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Sono peccati i miei pensieri contro la religione?

Africa Studio/Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 16/02/19

Chi soffre di problemi depressivi e disturbi ossessivi compulsivi ha degli "alibi" legati alla malattia

Un lettore ci scrive:

“Buongiorno, mi chiamo N****, ho 31 e sono tornato da un po’ di anni alla fede cattolica. Vorrei porvi una domanda su una questione molto seria che mi riguarda e della quale non riesco a parlarne con i sacerdoti della mia parrocchia. Sono depresso e in cura sia psichiatrica che farmacologica, poiché alla depressione associo anche dei deliri. Mi sta seguendo una specialista. Alcune volte ho delle crisi durante le quali dico o penso cose contro la religione. Io mi confesso spesso (in media ogni due settimane o ogni 20 giorni), ma mi continuo a chiedere se devo confessare queste crisi e soprattutto se esse sono peccati”.

Il teologo morale don Mauro Cozzoli, raggiunto da Aleteia, è laconico: «La depressione è una malattia, la quale è un male fisico: non è un male morale e quindi un peccato. Perciò tali affermazioni contro la religione non vanno confessate. Questi pensieri, nella misura in cui non sono voluti e coltivati, ma vengono spontaneamente, non sono peccati». Il parlare in maniera lucida contro la religione, invece, «può configurare un peccato».




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Il disturbo ossessivo-compulsivo

Emiliano Lambiase, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore del CEDIS, afferma: «In merito alla richiesta del lettore non mi esprimerò direttamente perché il ragazzo è già seguito da due colleghi, uno psichiatra e una psicoterapeuta, e inoltre il racconto dei suoi sintomi non è specifico ed è difficile comprendere quanto abbia utilizzato termini tecnici (es. i deliri) per descrivere alcuni fenomeni da lui percepiti. La sua esperienza mi da’ però l’occasione per condividere una riflessione su alcuni sintomi generalmente presenti nel disturbo ossessivo-compulsivo. Tale disturbo è caratterizzato da contenuti mentali ossessivi che vengono alla mente della persona senza un suo richiamo volontario e sono difficilissimi da mandare via o ignorare, e che provocano un elevato disagio dato che mettono in discussione alcuni suoi valori o bisogni centrali».

La definizione esatta presente nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) è:

Pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi e indesiderati e che nella maggior parte degli individui causano ansia o disagio marcati.




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I due tipi di compulsioni

«Spesso – ha proseguito Lambiase -, tali contenuti mentali di natura ossessiva sono associati a delle compulsioni ad agire, cioè a delle spinte irrefrenabili a mettere in atto dei comportamenti in linea con i pensieri ossessivi, e generalmente finalizzati ad assecondarli e placare l’ansia da essi generata». Come scritto del DSM-5 – continua lo psicoterapeuta – le compulsioni sono:

1. Comportamenti ripetitivi (per es., lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (per es., pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che il soggetto si sente obbligato a mettere in atto in risposta a un’ossessione o secondo regole che devono essere applicate rigidamente.
2. l comportamenti o le azioni mentali sono volti a prevenire o ridurre l’ansia o il disagio o a prevenire alcuni eventi o situazioni temuti; tuttavia, questi comportamenti o azioni mentali non sono collegati in modo realistico con ciò che sono designati a neutralizzare o a prevenire, oppure sono chiaramente eccessivi.

Quando il disturbo è di natura religiosa

«Molto spesso, il contenuto di tali pensieri ossessivi, e delle compulsioni ad essi associate – osserva Lambiase – può essere di natura religiosa e, in questo caso, la persona può soffrire di pensieri, impulsi o immagini mentali ricorrenti e contrari al proprio credo religioso oppure eccessivamente focalizzate su timori di colpa e punizione. Parallelamente a questi contenuti mentali ossessivi possono esserci anche delle azioni compulsive finalizzate a compensare o assecondare tali ossessioni. La persona, non riuscendo a comprendere la natura ossessiva di tali contenuti mentali, può attribuirli realmente a sé, ritenendosi quindi una persona cattiva, oppure considerarli del tutto estranei a sé, temendo di avere dei sintomi deliranti o allucinatori. Inoltre, come già descritto in un precedente articolo presente su Aleteia, il disturbo ossessivo può dare origine a dubbi di natura morale e scrupolosità».




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