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Sono disperata: in passato ho abortito ed ora sono incinta, ma non ho nulla per vivere!

woman, pregnant,
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Martina aspetta un bambino, suo marito ha perso il lavoro e hanno un figlio di 5 anni. Non vuole rivivere il trauma dell'aborto e chiede aiuto al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli di Milano.

“Benvenuta, – dico a Martina che si affaccia alla porta della mia stanza – si accomodi”.
Martina replica subito:

Sono già stata qui per il mio primo figlio, che ora ha 5 anni e mi avete aiutato proprio tanto tanto.
Sono ritornata perché ora la situazione è addirittura peggiore di quella precedente.

E prende a raccontare.

Ho 25 anni e tre anni fa, per stare vicino alla mia mamma, che poi è morta, sono stata licenziata.
Poi una gravidanza che ho portato a termine con grande fatica.
Sono stata riassunta dalla stessa cooperativa e contemporaneamente – lo dice piangendo – mi sono ritrovata ad aspettare due gemelli e ho interrotto la gravidanza.
Non vorrei farlo più, perché il dolore è ancora vivo dentro di me, ma ora sono di nuovo incinta e, nonostante tutto, tentata di abortire.
Mio marito ha perso il lavoro, viviamo in una casa abusiva della quale alcuni giovani, cinque anni fa, hanno sfondato la porta per una cifra pari a uno stipendio e ci aspettiamo uno sfratto esecutivo.
Io ho di nuovo perso il lavoro per problemi di salute e di certo non mi riprenderanno adesso che sono in gravidanza.
Ho anche un piccolo debito con una signora, vicina di casa, il cui marito ha accompagnato per quattro mesi il mio a lavorare e si aspettava di dividere la spesa della benzina.
Non glieli abbiamo mai potuti rendere, perché quei quattro mesi di lavoro non sono mai stati pagati, neanche un centesimo.

Fa un po’ fatica a parlare, sembra non avere respiro per quelle parole e per quelle che verranno.

Non abbiamo niente, proprio niente.
Non possiamo pagare la mensa dei bambini, né tanto meno fare la spesa.
I bambini poi hanno bisogno di tante cose, a cominciare dalle scarpe, ma noi non abbiamo assolutamente nulla.

Attonita, con una bella confusione in testa e un gran peso sul cuore, dopo un profondo respiro, comincio a chiederle qualche notizia sulla sua famiglia d’origine.

Come le ho detto la mamma è morta e il mio papà è cattivo.
Ancora prima che la mamma se ne andasse si è messo con un’altra donna, da cui ha avuto due figlie e solo di loro si cura.
Mi ha detto che io per lui non esisto.

Altro magone, altri pugni nello stomaco, nel domandarmi che cosa poter fare.
Quel piccolo bimbo c’è, sta vicino al cuore della sua mamma.
Quel cuore però è pesante e pieno di ferite.
Ho come la sensazione di essere appesa a un filo che sta per spezzarsi.
Martina mi guarda:

“Mi avete aiutato tanto l’altra volta” – quasi aspettandosi una scintilla di bacchetta magica, che non ho.
Provo.

Martina vuole che mettiamo un po’ d’ordine, sapendo che ciò che è passato non c’è più e che il futuro ancora non esiste?
Guardiamo questo oggi, consapevoli che il problema della casa è irrisolvibile, però lo sfratto non è ancora arrivato.
Lei parla di sopravvivenza, che nel suo caso vuol dire avere qualche possibilità economica, poter mangiare e poter vestire i suoi bambini e voi stessi.
Per fortuna siete entrambi residenti in Lombardia da più di 5 anni e quindi qualche piccolo aiuto dagli enti pubblici lo avrete.
Vada subito al Caf, spieghi la sua situazione e sceglieremo l’aiuto più giusto da chiedere.
Un piccolo sussidio, visto le sue condizioni, glielo daremo noi e saranno 250 euro ogni mese fino alla nascita del bambino e poi si vedrà, tenendo conto degli aiuti pubblici.
Per gli alimenti vada al nostro deposito, dove le daranno una ‘borsa della spesa’ bella rigonfia e vi troverà olio, pasta, riso, zucchero, pelati e tutto lo scatolame non deperibile.
A Milano l’Opera San Vincenzo ha magazzini per i vestiti in quasi tutte le parrocchie.
Provi a chiedere a loro e vedrà che il problema sarà risolto.

“E i pannolini per il piccolo?” chiede con un po’ di vergogna.

Per questo deve stare tranquilla, noi la incontreremo regolarmente e prepareremo per questo bimbo tutte le cose necessarie fino al suo primo anno di vita.

Non so perché ma mi viene da dire: “Spero che sia una bambina”.

Io spero di no, invece, perché le bambine, diventando donne, soffrono molto e vanno incontro a molti dispiaceri.

Non oso replicare perché, per le tante situazioni incontrate, devo ammettere che, probabilmente, ha ragione lei.
Però ci riprendiamo subito:

Sarà quel che sarà, ma le mamme che curano bene i propri figli li mettono al riparo dai guai, maschi o femmine che siano.

Sorride!

Non vi ho ancora ringraziato abbastanza!
Lei ha pensato proprio a tutto e io mi sento decisamente più tranquilla.
Posso abbracciarla?.

E così le nostre guance si sfiorano, umide entrambe.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA PAOLA BONZI

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