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Reporter senza Frontiere denuncia che la Cina vuole un “nuovo ordine mondiale dell'informazione”

© Camille Leclercq

Salvador Aragonés - pubblicato il 06/05/19

Si tratta di creare un mondo meno informato e con un'informazione più controllata dallo Stato attraverso le nuove tecnologie

La Repubblica Popolare Cinese occupa il 176° posto su 180 tra i Paesi de mondo con più libertà d’informazione, in base al rapporto realizzato da Reporters sans Frontières (RSF), con sede a Parigi, per il 2019. Peggiore di quella cinese è solo la situazione in Eritrea, Sudan, Turkmenistan e Corea del Nord. Giornalisti e blogger sono rinchiusi a decine nelle carceri cinesi per aver disobbedito alle consegne del Partito Comunista Cinese, l’unico permesso nel Paese.

Nello stesso rapporto, RSF ha anche denunciato che la Cina vuole promuovere “un nuovo ordine mondiale dell’informazione”, in modo diretto o indiretto, attraverso la via della seta o la sua influenza tecnologica, politica o commerciale. In altre parole, la Cina vuole esportare “il suo modello mediatico”, caratterizzato dalla mancanza più totale di libertà d’informazione e che consiste nel lottare contro quello occidentale ostile alla Cina, facendo sì che ciò che accade nel Paese asiatico venga diffuso in modo positivo e sotto il controllo della censura. Secondo Pechino, per raggiungere i propri obiettivi si può anche ricorrere a “disinformazione e molestie”.

Ciò vuol dire che i giornalisti devono essere al servizio della Cina, o – il che è lo stesso – al servizio degli interessi del Partito Comunista Cinese, diretto da Xi Jinping. La presenza sempre più forte della Cina in Africa serve a esportare il suo modello.

La Cina dedica un’ingente quantità di risorse alla “formazione” di giornalisti stranieri, che ricevono borse di studio e si formano secondo il modello cinese del XXI secolo, afferma Reporter senza Frontiere. Pechino utilizza “una filosofia diametralmente opposta alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Xi Jinping ha già detto che per difendere lo “Stato di diritto” è necessario “controllare Internet”.




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Dall’altro lato, la tecnologia (il 5G) è sempre più monopolizzata dalla Cina, e in questo modo si controlla l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni dell’ONU (ITU), controllando anche molte infrastrutture delle telecomunicazioni attraverso Huawei. A breve, le reti sociali più utilizzate al mondo saranno cinesi. Per questo, all’inizio del 2019 un gran numero di Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia, Germania, Norvegia e Giappone, ha progettato di escludere Huawei dal loro mercato delle telecomunicazioni “per motivi di sicurezza nazionale”, afferma il rapporto di RSF, aggiungendo molti dati sull’utilizzo da parte del Governo cinese delle hi-tech per spionaggio personale e installazione di “spie” nelle città.

Dall’altro lato, il Governo cinese esercita pressioni sui giornalisti e sui Governi quando si pubblicano sui media di un Paese temi che pensa non favoriscano la Cina. È accaduto, ad esempio, in Norvegia, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada. In Nuova Zelanda, alla professoressa Anne Marie Brady, che ha riferito dettagliatamente le numerose attività segrete cinesi nel suo Paese, hanno sabotato la macchina e rubato in casa, secondo RSF.

Il Partito Comunista Cinese, l’unico nella Repubblica Popolare Cinese, usa le tecnologie dell’informazione, con un elevato grado di sofisticazione, per controllare i suoi cittadini, e ora vuole estendere questo sistema in tutto il mondo. Ha già cominciato dal Sud-Est asiatico, in Paesi come Cambogia, Thailandia e Vietnam, e anche in Paesi africani come Uganda, Zambia e Tanzania. È il “nuovo ordine mondiale dell’informazione” che la Cina vuole stabilire nel mondo.

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