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Non lasciamo il coraggio nelle multisale, fuori c’è bisogno di veri supereroi!

AVENGERS
Walt Disney Studios Motion Picture
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Dopo aver visto Avengers Endgame: Chi ci dona tutto ci offre occasioni, di conversione, da supereroi ad ogni passo, tra un esame non superato e una bolletta da pagare.

Questa volta comincerò al contrario. Capita spesso che inizi con una valanga di pensieri e solo alla fine snoccioli gradualmente il significato e l’etimologia di una qualche parola chiave. Oggi scriverò nero su bianco la parola che di recente si è riservata un posto speciale nelle mie ultime riflessioni: coraggio.
Si deve tornare a sfogliare il dizionario di latino per conoscerne il significato e si scoprirà che “coraggio” è il frutto dell’unione tra “cor” e “habeo”, rispettivamente “cuore” e “avere”. Avere cuore.

Ho un marito totalmente fissato con i supereroi e, quindi, mi sono ritrovata coinvolta nel genere di film in cui uomini e donne dotati di superpoteri si ritrovano in un universo in continua espansione (lui si è visto Anna Karenina quindi siamo ABBASTANZA pari, ricordati che ti manca ancora il Titanic! Ma ci stiamo lavorando). Credo che questo genere di film o piaccia molto o non piaccia per niente, io mi trovo nel limbo perché ho imparato ad apprezzarne alcune storie e il duro lavoro che c’è dietro la caratterizzazione di ogni personaggio mi affascina molto. Solitamente si tratta di storie di coraggio, forza estrema e situazioni di grande pericolo, il più delle volte paradossali. Ma, come mi insegna il maestro, non tutti i supereroi sono uguali. Anche se non credo di aver compreso totalmente che cosa intendesse dire, vi dico come la vedo io.

Spiderman, per esempio, a me fa venire solo tanta voglia di abbracciarlo! Dietro a quel costume sembra trapelare infatti una grande insicurezza. La Signora Incredibile invece, (sì, lo so, credo che te non la prenderesti in considerazione per l’elenco dei supereroi, ma a me piace) mostra la sua abilità multitasking tipicamente femminile. L’elasticità non è infatti solo riferita ai suoi arti super allungabili, bensì alla capacità di trasformarsi in qualsiasi cosa pur di salvare la sua famiglia, talvolta rimediando anche ai danni causati dall’ego spropositato del marito (…piccole indicazioni su come mai potrebbe essere la supereroina per tutte noi, ma non soffermiamoci troppo a lungo su questo). Oppure ancora c’è Batman, curioso supereroe che cerca di combattere il crimine per non distruggersi lui stesso (così mi sembra di aver capito).

L’ultima intuizione su questo genere mi è venuta incontro durante la visione di “Endgame”, ebbene sì, dopo aver superato il trauma di scoprire la durata del film sono riuscita ad arrivare fino in fondo, brava me! Questo film ci presenta un Thor decisamente diverso da come lo ricordavo, molto fragile e messo alla prova. Mostra i suoi sentimenti senza filtri, ma non per questo il pubblico lo considera meno eroe. Anche la figura di Iron Man svela diverse sfaccettature forse meno intuibili dagli altri film. Tenerissimo papà, si riappacifica in qualche modo anche con il suo: sembrerebbe quasi la storia di uno qualsiasi tra noi “normali”.

AVENGERS
Walt Disney Studios Motion Picture


Insomma, verrebbe da chiedersi, si tratta di storie di fragilità o di genialità? Frustrazione o autostima? Paradosso o realtà?

Le azioni di questi eroi sono mosse dalla loro storia personale, nessuno di loro pretende di essere una figurina brillante e intoccabile e questo dovrebbe dire qualcosa alle nostre manie di perfezionismo. Chi li conosce bene sa anche tutte le loro sofferenze e le loro vulnerabilità non sono un segreto. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a divenire il fondamento della loro essenza. Chi non li definirebbe coraggiosi? Tutti, affascinati da superpoteri e tute sgargianti, affermiamo di trovarci di fronte a donne e uomini veramente coraggiosi. Poi però nella nostra vita personale ci perdiamo, non pensiamo quasi mai al coraggio. Non ci azzardiamo a definirci coraggiosi e ci limitiamo a pensare che la vita sia tutta qui, tra un caffè la mattina e una corsa per rientrare a casa la sera. Il coraggio lo lasciamo nelle multisale. Probabilmente nemmeno vogliamo investire la nostra esistenza di un aggettivo tanto degno di nota che racchiude una grande responsabilità verso noi stessi, gli altri e nei confronti di Chi ci dona tutto.

Proviamo a pronunciare prima la parola “coraggio” e poi, dopo qualche minuto, la frase “avere cuore”. Probabilmente ci rimandano a due aree semantiche completamente differenti. E invece è curioso pensare che significano la stessa cosa. Racchiudono in sé lo stesso segreto. Bisogna essere più attenti a capire che “avere cuore” significa davvero essere coraggiosi. La questione è che all’uomo del cuore non interessa più. Si è scordato di averne uno da preservare, curare, far fiorire. Quali sono gli spazi della nostra vita dove non riusciamo proprio ad avere cuore? Forse esattamente quelli che ci costringono a vedere come siamo, ad alzare lo sguardo.
Avere cuore nel mio passato, dove le ferite non sono intralci, ma trampolini di lancio, stimoli. Il passato, agli occhi di un coraggioso, non è il luogo delle giustificazioni che mi racconto per concedermi di mettere delle maschere nel mio presente.

Avere cuore nel mio presente significa trovare il tempo per comprendere quello che vivo, per dirmi che esisto, ci sono e merito la felicità. Guardare al presente come un’opportunità, ricca di segnali e intuizioni. Avere il coraggio di lavorare su me stessa, di fare il possibile per affidarmi a Qualcuno che sorregge amorevolmente la mia vita ogni istante.

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