del numero dei presbiteri e per questo già il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva prospettato una celebrazione domenicale in assenza del presbitero.

Il Concilio afferma che, tra le varie forme tramandate dalla Tradizione liturgica, laddove non è possibile la celebrazione della Messa, è molto raccomandata la celebrazione della Parola di Dio che, secondo l’opportunità, può essere seguita dalla Comunione Eucaristica, così i fedeli possono nutrirsi nello stesso tempo della Parola e del Corpo di Cristo.

[…]

Anche nella nostra Diocesi si stanno verificando situazioni in cui non è possibile garantire sempre la celebrazione eucaristica domenicale o festiva.

Per questo la nota diocesana sulle unità pastorali afferma: «A motivo della diminuzione dei presbiteri, si cerchi di ridurre il numero delle celebrazioni Eucaristiche, se ne curi una programmazione a livello di unità pastorale e, previo accordo con l’Ordinario, in talune circostanze, si preveda una “celebrazione domenicale della Parola in attesa del sacerdote”, con la presidenza di diaconi, consacrati o ministri laici adeguatamente formati» (nota pastorale “Spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro (Mc 6,41)”. Orientamenti circa le unità pastorali, 14 gennaio 2018, orientamento n. 10).

In considerazione di questo, ritengo opportuno dare delle indicazioni circa le celebrazioni domenicali e festive.

Quando in una comunità cristiana non fosse possibile celebrare la Messa, si esortino in primis i fedeli a recarsi nella chiesa più vicina per la celebrazione del mistero eucaristico.

Per rispondere a situazioni non programmabili in cui non è possibile una soluzione diversa (ad esempio un’indisposizione improvvisa del presbitero o un evento imprevisto), è stato invece predisposto un rito apposito che permetta di vivere la Domenica, assolvendo il precetto festivo, pur non potendo celebrare l’Eucaristia.

Questo rito viene quindi offerto alle comunità per far fronte a situazioni improvvise ed eccezionali. Un suo uso diverso richiede l’autorizzazione esplicita del Vescovo.

Circa la scelta delle persone incaricate a guidare la celebrazione, quando non è presente un diacono, si individuino due o tre membri del Gruppo Ministeriale, dove esiste; negli altri casi, il parroco, consultando il Consiglio Pastorale, designi alcuni laici ritenuti idonei.

Le Guide della celebrazione compiranno «solo e tutto ciò che concerne l’incarico ad essi affidato» (SC 28) e avranno cura di valorizzare e di coordinare tutte le ministerialità presenti nella comunità.

La firma in calce reca la data della Solennità di Ognissanti del 2018.

Alcune veloci considerazioni liturgiche

Il documento è indiscutibilmente di molto interesse, sostanzialmente per il tentativo di abbozzare sulla base delle linee-guida della Costituzione Dogmatica sulla Liturgia, Sacrosanctum Concilium, qualche esperienza di celebrazione domenicale dove la vera e propria celebrazione eucaristica sia resa impossibile. Dopo la già citata lettera a doppia firma (del Vescovo e del Cancelliere) seguono dieci pagine (più due abbondanti di Appendice) in cui si propone un Ordo diocesano per tali liturgie, e già scorrendole chiunque potrà facilmente rendersi conto di come esse siano state composte in costante contatto con l’Ordo Missæ del Messale Romano. Unica (e sostanziale) accortezza: vengono omesse o riformulate tutte le parti che implicano in senso stretto il munus sanctificandi, il quale resta prerogativa dell’Ordine sacro. Così, fin da principio, il saluto non potrà essere “pace a voi”, già di per sé appannaggio del Vescovo, né “il Signore sia con voi” o sue varianti, che spettano al presbitero (anche se possono essere usate pure dal diacono).

I responsorii prima e dopo la lettura del Vangelo sono stati smussati e sostituiti con altri leggermente diversi (benché sostanzialmente identici: si pensi che quello finale è la traduzione di quello ordinariamente usato nelle celebrazioni francofone) – solo si evitano quei “il Signore sia con voi” di cui già dicemmo qualcosa prima.

