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Ucciso dai primitivi indigeni di un’isola incontaminata che voleva evangelizzare: visionario o missionario?

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 26/11/18

Riflettendo sulle correnti teologiche che continuamente, specie nell’ultimo secolo, hanno cercato di aprire spiragli di speranza escatologica anche chi incolpevolmente non conosceva il messaggio cristiano, nel 1990 Giovanni Paolo II scriveva:

L’universalità della salvezza non significa che essa è accordata solo a coloro che, in modo esplicito, credono in Cristo e sono entrati nella chiesa. Se è destinata a tutti, la salvezza deve essere messa in concreto a disposizione di tutti. Ma è evidente che, oggi come in passato, molti uomini non hanno la possibilità di conoscere o di accettare la rivelazione del Vangelo, di entrare nella chiesa. Essi vivono in condizioni socio-culturali che non lo permettono, e spesso sono stati educati in altre tradizioni religiose. Per essi la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito santo: essa permette a ciascuno di giungere alla salvezza con la sua libera collaborazione. Per questo il Concilio, dopo aver affermato la centralità del mistero pasquale, afferma: «E ciò non vale solo per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore opera invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti, e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò, dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale»19.

Redemptoris Missio 10

Ma proprio per questo il pontefice polacco, che lungamente ha percorso tutte le latitudini del globo terraqueo, ha poi proseguito:

Che dire allora delle obiezioni, già ricordate, in merito alla missione ad gentes? Nel rispetto di tutte le credenze e di tutte le sensibilità, dobbiamo anzitutto affermare con semplicità la nostra fede in Cristo, unico salvatore dell’uomo, fede che abbiamo ricevuto come dono dall’alto senza nostro merito. Noi diciamo con Paolo: «Io non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede». (Rm 1,16) I martiri cristiani di tutti i tempi anche del nostro hanno dato e continuano a dare la vita per testimoniare agli uomini questa fede, convinti che ogni uomo ha bisogno di Gesù Cristo, il quale ha sconfitto il peccato e la morte e ha riconciliato gli uomini con Dio. Cristo si è proclamato Figlio di Dio, intimamente unito al Padre e, come tale, è stato riconosciuto dai discepoli, confermando le sue parole con i miracoli e la risurrezione da morte. La chiesa offre agli uomini il Vangelo, documento profetico, rispondente alle esigenze e aspirazioni del cuore umano: esso è sempre «buona novella». La chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare con la croce e la risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini. All’interrogativo: perché la missione? noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della chiesa che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», (Ef 2,14) e «l’amore di Cristo ci spinge», (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una «graduale secolarizzazione della salvezza», per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina. Perché la missione? Perché a noi, come a san Paolo, «è stata concessa la grazia di annunziare ai pagani le imperscrutabili ricchezze di Cristo». (Ef 3,8) La novità di vita in lui è la «buona novella» per l’uomo di tutti i tempi: a essa tutti gli uomini sono chiamati e destinati.

Tutti di fatto la cercano, anche se a volte in modo confuso, e hanno il diritto di conoscere il valore di tale dono e di accedervi. La chiesa e, in essa, ogni cristiano non può nascondere né conservare per sé questa novità e ricchezza, ricevuta dalla bontà divina per esser comunicata a tutti gli uomini. Ecco perché la missione, oltre che dal mandato formale del Signore, deriva dall’esigenza profonda della vita di Dio in noi. Coloro che sono incorporati nella chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio, memori che «la loro eccellente condizione non è da ascrivere ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, lungi dal salvarsi, saranno più severamente giudicati»20.

Ivi 11

E nessuno vorrà obiettare, a questo punto, che “John non era cattolico”: se c’è un ecumenismo del sangue, come Papa Francesco ha ripetuto in ormai molte occasioni, esiste pure un ecumenismo della missione, che quando nell’altro è suggellato trova una garanzia indubitabile.




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Solo Dio sa che cosa accadrà ora su quell’isola: già fra gli autoctoni, che John Allen Chau descrisse come non uniformemente ostili alla sua presenza; e poi a quanti riceveranno nelle ossa il sacro fuoco che spinse lì il primo martire di quel pugno di sabbia nell’oceano indiano.

Un cittadino americano, in parte irlandese, in parte nativo americano e in parte africano e in parte cinese e del sud-est asiatico.

Così si vedeva il giovane missionario social venuto dall’Alabama: figlio di molti popoli colonizzati e di qualche popolo emigrante. E nella sua personale preghiera eucaristica – non ricorderemo che gli astanti al martirio di Policarpo sentirono “profumo di pane” mentre le carni del vecchio vescovo bruciavano? – il giovane scriveva:

Dio, ti ringrazio di avermi scelto prima che io fossi anche solo formato nel grembo di mia madre per essere il tuo messaggero, il messaggero delle tue buone notizie alla gente di North Sentinel Island.

E facilmente un giorno leggeremo queste parole – forse non noi ma i nostri figli – incise sulla pietra in un santuario su quell’isola. I missionari ci ridestano per conto di Dio, il quale non ci imputa la colpa di esserci dimenticati di North Sentinel Island fino ad oggi; da ora in avanti, però, potremo scegliere come stare di fronte a quei fratelli e alle nostre responsabilità nei riguardi loro e del Signore. Quindi dovremo farlo.

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