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L’arresto di Assange è un colpo alla libertà di stampa? Cosa scrivono i giornali

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Sui quotidiani italiani tiene banco la questione WikiLeaks. Cosa è cambiato nei sette anni che il suo fondatore ha passato chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador per far sì che chi un tempo lo sosteneva a spada tratta ora non lo degna nemmeno di un tweet

Giustiziato il giustiziere. È in fondo questo il senso prevalente che si evince dalla lettura dei quotidiani in relazione all’arresto di Julian Assange a Londra, nell’ambasciata dell’Ecuador, dove si trovava da sette anni, dopo che il Paese sudamericano gli ha revocato l’asilo. Lo esplicita il titolo della prima pagina-copertina de Il Fatto Quotidiano: “Sgominato il nemico pubblico n. 1 dei potenti”. Un “delitto di cronaca” lo definisce il quotidiano diretto da Marco Travaglio, che definisce subito il quadro: “In Francia la sinistra di Mélenchon chiede di dargli asilo. Qui il Pd lo chiama ‘spia’ russa, solo il M5S lo difende”.

Ma il quadro non è così semplice. Anche se, certo, quella di “Mr. Wikileaks” come lo chiama la Repubblica, è una parabola “Da eroe a ‘sicario digitale” al soldo di Valdimir Putin, il presidente russo. Che per il Corriere si trasforma ne “La metamorfosi lunga 81 mesi da hacker eroe a ‘spia russa’”. È così che i principali quotidiani fotografano un declino d’immagine e, forse anche di sostanza, del vendicatore digitale che ha messo in piazza i segreti dei Potenti di mezzo mondo e che oggi è inviso a tutti. Persino ai tanti fan che oggi sembrano avergli voltato le spalle. Un declino di cui ha potuto progressivamente rendersi conto anche lui stesso, “chiuso” per mesi “dentro una stanza” dell’ambasciata ecuadoriana, “sempre al pc”. Più che gli appelli oggi sembrano pesare i silenzi, come rileva il Corriere: “Ma Lady Gaga e Oliver Stone tacciono” mentre però “scatta la protesta online”.

Dunque, da paladino o eroe della libertà d’informazione a spia russa, “si colloca la parabola americana di Julian Assange” secondo quanto scrive Federico Rampini da New York. Ed è “lo stesso itinerario lo ha portato in pochi anni ad essere difeso dalla sinistra, poi esaltato da Donald Trump e dalla televisione di destra Fox News”. Con la conseguenza che “l’exploit finale che gli è stato attribuito – la massiccia campagna anti-Hillary – potrebbe avere portato Trump alla Casa Bianca”. Un vero paradosso, che il corrispondente di Repubblica dagli Stati Uniti racconta così: “Durante la campagna presidenziale del 2016, quindi la diffusione pubblica di migliaia di email riferite a Hillary Clinton con l’intento di danneggiarne l’immagine (…) quando cominciò a circolare la voce che sarebbero uscite quelle email, Trump elogiò sia i russi sia WikiLeaks, incoraggiandoli a rendere pubblico quel materiale. (…) Ma da quel momento il ribaltamento di giudizi su Assange fu spettacolare. Per la sinistra americana è divenuto un nemico; per Trump è stato un benefattore”.

“Il clima attorno a lui è molto diverso rispetto al 2010, anno che segnò l’apice della sua popolarità mondiale” prosegue Rampini. “Uscirono allora ondate di materiali top secret, a cominciare dalle documentazioni su stragi di civili commesse dai militari americani in Iraq, e altri abusi. Via via che le rivelazioni si susseguivano, alcune contribuirono anche a innescare le primavere arabe”. Insomma, il divorzio finale tra la sinistra e Assange nel 2016 avviene non solo per il risentimento verso colui che può aver contribuito ad affondare la candidata democratica; ma anche dalla constatazione di un’asimmetria costante. Mai nulla è uscito da WikiLeaks che potesse danneggiare Trump o il partito repubblicano. Non una sola violazione di sistemi informatici da parte di Assange ha colpito le email di questo presidente, dei suoi familiari, della sua azienda. Ieri Trump ha preso le distanze: «Non so nulla su WikiLeaks. Non è il mio genere di cose». Il suo linguaggio in campagna elettorale era diverso” conclude il corrispondente dagli Usa del quotidiano romano.

Pro, contro e indifferenti. “Per un attimo lo spirito della rete è sembrato tornare quello dei tempi di ‘Collateral Murder’, quando Assange campeggiava sulla copertina del Timecome il Robin Hood degli hacker per aver rivelato al mondo le ‘nefandezze’ dell’esercito statunitense in Iraq e in Afghanistan” scrive il Corriere. “Ma tutto questo – osserva subito dopo – era prima che il soldato Chelsea Manning(allora Bradley) pagasse per lo scoop mentre Assange restava più o meno a piede libero. Secoli prima che Trump vincesse le elezioni a colpi di tweet, dopo aver distrutto l’avversaria Hillary Clinton anche grazie ai leaks forniti proprio dall’australiano”.