Allo stesso modo, la guida non potrà concludere l’atto penitenziale con la formula assolutoria “Dio onnipotente […] perdoni i vostri peccati e vi conduca alla vita eterna”. Un’unica sorpresa si registra anzi a questo punto della celebrazione, dove l’Ordo prevede un insolito (almeno per le mie conoscenze) arrocco fra l’atto penitenziale – che viene posticipato – e lo scambio della pace – che viene anticipato. Il primo non si trova più fra i riti d’introduzione, mentre il secondo non sta più tra i riti di comunione: entrambi vengono spostati al centro della celebrazione e, con ciò, “risemantizzati”. Una sorpresa che avevo già leggendo il già citato articolo sul Corriere, infatti, era proprio sullo scambio del segno della pace: essendo facoltativo anche nel Rito della Messa, avrei visto nel mutato contesto un’occasione in più per evitarlo, mentre l’Ordinario – che resta evidentemente il Liturgo della Chiesa locale, e che deve confrontarsi al limite con Roma, certo non con noi – ha optato diversamente. Perché ogni lettore colga l’interesse che ciò riveste nella nostra pur breve e sommaria analisi è importante ricordare che il segno della pace veniva passato dal sacerdote al diacono, poi questi lo trasmetteva al suddiacono e si rivolgeva all’assemblea per invitarla ad accogliere il dono della pace che finalmente giungeva loro dall’ultimo gradino (oggi soppresso) dei “ministeri maggiori”. Se la descrizione non è stata perspicua, può forse aiutare il pensiero che ancora oggi, nel Novus Ordo, spetta al diacono dire all’assemblea “scambiatevi un segno di pace”. Questo perché, di per sé, egli avrebbe appena trasmesso al suddiacono il segno ricevuto dal sacerdote: lo scopo di questa trafila non è, chiaramente, un’autocelebrazione clericale della gerarchia ecclesiastica, bensì la rappresentazione plastica delle parole di Gesù – non a caso anamneticamente richiamate dal sacerdote che presiede l’eucaristia – “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. «Non come la dà il mondo» è il sottotesto che ogni cristiano non alieno alle Scritture percepisce, e pertanto egli attende che quel segno gli venga dal presbiterio, lì dove un membro della comunità sta agendo in persona Christi capitis. Ecco dunque perché mi aspettavo che il segno della pace scomparisse dall’ordo di questa celebrazione: esso implica i munera dell’Ordine sacro almeno quanto la formula assolutoria dei riti introduttivi. Impossibile che siano stati messi insieme casualmente, e con ciò spostati da quei contesti che conferivano loro una forte connotazione sacerdotale: i liturgisti potranno certamente esprimere le loro valutazioni di merito, in questa sede a noi interessa osservare e leggere a fondo le disposizioni di mons. Pizziol, cui di deve se non altro – al netto, beninteso, di storture e abusi sempre possibili – un’esperienza che potrà segnare un passo importante per la Chiesa.

Per il resto, l’ordo non presenta sorprese eclatanti: le formule per la comunione eucaristica sono analoghe a quelle riportate nel Rito della Comunione fuori dalla Messa e Culto Eucaristico, nonché a quelle della celebrazione del Venerdì Santo (nel rito Romano). Vale la pena segnalare a margine che anche la questua – di per sé non un momento liturgico ma che per consuetudine si colloca contestualmente all’inizio della Liturgia Eucaristica, ossia ai riti di Offertorio – è stata spostata al termine, fra gli annunci e la benedizione (evidentemente “ottativa” e non sacramentale in senso stretto).

Ascoltare di più i preti per non clericalizzare i laici

Certo è curioso che ci ritroviamo a parlare di alternative alla celebrazione eucaristica là dove ecclesiastici certo non ignari dei bisogni delle Chiese locali e particolari – qualche giorno fa citavamo a tal proposito il cardinal Sarah – affermano che «ci sono fin troppi sacerdoti». E se sicuramente sul versante del clero la Chiesa gerarchica deve costantemente (e da sempre) rivolgersi un’autocritica – «qual è il mio stile sacerdotale? che cosa cerco nel mio ufficio?», parafrasi dell’“ad quid venisti?” che Bernardo si rivolgeva – la distribuzione delle forze del clero sulle necessità pastorali è pure un problema ecclesiale in senso lato: non sono soltanto i vescovi (perlomeno alcuni fra loro) a ritenere che continuare a tenere aperte e attive tutte le collegiate e cappelline degli ultimi quattro secoli coincida con buona parte del loro dovere. Spesso sono i fedeli stessi – i quali peraltro non si fanno problemi a macinare decine di chilometri per andare al cinema o al centro commerciale – a pretendere la messa quotidiana (o “almeno settimanale” – bontà loro) nella cappellina che i loro nonni avevano costruito in fondo alla contrada mezzo secolo prima.

In questi stalli, dalle declinazioni talvolta tragicomiche, si esempla bene il dramma dei preti – scolpiti monumentalmente dal Concilio di Trento ma non più ritoccati da allora – i quali si sono visti sovrastare dalla proiezione gigantesca del Papa nel Vaticano I, e novant’anni dopo, nel Vaticano II, da quelle dei Vescovi e dei Laici. Così non è infrequente che dei poveri preti, non solo anziani – non è solo questione di energie fisiche – debbano dissiparsi correndo da un paesino all’altro ad aprire e chiudere chiese, presiedendo celebrazioni sempre più impersonali per il semplice fatto che non potranno trattenersi ad ascoltare nessuno, non potranno visitare alcun anziano, né ascolteranno più alcuna confessione: al più mezz’ora dopo dovranno baciare un altro altare e ricominciare un’altra messa davanti a una comunità sempre più sguarnita e meno cementata.

Sarebbe bello, allora, se l’actuosa participatio che la diocesi vicentina sembra voler promuovere con questa decisione di mons. Pizziol, potesse aprire un vero cammino sinodale in cui una volta tanto i preti, proprio perché cronicamente in difficoltà – e non solo per il loro numero, che va assottigliandosi – vengano anzitutto ascoltati. Sembra infatti che il proposito di “aiutare i preti” implichi sempre in qualche modo il tentativo di “surrogare i preti” – cosa che mentre non aiuta loro facilmente clericalizza quanti preti non sono.

Si va verso il Sinodo per l’Amazzonia e molto (anzi troppo) si parlerà di clero e di pastoralità. Sarebbe bello se la Chiesa – mater et magistra – sapesse accogliere l’intuizione della Chiesa pellegrina in Vicenza e inserirla nel più ampio contesto della riflessione sinodale. E paradossalmente, una volta tanto il Sinodo potrebbe risultare meno clericale se – com’è auspicabile che accada anche altrove – si ascoltassero di più i preti.

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