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5 attività professionali che non ti aspetti praticate dalle suore medievali

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Una penna spuntata - pubblicato il 29/11/18

Dalla farmacista alla pastaia, dalla fabbricante di occhiali all'artigiana libero professionista: da un'indagine sulla condizione lavorativa femminile nei secoli dal XIII al XV in Italia e in Europa, una vera rivelazione sul livello di libertà della quale godevano le donne.

di Lucia Graziano

Non penso di andare lontano dal vero, se dico che, in molti casi, la gente tende ad avere un’idea piuttosto stereotipata circa la vita quotidiana di una suora. Ancor oggi, molti di noi tendono a immaginare le suore come bislacche donnine velate che trascorrono la loro vita tra le mura di un convento, a pregare, e a fare non si sa bene cos’altro.
E se questo è vero per gli uomini del 2000 che pensano alle suore loro contemporanee, figuriamoci quanto stereotipata (e idealizzata) e astratta dev’essere, l’idea che ci siam fatti circa la quotidianità di una suora nel passato.
Se pensate alle suore medievali, toh!, con cosa immaginate che le pie donne riempissero le loro giornate? Probabilmente, “rosari”, “privazioni”, “cilici” e “novene” sono le prime cose che vi vengono in mente.




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Sbagliato! o meglio: auspicabilmente vero, ma con riserve.
Contrariamente a quanto tenderemmo a immaginare, le suore del tempo che fu non erano dedite a una vita contemplativa 24h/24. Anzi. In un’epoca in cui l’imprenditoria femminile non era, come dire, comunissima sul mercato, i conventi di suore si distinguevano spesso per un tipo di attività abbastanza inedita a quel tempo: vere e proprie imprese, talmente grandi e organizzate da diventare dei colossi del settore, in cui le “impiegate”… erano solo ed esclusivamente donne. Consacrate, perdipiù.

Ce ne parla Maria Paola Zanoboni nel saggio Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secoli XIII-XV) edito da Jouvence un paio d’anni fa. Il libretto è interessante anche perché permette di far luce su un aspetto molto poco conosciuto: e cioè, che di donne al lavoro nel Medioevo, in realtà, ce n’erano parecchie – anche tra le laiche coniugate, intendo.

Certo è che, guardando ai monasteri, ci troviamo davanti a una situazione assolutamente particolare. Da un lato, il monastero ha bisogno di guadagnare per sostenersi – ché se le suore avessero preteso di mantenersi a suon di elemosine e Provvidenza… campa cavallo. D’altro canto, il monastero ha una ricchezza innata che le imprese laicali possono nemmeno sognare: decine (talora centinaia) di donne, ‘assunte’ a tempo indeterminato, che forniscono manodopera a costo zero, pronte a qualsiasi sforzo pur di non perdere il tetto che hanno sulla testa.


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E così, le suore si mettono al lavoro, ingegnandosi in tutti i modi per portare a casa un buon guadagno. Prevedibilmente, la gran parte dei conventi scelse di ritagliarsi un settore nel campo del tessile: filatura della lana, allevamento dei bachi da seta, rammendo dei vecchi stracci, ricamo dei paramenti liturgici. Tutto vero e tutto molto muliebre, però non è finita qui. Le fonti ci rivelano come alcune congregazioni femminili si siano posizionate nel mercato in settori abbastanza sorprendenti.

Curiosi di sapere quale lavoro avrebbe facilmente potuto svolgere una brava suora medievale?

La farmacista

E questo forse non sorprende – ché sappiamo tutti come, nel Medioevo, la preparazione dei farmaci fosse sostanzialmente una questione di erboristeria.
Ecco, diciamo però che le suore si dedicavano all’ars farmaceutica con notevole impegno, giungendo a risultati che non avevano nulla da invidiare a quelli degli speziali professionisti. A Firenze, alla fine del ‘400, almeno sei monasteri femminili erano dotati di un laboratorio farmaceutico aperto al pubblico, nel quale erano impiegate da 50 a 200 suore (il numero variava, ovviamente, da convento a convento). Sono dati notevoli, dobbiamo rendercene conto: i conventi di Santa Caterina e di San Vincenzo d’Annalena – quelli col laboratorio erboristico più fornito – erano farmacie a tutti gli effetti, perfettamente in grado di far concorrenza a quelle rette dagli speziali. Da non trascurare, poi, un dettaglio demografico: in un’epoca in cui ogni famiglia nobiliare aveva una qualche figlia, sorella, zia, in monastero, era molto frequente che “i ricchi” decidessero di servirsi presso il laboratorio in cui prestava servizio la loro parente. Una clientela altolocata, dunque, con conseguente effetto passaparola che portava queste farmacie monacali ad avere una clientela d’élite.
Un business vero e proprio, da far invidia alla Bayer!

La make-up artist

O meglio: la venditrice di cosmetici – ché già che hai maturato tutta questa esperienza in fatto di erboristeria, vuoi forse non metterla a frutto anche in settori più frivoli?
Suore, ok: ma pur sempre donne. Donne che avranno pure rinunciato al mondo, ma ricordano benissimo le preoccupazioni e gli affanni di chi invece ci vive ancora. Le ricordano e le capiscono molto meglio di uno speziale maschio, sol per quello: e infatti, non era infrequente che i laboratori farmaceutici dei monasteri offrissero a catalogo dei veri e propri prodotti di make up. Ricercati dalle dame più facoltose, come detto sopra – e ricercati nella ragionevole certezza di trovare, dall’altra parte del bancone, una che è donna, e in quanto donna ne sa.
Anche quello, era un business non da poco (soprattutto perché relativamente esclusivo)!




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La fabbricante di occhiali

Ebbene sì. Gli occhiali hanno una storia strana, legata a doppio filo agli ordini religiosi, che per lungo tempo furono molto vicini al detenere il monopolio della produzione di lenti da vista. Un caso emblematico è il monastero dei Santi Salvatore e Brigida al Paradiso fondato verso la fine del ‘300 poco al di fuori della città di Firenze. Si trattava di un convento molto particolare, come già lascia intuire la doppia titolazione: caso non infrequente nel medioevo, il convento ospitava religiosi maschi e religiose femmine all’interno della stessa struttura.
Pare che fossero soprattutto i religiosi maschi a dedicarsi alla manifattura degli occhiali, e pare che fossero soprattutto le religiose femmine a gestire tutto il resto delle incombenze che girava attorno alla messa in vendita di questi innovativi strumenti in grado di… ridare la vista ai ciechi.
Venduti al dettaglio ai privati cittadini in una bottega attiva presso il monastero, gli occhiali made in convento erano prodotti in quantità ingenti, tali da consentire addirittura una esportazione: sono noti casi in cui carichi di lenti da vista partirono alla volta di Pisa, Mantova, Roma… e persino Lisbona!

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donne nella chiesalavoromedioevo
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