Morale? “Morale della storia, ieri è rimasto in silenzio il regista britannico Ken Loach che nel 2014 a Julian regalava un tapis roulant per ovviar e alla noia e alla permanenza forzata in ambasciata. E non commentano nemmeno le star di Hollywood Oliver Stone e Michael Moore, che dalle parti di Hans Crescent non si facevano vedere da parecchio tempo, ben prima del limite imposto dal governo ecuadoriano ai visitatori esterni. E colpisce anche la freddezza del Guardian, quotidiano britannico progressista da sempre attento alla libertà della Rete, che ieri pomeriggio si limitava alla semplice cronaca. Silenzio stampa anche dallo scrittore Andrew O’Hagan che per un attimo aveva accarezzato l’idea di diventare biografo e che poi ha finito per capitolare di fronte al proverbiale brutto carattere dell’australiano. E tace, dall’alto dei suoi 78 milioni e mezzo di follower anche Lady Gaga che da Assange aveva fatto un salto per la prima volta nel 2012 dopo aver lanciato una linea di profumi alla vicina Harrods”.

Chi resta? “Resta Pamela Anderson, l’ex bagnina di Baywatch con cui — secondo i rotocalchi di gossip — Assange ha avuto (o ha tutt’ora?) una relazione. “Veritas Valebit, la verità prevarrà”, ha twittato ieri l’attrice canadese esibendosi in citazioni latine. Ma che spesso lei si ‘attovagli’ al Cremlino in compagnia del presidente Putin non migliora certo la posizione di quell’uomo con la barba lunga da eremita che ieri è finito in manette” conclude il quotidiano di via Solferino.

Non mancano i riflessi interni, tutti italiani alla vicenda dell’arresto di Mr. Wikileaks. Secondo una breve cronaca del Corriere della Sera “sull’arresto di Julian Assange, il governo Conte non ha fin qui potuto e voluto esprimere una posizione. Tra M5S e Lega, infatti, le valutazioni sono assai differenti: così alla richiesta martellante di liberare subito l’inventore di Wikileaks, che molti pentastellati rivolgono alle autorità britanniche, la squadra di Matteo Salvini risponde con un gelido silenzio che, nelle stanze del Viminale, si trasforma in forte imbarazzo quando il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia (M5S) afferma di aver avviato le verifiche del caso per chiedere l’estradizione di Assange in Italia. Ovviamente si tratterebbe di una procedura insostenibile nei confronti di un cittadino australiano arrestato a Londra e sul quale pende una richiesta di estradizione degli Usa” fa notare il cronista. Ma la questione diventa motivo di querelle.

Sul Giornale, interviene così, il direttore Alessandro Sallusti: “I Cinque Stelle, che di spioni se ne intendono, sono insorti e si è mosso persino il governo. Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno, ma più famoso per aver sostenuto che l’uomo non è mai stato sulla Luna, ha proposto che l’Italia gli conceda asilo e il suo collega agli Esteri, Manlio Di Stefano, ha definito l’arresto un ‘inaccettabile attacco alla libertà’. Noi la pensiamo diversamente, e non solo perché gli spioni non ci sono mai piaciuti. Pensiamo che nel rubare, nel tradire e nello spiare non ci sia nulla di eroico né di romantico. Ma, soprattutto, pur essendo giornalisti e quindi favorevoli alla diffusione delle notizie interessanti, crediamo che uno Stato abbia tutto il diritto di proteggere la sicurezza sua e dei sui cittadini, secretando atti la cui diffusione potrebbe rivelarsi pericolosa. Non per nulla anche le più moderne ed efficaci democrazie si riservano di consegnare i loro archivi non alla cronaca, ma alla storia, rendendoli consultabili solo dopo un certo lasso di tempo. Il diritto alla sicurezza è superiore a quello all’essere informati. Questo vale per uno Stato, ma anche per ognuno di noi. Che, infatti, siamo protetti da leggi che tutelano la nostra vita privata su temi sensibili come, per esempio, la salute e gli orientamenti sessuali. Ognuno di noi ha i suoi ‘segreti di Stato’, che tali devono rimanere, e persino i cattolici si confessano a Dio tramite un intermediario, il prete, tenuto al segreto anche se a conoscenza di fatti ‘contro legge’.

Per poi concludere: “Chiedere di desecretare documenti è un diritto (noi lo abbiamo appena fatto per quelli sugli anni del terrorismo rosso), rubare no. Se non per i grillini, che allora potrebbero dare il buon esempio fornendoci spontaneamente lumi sui loro rapporti opachi con i servizi segreti interni ed esteri”.

Su La Stampa, infine, Gianni Riotta sostiene che “il grande miraggio della lunga storia di leaks, soffiate (…) è che si tratti di una campagna di libero giornalismo, quando è invece, al di là magari delle intenzioni di qualcuno, raid di spionaggio e intelligence”. “non di libera cronaca si tratta ma di intelligence e cyberwar. I premi Pulitzer e Oscar, concessi magari un po’ ingenuamente ai leaks delle spie, rischiano presto di creare imbarazzi e rossori”.

 

Qui l’originale di AGI

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